martedì 18 ottobre 2016

The Wave (2015) | Recensione

The Wave
Voto Imdb: 6,7
Titolo Originale:Bølgen
Anno:2015
Genere:Azione, Catastrofico
Nazione:Norvegia
Regista:Roar Uthaug
Cast:Kristoffer Joner, Ane Dahl Torp

Ecco cosa potrebbe succedere in un fiordo norvegese...
L'idillio prima del disastro...
Non prendetemi per pazzo, ma fin da quando ero piccolo avevo una paura fottuta che un'ondata gigantesca si abbattesse nel paese in cui vivevo. Il fatto che suddetto posto si trovasse nel mezzo della pianura padana non mi tangeva minimamente, anzi rafforzava la mia convinzione: se mai avessi dovuto vedere arrivare una terribile ondata alle porte di Milano, significava che la fine del mondo sarebbe stata davvero dietro l'angolo. Oh, sono serio: se ci penso tutt'ora, alle ondate gigantesche, mi vengono i brividi e mi sudano le mani. Non capita di rado che, in riva ad una spiaggia, col cervello fritto dai raggi solari, mi soffermi a scrutare l'orizzonte con l'inconscio terrore di vedere il movimento della cresta di un'onda alta dieci piani e piena di schiuma; in questi momenti, il mio cervello inesorabilmente fa scattare il piano di salvezza: mi guardo in giro per vedere quali postazioni sopraelevate possano garantire un appiglio (solitamente non ce ne sono di così alte, le onde che mi immagino io sono discretamente enormi) e calcolo più o meno quanto tempo ci vorrà prima che la spiaggia venga travolta (dato che le mie onde sono alte più dei palazzi lungo il tratto ligure della via Aurelia, il fatto di poterle vedere sulla linea dell'orizzonte mi permette il lusso di concedermi almeno una decina di minuti di tempo per la fuga). Poi il grido "coccobbbelloooo!" mi risveglia di soprassalto ed io guardo grato il tizio col secchiello e la canotta pezzata perché mi ha distolto dai miei pensieri deliranti. Non saprei dire quali traumi infantili devo aver avuto sull'argomento in questione ma ricordo una puntata di Space Robot (Getta Robot) in cui i cattivi provocavano un'ondata enorme che travolgeva una città e, soprattutto, ricordo Conan il ragazzo del futuro, una serie animata di Hayao Miyazaki del 1978, tuttora tra le mie preferite di sempre, che ha come culmine dell'intero arco narrativo una gigantesca ondata causata dallo sprofondamento di un continente. Non parliamo poi degli infiniti film catastrofici, genere che adoro (probabilmente funziona come con gli horror: li guardo per esorcizzare le mie paure. Ora mi auto-fatturo questa analisi psicologica, grazie, grazie!).
Conan il ragazzo del futuro - onda
Senza andare troppo indietro nel tempo, ci sono scene spettacolari di grandi ondate in 2012 (di Roland Emmerich, 2009), The Day After Tomorrow (sempre di Roland Emmerich, 2004 - questo regista deve avere avuto il mio stesso trauma), Deep Impact (di Mimi Leder, 1998), San Andreas (di Brad Peyton, 2015) e... Un Mercoledì da leoni (di John Milius, 1978). Sì, sono riuscito ad infilarci questo film anche in siffatta recensione, d'altronde vediamo la storia dei protagonisti scandita nel tempo da diverse mareggiate che i nostri eroi affrontano sui loro surf con il sogno, realizzatosi, di cavalcare "the Big One", la più grande ondata di sempre. In fondo, è facile capire perché questo argomento faccia così tanta presa nell'immaginario collettivo: è la paura dell'ignoto, che non puoi controllare, più grande e più forte di te contro cui non potrai mai vincere ma a cui potrai giusto sopravvivere, se ti va bene.
Bando alle ciance: penso che alla fine di questo preambolo, più lungo della stessa recensione, vi sarà venuto un velato sospetto su quale possa essere l'argomento del film in oggetto. Di cosa parlerà mai The Wave? Beh, di sicuro non della Sagra del Gnocco Fritto sul Mincio.
L'arrivo dell'ondata non lascia indifferenti.
La prima cosa da sapere è che il film è una produzione completamente scandinava (regia e location norvegese con fondi anche svedesi e danesi) e che ha come dichiarazione d'intenti quella di non sfigurare nei confronti delle blasonate e già citate produzioni hollywoodiane. La seconda cosa da sapere è che la storia parte da alcune premesse storiche reali: nel 1934 una frana provocò uno tsunami nel fiordo di Tafjord, uccidendo 40 persone, incidente analogo a quello del 1905 che fece sessanta vittime; la stessa tragedia, si ipotizza, potrebbe succedere a Geiranger, paesino situato nell'omonimo fiordo. Immaginatevi uno di questo splendidi fiordi norvegesi, sovrastati da pareti alte anche mille metri, ed immaginate cosa potrebbe succedere se un fianco dovesse crollare finendo dritto sul mare: quale terrificante, roboante, inarrestabile ondata potrebbe venir fuori, soprattutto se diretta verso l'interno?
Qui il protagonista sembra astuto come una faina...
Il protagonista è Kristian (Kristoffer Joner, visto in Revenant - Redivivo di  Alejandro González Iñárritu), un geologo sposato con la milf Idun (Ane Dahl Torp, già vista in Dead Snow, recuperatelo perdinci! Qui la recensione.) e padre del ribelle-adolescente-testa-di-minchia Sondre e della piccola-ma-adorabile Julia. L'allegra famigliola si trova a Geiranger e Kristian è al suo ultimo giorno di lavoro come geologo esperto di frane e sismi: lo aspetta un lavoro più tranquillo in città e non in paese, anche se al soldo delle compagnie petrolifere. Ovviamente le Cose Brutte succedono sempre dopo i commiati: lui si accorge di alcuni valori anomali evidenziati dai sensori situati all'interno di una montagna e, dopo aver consultato dati analoghi di tragedie simili (viene citato anche il caso del Vajont), giunge alla terribile verità: la montagna sta per cedere e quando questo accadrà, il paese avrà solo dieci minuti di tempo per sfuggire al gigantesco tsunami che si genererà a causa della frana. Sapete cosa succede a tutte le Cassandre dei film catastrofici, vero? Nessuno se li caga manco per sbaglio, e lo stesso, inizialmente, avviene per Kristian. Poi la situazione precipita, lo tsunami arriva davvero e la tragedia si abbatte sul povero fiordo norvegese. Kristian dovrà tornare sul luogo del disastro per ricongiungersi alla famiglia, ma sarà un'impresa veramente difficile...
Da queste righe appare evidente che la dichiarazione d'intenti del regista Roar Uthaug non si limitasse solo agli effetti speciali sulla catastrofe; l'intero film sia adagia completamente su alcuni cliché consolidati, forse anche troppo, tipici del cinema di genere:
  • Il protagonista sa, prevede, lancia l'allarme, nessuno inizialmente lo ascolta;
  • La composizione della famiglia è sempre la stessa: lui un po' paranoide, lei dura, lo ama, ma litigano perché lui ha fatto una cazzata immane; il figlio maggiore, adolescente, è solo fonte di problemi; la figlioletta piccolina è l'unica che si fa domande sensate sul futuro della famiglia;
  • La tragedia arriva e il protagonista è l'unico in qualche modo preparato;
  • La catastrofe semina morte e distruzione e separa la famiglia del protagonista; nessuno dei componenti muore a causa del disastro;
  • Alcuni personaggi minori non riescono a gestire il panico e impazziscono andando totalmente fuori di testa; ma no, i nostri protagonisti reggono perfettamente alla spaventosa pressione psicologica della situazione disumana in cui sono precipitati;
  • Il protagonista parte alla ricerca della famiglia nonostante le condizioni avverse, sue e dei suoi cari;
  • [SPOILER ASSASSINO - evidenzia per leggere] Happy ending a manetta dopo scena altamente drammatica in cui tutto sembra perduto come lacrime nella pioggia (cit.)
#TEAM MILF IDUN
Insomma, è evidente: prendete un qualunque film catastrofico americano e noterete che la ricetta è sempre la stessa. Ogni tanto salta fuori una variante (di solito i genitori dei film americani sono divorziati o in procinto a farlo, cosa che qui non avviene anche se un'inquadratura ed una domanda ingenua della bimba lo lascerebbero perfino supporre), ma il risultato finale è sempre il medesimo. I capostipiti hanno dettato le regole e tutti, più o meno pedissequamente, ne hanno seguito i canoni, The Wave incluso. Uno potrebbe domandarsi: cosa differenzia questo film dagli altri appartenenti allo stesso filone? La risposta è molto semplice: la lingua, qui il norvegese. Per il resto, non c'è nessun'altra differenza. Se da un lato è facile intuire come questo sia il suo più grande difetto, dall'altro ne è anche un pregio e le promesse iniziali del regista sono state mantenute: The Wave non delude affatto le aspettative e la resa finale, effetti speciali inclusi, è all'altezza di film con budget infinitamente superiori (stiamo parlando di sei milioni di euro contro gli oltre cento di una produzione alla San Andreas, per fare un esempio). Le immagini sono nitide, la visuale su schermo bella stabile (niente parkinson-camera, olè!), il montaggio serrato e le transizioni tra una scena e l'altra ben eseguite. Buona la recitazione degli attori (così così il doppiaggio italiano, ormai in caduta libera - considerazione generale buttata gratuitamente in mezzo) e decisamente ottimi gli effetti speciali. In più segnalo, come valore aggiunto, la bellezza selvaggia e mozzafiato del paesaggio: ci sono alcune inquadrature davvero spettacolari, ed è solo merito della natura anche se regista e direttore della fotografia sono stati bravi a catturare il momento giusto per rendere giustizia ai fiordi.
Altro esempio della furia distruttrice...
Il film è idealmente diviso in tre parti distinte più o meno con la durata equamente distribuita: il pre-catastrofe, l'armageddon e il post-cataclisma. La prima parte è più di stampo europeo: molto lenta, ci permette di entrare nella psiche del protagonista e nelle dinamiche familiari, il tedio è dietro l'angolo ma il regista è stato bravo a fermarsi un attimo prima; la seconda è serratissima e da quando arriva lo tsunami che spazza il fiordo il film non si ferma più. La terza, che lascia spazio al dramma della ricerca in mezzo alle macerie, è bella tesa e mantiene il giusto livello di suspense fino alla sua inevitabile conclusione. La parte migliore, come spesso accade in produzioni simili, è quella appena precedente alla catastrofe: la lettura dei segnali premonitori, l'incombere dell'ineluttabile minaccia, il terrore che noi spettatori percepiamo perché sappiamo già quello che succederà. Poi, quando l'ondata arriva, l'effetto è stato per me travolgente. Un po' mi sono rivisto sulla spiaggia, intento a scrutare l'orizzonte in cerca della cresta. Solo che qui l'effetto è maggiore perché il danno è circoscritto ad un ambiente chiuso, piccolo, e per questo ancora più devastante.
Ed infine, ecco l'altra disgrazia (il figlio adolescente) :-)
Sarò estremamente sincero: questo film non ha niente, assolutamente niente di originale. La trama non sarebbe banale presa di per sé, ma rispecchia fin troppo fedelmente i cliché di tutti i film precedenti sullo stesso argomento; non innova e non aggiunge nulla di caratteristico o peculiare che lo distingua dalla massa. Ma c'è un "però": The Wave funziona benissimo. Nonostante tu sappia in anticipo quello che accadrà, non perché sei un precog ma perché senti che sarà così, nonostante tu sappia benissimo che il protagonista per forza di cose dovrà ricongiungersi alla famiglia... ecco, nonostante tutto il resto, il film emoziona. Detto di un film nordico può sembrare un ossimoro ma, davvero, The Wave si lascia guardare fino in fondo proprio grazie al suo ritmo e alla sua durata non eccessiva, appena 104 minuti: solitamente i catastrofici si avvicinano più alle tre ore che alle due ore, e questo è un pregio non indifferente. Per una volta, chiudo gli occhi e ascolto il cuore e non la mente: me lo sono goduto dall'inizio alla fine, mi ha lasciato appagato, non è infarcito di solenni cazzatone (oddio, magari qualcosa di inverosimile c'è, soprattutto nel finale, ma niente di paragonabile alla sboronaggine hollywoodiana) anzi, si dimostra perfino asciutto ed essenziale. Oddio, asciutto non è il termine migliore, vero? Promosso, anche come incoraggiamento verso un cinema europeo che nulla ha da invidiare alle produzioni americane, anche se la scelta di combatterlo ad armi (troppo) pari a molti farà storcere il naso. Ma il cinema non è solo razionalità, è anche emozione, e The Wave, con me, ci è riuscito in pieno.

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4
Davvero, non c'è nulla di originale nel film, a parte la location. Nulla. Nothing. Nada. Nichts.
Musiche: 7
La colonna sonora è azzeccata e sottolinea molto bene sia le fasi concitate, sia quelle drammatiche.
Regia: 8
Registicamente e tecnicamente, il film è confezionato davvero molto bene. Nulla da eccepire.
Ritmo: 7,5
Qualche punto in meno a causa della lentezza iniziale, poi arriva il disastro e il film si ferma solo con i titoli di coda.
Violenza: 6
Un paio di morti cruente che non ti aspetti, sapientemente piazzate nei punti giusti: il minimo sindacale per strappare un V.M. 12...
Humour: 5
C'è qualche battuta detta tra i personaggi, ma nulla di memorabile: ehi, stiamo parlando di humour scandinavo!
XXX: 0
Nulla da segnalare.
Voto Globale: 7,5
Indeciso se dargli punti in meno a causa della palese e totale mancanza di originalità e coraggio, premio forse in modo eccessivo ma consapevole il mestiere del regista, grazie al quale The Wave si lascia guardare fino alla fine col fiato sospeso. Bene così!

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