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martedì 2 giugno 2020

Weathering with you - La ragazza del tempo (2019) | Recensione

Weathering with you - La ragazza del tempo
Voto Imdb: 7,6
Titolo Originale:Tenki no ko
Anno:2019
Genere:Fantastico, sentimentale, commedia
Nazione:Giappone
Regista:Makoto Shinkai
Cast:Daigo Kotaro, Mori Nana


Attenzione! Questa recensione è un estratto della Monografia su Makoto Shinkai. Ne ho fatta una versione separata ai fini di una bieca migliore indicizzazione dei motori di ricerca. Seguite questo link per leggere l'intero articolo! LINK

Livello di spoiler: A CATINELLE

[la recensione può essere letta anche da chi non vuole spoiler, seguite le istruzioni]

Iniziamo con la carrellata di immagini di impatto...

Pioggia.
Pioggia sempre, ovunque, intensa, che non lascia respiro, che opprime tutto.
Maremma maiala impestata quanto odio la pioggia, ci sono momenti in cui mi sembra di impazzire, soprattutto quando succede per una settimana di fila. Il clima è cambiato, è inutile negarlo, non c’è più il singolo acquazzone primaverile che rinfresca tutto… no, se deve piovere ci dobbiamo sorbire una scassata di maroni ininterrotta per più giorni consecutivi. Immaginatevi ora una Tokyo moderna in cui, senza un motivo apparente, inizia a piovere e non smette più, per settimane intere. Una roba che se fosse comparso Brandon Lee a rantolare: “Non può piovere per sempre”, il protagonista esasperato l’avrebbe preso a smascellate in faccia con il cricket di un autoarticolato.
Pioggia...
Weathering with you - La ragazza del tempo
parte esattamente con questa premessa e, devo ammetterlo, lo spunto è alquanto intrigante. Il protagonista è Hodaka Morishima, un sedicenne che, per motivi non propriamente spiegati, nell’estate del 2021 decide di fuggire dalla famiglia e dall’isola in cui vive, per tentare l’avventura in una Tokyo sfavillante e per nulla accomodante nei confronti di un fuggiasco minorenne. Ah, povero ingenuo, ancora non sa in quali pasticci andrà a cacciarsi! Problema della pioggia a parte, l’arte dell’arrangiarsi nella grande metropoli non sarà facile per nulla; per sopravvivere, accetta la proposta di Keisuke Suga, un personaggio un po’ strambo che gli ha salvato la vita durante la traversata sul traghetto e che gli offre un lavoro presso la sua agenzia editoriale, oltre a vitto e alloggio, in cambio di una paga ridicolmente bassa. Può forse Hodaka rifiutare? Insieme a Keisuke vive Natsumi, una ragazza appassionata di esoterismo e stramberie varie. Proprio in seguito ad un nuovo incarico assegnato da Keisuke, Hodaka e Natsumi iniziano una ricerca sulle cosiddette “ragazze del tempo”, figure avvolte dal mistero che, secondo antiche leggende locali, sarebbero in grado di fermare la pioggia e regalare, solo per un lasso di tempo limitato, un spicchio di sole e serenità a chi ne fa richiesta. Durante la ricerca, Hodaka incontra Hina Amano e scopre che è proprio una ragazza del tempo in grado di fermare la pioggia: diventeranno amici, inizieranno un business per regalare sole e felicità in cambio di un modico prezzo e presto la loro vita svolterà, tanto da “poter addirittura cambiare il mondo”, come dice l’io narrante. E quando scopriranno che sarà necessario un sacrificio umano per fermare la devastazione che sta colpendo Tokyo, si renderanno conto di trovarsi di fronte a scelte molto più grandi di loro, che sono solo due semplici ragazzini delle superiori.
Effetto di Hina, la ragazza del tempo...
Lo so, raccontata così la storia sembra molto avvincente ed interessante, ma siamo alle solite. Makoto Shinkai prende un ottimo spunto di partenza e cerca di costruirci su un lungometraggio infarcendolo di tutti i temi ed elementi ai quali ci ha abituati con i lavori precedenti. Il Nostro arriva dal successo planetario di Your Name., diventato l’anime più visto nella storia del cinema, e l’eredità fatta di titaniche aspettative stava proiettando un’ombra enorme su qualunque cosa avrebbe estratto dal cilindro. Non è facile ripetersi dopo un tale successo, in casi del genere le strade sono due: squadra che vince non si cambia, per sperare di bissare la formula; oppure tentare una strada completamente diversa, ribaltare tutto quello che si è costruito fino a quel momento, prendendosi anche una bella dose di rischio, e percorrere sentieri ancora inesplorati.
Beh, nonostante nelle interviste abbia dichiarato il contrario, Shinkai ha palesemente scelto la prima strada, quella più facile, cercando però di inserire ogni tanto delle svolte improvvise e diverse, la più importante nel finale (ci arriveremo nell’apposito, spoilerante paragrafo). A mio avviso, il risultato non è stato del tutto convincente. L’espressione che più mi viene in mente per descrivere Weathering with you è: Comfort Zone, quella in cui Shinkai si è adagiato e dalla quale non si è più mosso.

Volemose bene!

Prendiamo la prima parte della storia: tutti i suoi marchi di fabbrica sono stati inseriti di forza e ce li ritroviamo spiattellati uno di fila all’altro. 
Lui e lei, in una relazione sentimentale che supera lo spazio e il tempo? C’è.
Il tema del confronto tra antico e moderno, villaggio e metropoli? C’è. Sottile, ma c’è.
Il misticismo come filo conduttore e deus ex machina? C’è.
Piani paralleli, realtà e fantasia, uniti da un sottile filo? C’è. Anche se questa volta la bilancia pende di più sul piano reale.
Haruki Murakami? C’è, il film trasuda Murakami da ogni fotogramma… e c’è anche una piacevole sorpresa, ne parliamo più avanti.
Gatti? C’è. Uno, ribattezzato Rain, raccattato per strada in un giorno di pioggia e, no, non c’entrano Andrea e Luciano.
Tema del viaggio? C’è.
Treni? Hai voglia, Tokyo ne è piena, vuoi forse perdere l’occasione di sfoggiare la Yamanote dal momento che le scene toccano Shinjuku, Shibuya, Ikebukuro ed altri quartieri famosi della capitale?
Uccelli? Uhm… forse no, potrebbe essere l’unica eccezione, ma chissà che non me ne sia sfuggito qualcuno.
L’io narrante con voce lamentosa e colma di tristi presagi? Purtroppo sì, è presente.
E… e... la pioggia? Sì, tanto che, rispetto alle altre opere, qui diventa il punto focale dell’intera narrazione, non solo nei primi quindici minuti ma per tutte le quasi due ore del film.
Quando parlo di comfort zone, mi riferisco a questo mischione di tematiche, alcune delle quali appena accennate ma sempre presenti, che connotano il film come fortemente shinkaiano. Termine orrendo, ma è anche giusto dare a Makoto quello che è di Makoto: l’avevo già scritto nella monografia principale, da tempo il regista è riuscito a trovare una propria dimensione, smarcandosi dal pesante confronto con Miyazaki, tanto che ora il suo marchio di fabbrica è riconoscibile ed evidente, al di là dello splendido impianto audio-visivo, uno dei migliori mai visti finora, forse giusto un mezzo gradino più sotto rispetto a Your Name. a causa di una preponderanza della CGI, che in alcune scene è fin troppo evidente e poco nascosta come invece era avvenuto mirabilmente del film precedente.
Il gatto Ame (pioggia in giapponese)
Da queste parole è facile intuire quali siano gli aspetti positivi di questo film e, soprattutto, quali quelli negativi. Ecco, il problema è proprio questo: mi sono avvicinato a Weathering with you senza conoscere alcunché, non mi sono visto nemmeno il trailer. Volutamente non ho voluto sapere nulla di nulla, mi sono messo a guardarlo con la mente libera da preconcetti ma… ecco, in realtà sapevo già tutto: cosa aspettarmi, cosa incontrare, cosa mi avrebbe emozionato, cosa mi avrebbe fatto storcere il naso e come si sarebbe arrivati alla conclusione della storia. Intendiamoci: non perché io sia un genio, tutt’altro; chi, come me, si è sparato tutta la filmografia di Makoto, dopo Your Name. è perfettamente in grado di capire come andrà a finire. Ecco il problema della comfort zone; probabilmente il regista ci si è affidato troppo, andando ad inficiare in modo negativo il giudizio finale. Ovviamente il voto, che avrete già visto, comprende anche molti aspetti positivi che controbilanciano un po’ quelli che mi hanno deluso.

Non è un artwork, ma un fotogramma tratto dal film...

Andiamo nel dettaglio, partendo dai pro.
Non c’è storia, visivamente Weathering with you è splendido. Io adoro il fotorealismo con cui Shinkai progetta e disegna i fondali e le ambientazioni. Di film in film, grazie al budget che ha a disposizione, la qualità aumenta costantemente. Tavole superbe, splendidi giochi di luci e ombre, costruzione delle scene mirabile, colori sgargianti che bucano lo schermo quando rompono la monotonia delle grigie giornate di pioggia; dettagli su dettagli, ciascuno riprodotto con maniacale perfezione e ricchezza (con anche un, forse, eccessivo product placement), riflessi ovunque e tanto altro ancora. Ogni elemento si fonde con gli altri contribuendo a creare una fortissima atmosfera in grado di catturare l’attenzione dello spettatore. Davvero, da questo punto di vista Shinkai si è superato. Purtroppo i personaggi, come in Your Name., non raggiungono ancora il livello di animazione dello Studio Ghibli, anzi in più di un punto ho trovato dei peggioramenti rispetto al passato, con movimenti troppo legnosi o artefatti. È solo una nota stonata, niente che possa rovinare la goduria visiva a cui ci troviamo di fronte. Anche il comparto sonoro è grandioso: i Radwimps, dopo Your Name., sono stati nuovamente chiamati a firmare una piacevole e frizzante colonna sonora j-pop-rock. Come anticipato nei paragrafi iniziali, l’ambientazione ha un tocco di originalità che ho apprezzato; l’idea di una pioggia torrenziale opprimente che funesta la sola Tokyo permette a Shinkai di esagerare con i suoi giochi di luce, oltre a creare un'atmosfera a tratti struggente e malinconica (ma mai ai livelli di 5 cm al secondo). Ultima nota positiva: seguendo il tracciato dell’opera precedente, anche qui abbiamo finalmente dei comprimari degni di nota, ben caratterizzati e creati con furbizia per piacere a tutti i costi. Era ora che si uscisse dal binomio del duo protagonista: sai che palle due ore solo con loro, la noia non può che fare capolino!

Tokyo dall'alto

Ma come in tutti i film di Shinkai, di aspetti negativi purtroppo ce ne sono. Mai una volta che provi a superare se stesso per creare un’opera non vuota, quello no, ma almeno non superficiale. È questo il grosso difetto che muovo a Shinkai, e più ancora in Weathering with you, proprio perché tutti abbiamo invano aspettato la Grande Svolta.
No, i punti deboli di Shinkai ci sono ancora tutti, tanto da diventare essi stessi un inconfondibile marchio di fabbrica: sceneggiatura che parte con uno spunto interessantissimo ma che non si sviluppa decentemente per coprire due ore di storia; certi passaggi di trama sono anche fin troppo affrettati, privi del dovuto approfondimento. Lo stesso destino accomuna un po’ tutti i personaggi, soprattutto quello di Hina. I protagonisti di Shinkai sono dei cliché, arrivano quasi alla fine della storia esattamente così come l’hanno iniziata. Non crescono, non si sviluppano adeguatamente ma… ecco, vivacchiano nel ruolo che il regista ha assegnato loro. Di Hodaka non sappiamo nulla, solo che è scappato dall’isola in cui viveva. All’inizio lo vediamo con diversi cerotti su naso e guance, una possibile ipotesi può essere che il ragazzo sia scappato da una situazione familiare non facile fatta di soprusi e violenze: ma non lo sapremo mai. Vogliamo parlare di Hina? Senza entrare nei dettagli, la sua monodimensionalità non cambierà durante la narrazione, anzi, alla fine non sarà che un semplice strumento narrativo, senza il necessario approfondimento che un personaggio chiave come il suo dovrebbe richiedere. Cosa la spinge ad accettare il proprio destino? Quali sono i pensieri, le paure, il background che la portano a decidere in un certo modo invece che in un altro? Tutto appena abbozzato, come se fosse un personaggio non protagonista. Peccato. La stessa storia è sconclusionata, ha momenti di stanca e, proprio quando potrebbe decollare veramente, si avvoltola su se stessa perdendosi in banalità trite e ritrite. In altre parole: proprio quando è arrivato il momento di osare, Shinkai si fa prendere dalla cacarella, ritira la manina e rimette tutto sui consueti binari… la sua stramaledettissima comfort zone, sempre lei, mannaggia la miseria ladra.
Ma sapete una cosa? Nonostante tutto, vi devo confessare che… il film funziona. Emoziona. Gioca con sentimenti di facile presa, non si perde in inutili spiegoni (finalmente!) e si lascia guardare senza troppi problemi fino al finale, croce e delizia del film.

Tokyo ha un attimo di respiro... che meraviglia!

Paragrafo SPOILER! SPOILER A CATINELLE! PIOGGIA DI SPOILER!
Vi ho avvisati.

Fino a metà film la storia è bellissima, poche ciance. Poi arriva qualche momento di stanca, ma niente di così tragico, è come se il regista volesse prendere il fiato per la volata finale. A tre quarti si palpita, dai che si decolla, dai che la storia arriva alla Grande Svolta, ma… puff. Tutto visto e stra-visto. Hina è la prescelta per il sacrificio, lei lo sa benissimo, così come sa che soltanto sparendo e diventando acqua, potrà salvare Tokyo dalla catastrofe. E così fa, lasciando Hodaka e il fratellino soli in una città dove i raggi solari fanno finalmente capolino tra i grattacieli, regalando agli abitanti la speranza della rinascita. La disperazione del ragazzo è palpabile, è ovvio e scontato che lui non accetti l’epilogo, così inizia la personale sfida per raggiungere la dimensione dove è salita Hina, per riprenderla e riportarla indietro. Bellissimo l’inseguimento in mezzo ad una Tokyo allagata, ma il momento clou del ricongiungimento con Hina è… deboluccio. Perché banale e scontato, sai già che andrà a finire così, che la salverà e la riporterà indietro. Il secondo finale della storia, dopo un salto temporale di tre anni - espediente narrativo che piace molto ai nostri amici orientali, soprattutto nei drama coreani, chi li conosce capirà benissimo cosa intendo - presenta un guizzo apprezzabile rispetto a quanto visto poco prima. Hodaka finalmente si diploma, ritorna a Tokyo dove spera di trovare Hina pronta ad aspettarlo… e così sarà. L’incontro tra i due è reale, il loro abbraccio pure e noi spettatori non dobbiamo immaginarci nulla. Avviene sotto il cielo plumbeo di una Tokyo nuovamente, perennemente annegata nella pioggia. Hina si era sacrificata per salvare il mondo, ma l’amore e - attenzione! - l’egoismo di Hodaka l’ha riportata tra noi, condannando l’intera città a ritornare alle piogge incessanti. La leggenda è chiara: solo il sacrificio della ragazza del tempo fermerà le acque. Hodaka e Hina si sono guardati negli occhi e si son detti: fanculo la pioggia, tenetevela, noi vogliamo vivere senza sottostare alle vostre stupide leggi e superstizioni.
Dai, ditelo che ha citato Mila e Shiro...
Io il messaggio l’ho apprezzato e, per certi versi, l’ho trovato anche un pizzico originale. È il riscatto contro il precostituito, uno schiaffo a ciò che gli altri vogliono da noi, è la ribellione dell’adolescente in un momento critico della propria vita: perché buttarla via, perché per una volta non si può provare ad essere egoisti e pensare a sé stessi? Il concetto è stridente se pensiamo alla mentalità nipponica dove la società e il collettivo comandano, a volte in modo opprimente, sul singolo individuo. Che sia un messaggio tipico della narrativa di formazione non è un mistero, anzi Shinkai ci manda un indizio grande come una casa fin da una delle prime scene: durante il primo viaggio verso Tokyo, il ribelle Hodaka sta leggendo “Il giovane Holden” (“The Catcher in the Rye”), iconico romanzo di formazione adolescenziale scritto da J.D. Salinger nel 1951. Con triplo avvitamento carpiato, l’accostamento con Haruki Murakami è servito ancora una volta: il famoso scrittore è stato il traduttore dall’inglese al giapponese proprio di Salinger, contribuendo alla sua diffusione anche nel paese del Sol Levante. Ma l’accostamento con il grande scrittore non può, ovviamente, finire qui. Ci sono alcuni chiari rimandi a “Kafka sulla spiaggia” (2002, 2008 in Italia): entrambi i protagonisti sono adolescenti in fuga, incontrano personaggi strani e misteriosi, e assistono a piogge di pesci che cadono dal cielo, in un mondo dove il confine tra la dimensione reale e quella fantastica è infinitamente sottile.
Prima di saltare alle conclusioni, ci sono ancora un paio di considerazioni che meritano un ulteriore warning per spoiler, perché c’è un accenno anche del finale di Your Name.. Mi rendo conto che mezza recensione oscurata per spoiler possa risultare monca, ma non rovinare il finale a chi non vuole è una forma di rispetto a cui tengo particolarmente.

Cliccate per vedere cosa sta leggendo Hodaka...

Ancora SPOILER! Non solo su Weathering with you, ma anche su Your Name.! Vi ho avvisatiiiiihhh! E dueeeeeehhh!

A Shinkai piace giocare con i rimandi alle opere precedenti, a volte prendendo bonariamente in giro gli spettatori, con easter egg fini a se stessi. È il caso di questo film, in cui i due protagonisti di Your Name. fanno la loro fugace comparsa; Mitsuha è la commessa di una gioielleria che aiuta Hodaka a scegliere l’anello, il regalo di compleanno che il ragazzo intende fare a Hina. Taki compare invece nella scena in cui sua nonna chiama Hina e Hodaka durante il loro business della “ragazza del tempo” per far smettere di piovere. In questa linea temporale Taki e Mitsuha non si sono ancora incontrati sulle scale nella scena clou di Your Name. (lo sappiamo dal manga e dal romanzo); entrambi i film sono ambientati nel 2021, quindi nel pieno di una Tokyo allagata dal temporale perenne, eppure, quando finalmente Taki chiede a Mitsuha qual è il suo nome… c’è una splendida giornata di sole. Ovviamente i fan si sono scatenati in congetture su una ipotetica trilogia shinkaiana dove il terzo film annoderà i fili di entrambe le storie in un qualcosa di strepitoso ed eclatante. Ricordatevelo, sono nato per essere smentito, ma sono certo che non succederà niente di tutto questo. L’unica teoria che posso accettare a denti stretti è quella del multiverso, dove tra gli infiniti universi che si generano ad ogni decisione e snodo cruciale, ce n’è uno in cui Taki e Mitsuha si metteranno insieme non tra i raggi di un sole primaverile e sotto i ciliegi in fiore, ma in un pantano degno dello stagno de La Banda dei Ranocchi. Per la cronaca, anche Tessie e Sayaka, i due amici comprimari di Your Name., hanno un cameo in Weathering with you, precisamente nella scena in cui Hina rischiara il cielo per la prima volta dopo essersi messa in società con Hodaka e possiamo vedere le reazioni stupite di alcuni presenti. In realtà è puro e semplice fan service, niente di più, niente di meno, per quanto io trovi sempre affascinanti le speculazioni sui destini incrociati di personaggi appartenenti ad opere diverse, ma inseriti in universi narrativi simili (o paralleli).

Mitsuha

Taki

Sayaka e Tessie (sgamati!)

Squarci di cielo oltre le nubi! [fine spoiler]

Considerazioni sull’edizione italiana
Il film è stato proiettato al cinema nella consueta formula dei tre giorni da Nexo Digital, il 14, 15 e 16 ottobre 2019. Il riscontro è stato buono, tanto che le proiezioni hanno goduto di due giorni bonus il 5 e 6 novembre. L’edizione italiana è curata da Dynit, nota per garantire ottimi adattamenti e doppiaggi (niente Kazé e soprattutto niente stupri dell’italiano e oscenità cannarsiane alla Lucky Red, per fortuna). 

Questa scena va vista in movimento...

Conclusioni
Alla domanda: “Consiglieresti di guardare Weathering with you?”, rispondo affermativamente, senza dubbio. Il film non raggiunge purtroppo i livelli del predecessore, finendo schiacciato dal confronto. Shinkai ha avuto paura, non ha osato, e ha tirato fuori un film gradevole, visivamente sbalorditivo, che non eccelle però nella svolgimento narrativo, finendo per appiattire sia i personaggi, sia lo svolgimento della trama. Probabilmente il problema sono anche io, che carico di aspettative “adulte” un prodotto che non vuole averle. È molto probabile che il target principale non sia la mia generazione, ma quella successiva (o anche due), un adolescente o un ventenne potrebbero apprezzarlo molto di più di quanto non lo abbia fatto io. In ogni caso la delusione affiora, ma lascia presto il posto alla dolce sensazione di aver comunque visto un bel film. Promosso, indubbiamente, ma per me resta un mezzo passo indietro nella carriera del regista, a cui auguro di spiccare il volo. Shinkai ce la può fare, i mezzi li ha, deve solo trovare uno stramaledettissimo sceneggiatore con i controcoglioni che gli metta nelle mani una storia che farà esplodere il mondo dell’animazione giapponese. Io ci spero ancora, ed è la stessa speranza, ahimé sempre più flebile, che ho nei confronti del Maestro Michael Bay: quanto vorrei una sceneggiatura solidissima da far detonare con infinite palle di fuoco reali senza CGI? Lo so già, è inutile che me lo diciate, sono solo sogni mostruosamente proibiti.

 
Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 6,5
Mezzo passo indietro rispetto a Your Name.. Solito spunto iniziale davvero interessante, per il resto la storia regala pochi sussulti e procede col pilota automatico. Personaggi poco più che cliché abbozzati, per il resto c’è uno scarso approfondimento che mi ha lasciato con un retrogusto amaro.
Musiche: 7
Ottima colonna sonora, diamo pure il bentornato ai Radwimps, che offrono una prestazione solida, anche se non ho trovato i pezzi cantati veramente memorabili.
Regia: 8,5
Secondo mezzo passo indietro. Intendiamoci: visivamente è un film sbalorditivo, come quasi tutti quelli di Shinkai. Purtroppo più di una scena presenta dei cali di qualità, probabilmente dovuti ad una maggiore fretta realizzativa.
Ritmo: 7
Parte benissimo, rallenta nel mezzo, accelera sul (doppio) finale. Nulla di nuovo, Shinkai ci regala spesso situazioni del genere. Non è noioso, altro punto a suo favore, esattamente come con Your Name.
Violenza: 5
Poco da segnalare. Qualche scena drammatica stile yakuza-movie, che per me hanno pure stonato nel contesto in cui sono state inserite, ma niente di trascendentale.
Humour: 5
Film decisamente serio, giusto qualche scenetta simpatica ma niente di più.
XXX: 1
Nulla da segnalare. 
Voto Globale: 7,5
Per gioco, ho confrontato i voti che ho assegnato a Weathering with you con quelli dati a Your Name., d’altronde il paragone tra i due film è inevitabile. Tranne qualche eccezione, in media qui c’è un punto di voto in meno in tutte le sezioni. Non è certamente un caso, per me non siamo ai livelli del predecessore, vuoi perché avevo aspettative enormi, vuoi perché non ho trovato dei significativi miglioramenti nei soliti, noti punti deboli di Shinkai, anzi, l’impianto narrativo nell’ultima prova ne esce leggermente indebolito. Makoto Shinkai poteva fare un balzo, invece è indietreggiato. Più volte ho citato l’espressione comfort zone per spiegare cosa intendo, e lo ribadisco anche in sede di commento. Shinkai non ha voluto osare e questo è il risultato. Mezzo voto in più come punteggio bonus per i fondali e i disegni, sono un valore aggiunto che non è possibile ignorare. Gli effetti della pioggia sono incredibilmente immersivi: ve ne renderete conto con i vostri stessi occhi!

venerdì 15 dicembre 2017

Descendants of the Sun (Drama, 2016) | Recensione

Descendants of the Sun
Voto Imdb: 8,6
Titolo Originale:Tae-yang-ui hu-ye
Anno:2016
Genere:Drammatico / Sentimentale / Commedia / Azione
Nazione:Corea del Sud
Regista:Lee Eung-bok, Baek Sang-hoon
Cast:Song Joong-ki, Song Hye-kyo, Jin Goo, Kim Ji-won

Una delle scene topiche di Descendants of the Sun,
immagine che non a caso compare ovunque, locandina inclusa.
E alla fine, il Giampy si è cimentato in qualcosa di totalmente diverso dalle sue solite visioni.

Un drama.
Coreano.
Romantico.
Strappalacrime.

E sapete qual è la cosa più inquietante di tutte? Se lo è pure sciroppato in pochi giorni, sottoponendosi ad estenuanti maratone davanti allo schermo.

No, cazzo, non va bene, non va bene per nulla.

Partiamo dall'inizio. Rullo di tamburi!
Prima di tutto, rispondiamo a tre domande introduttive.
1) Cos'è un drama?
2) Perché proprio Descendants of the Sun?
3) Cosa si intende per coreanata?

La prima risposta è molto semplice: in parole povere, è il corrispondente asiatico dei telefilm così come li conosciamo noi. In questa sede si parla principalmente di dorama, termine giapponese abbreviato dall'inglese Television Drama che indica il sottogenere di fiction televisive, discretamente standardizzate nella formula, dove a cambiare può essere il genere (commedia scolastica, storico in costume, horror, fantascienza, poliziesco, thriller, etc.), la storia, la presenza o meno di una o più sottotrame romantiche, l'ambientazione. Scendendo ancora più nello specifico, in questa recensione sto parlando di un k-drama, parola che indica un drama di origine coreana (del sud), simile nella concezione al j-drama giapponese, che solitamente si differenzia per un budget più elevato e una vicinanza sempre più pericolosa al concetto di soap opera. Una buona fetta del target è infatti femminile, non è un caso che vengano presi a manate ragazzi e fighetti di gruppi k-pop (corrispettivo coreano del j-pop, a sua volta definibile come genere pop giapponese di gruppi di bellocci e bellocce in stile One Direction, tanto per capirci). Altro aspetto peculiare è il fatto che le riprese vengono fatte quando la serie è già in onda, per permettere alla produzione un eventuale cambio di rotta di trama e personaggi a seconda della risposta e delle preferenze del pubblico. 
Ed eccoci quindi a rispondere alla seconda domanda. In realtà i motivi sono due. Descendants of the Sun è stato il k-drama di maggior successo del 2016, forse anche degli ultimi anni, capace di superare i confini nazionali e di far parlare di sé anche in America e nel resto dell'Asia, specialmente in Cina dove è stato trasmesso in contemporanea con la Corea. Il suo successo non è stato solo di critica e di spettatori: il drama è stato una possente macchina da soldi (si parla di proventi totali, diretti ed indiretti, di oltre 880 milioni di dollari!). Tutti i prodotti reclamizzati al suo interno - lucidalabbra, auto (casualmente tutte Hyundai), vestiti, locali di tendenza - hanno avuto un incremento di vendite enorme proprio grazie al serial. Il secondo motivo è questo:


Devo confessarvi una cosa: complice La Moglie, in realtà non sono nuovo al mondo dei drama, sia giapponesi che coreani. Già in passato me ne ero sciroppato diversi, gradendoli moderatamente quasi tutti. Restando nell'ambito coreano, me ne ricordo giusto due: My Lovely Sam-soon (Nae ireum-eun Kim Sam-soon, 2005) e Full House (id., 2004). Di entrambi ho un bel ricordo, ovviamente offuscato dal fatto che sono passati diversi anni dalla loro visione. Proprio del secondo nominato, l'attrice principale è proprio lei, Song Hye-kyo, la donna delle immagini di prima nonché co-protagonista di Descendants of the Sun. Sembra quasi uno scherzo del destino, eppure è così!
Infine, in quel periodo ho iniziato a seguire anche film coreani - non solo drama, quindi - ed insieme a La Moglie abbiamo coniato un termine: "coreanata". C'è una storia che parte allegra, divertente e spensierata? Verso la fine arriva un male incurabile che si porta via il o la protagonista. Più in generale, con "attenzione alla coreanata!" intendiamo scherzosament un improvviso cambio di registro, che solitamente inizia brioso e frizzante, e che termina impietosamente in una valle di lacrime. A quanto pare, ai coreani - più di altri, giapponesi e cinesi di Hong Kong inclusi - piace mischiare nella stessa storia commedia e dramma, rendendo più difficile tracciare con certezza il solco che separa una storia divertente da una drammatica. Ve lo dico per esperienza: se un film o un drama coreani vi vengono spacciati per "commedia", non fidatevi, la coreanata è sempre dietro l'angolo. Ora che inizio col parlare di Descendants of the Sun, vi metto subito in guardia: è una commedia, è un polpettone romantico, ha qualche (ovvia nonché telefonata) coreanata. Non ditemi che non vi ho avvisato.
Un'altra nota prima di partire, che avrei dovuto scrivere qualche riga prima: i nomi coreani sono per me terribilmente ostici, non riesco a memorizzarne mezzo (al contrario di quelli giapponesi); sappiate che seguirò il loro uso, scrivendoli nel loro ordine: sembrano tre nomi ma il primo è sempre il cognome (o nome di famiglia) e gli altri due sono il nome. E vai di copia & incolla a manetta.

Descendants of the Sun - Trama
Song Joong-ki nella parte di Yoo Si-jin
Campo militare sul confine con la Corea del Nord. La Squadra Alfa, un'unità speciale delle forze armate sudcoreane, è impegnata nel recupero di alcuni ostaggi finiti nelle mani di un gruppo di militari nordcoreani. All'interno di una catapecchia sperduta in mezzo al nulla, avviene la risoluzione: il Capitano Yoo Si-jin (Song Joong-ki) ingaggia un duello serratissimo con il comandante nordcoreano Ahn Jung Joon (Ji Seung-hyun), mentre intorno a loro i subalterni fanno lo stesso, tra cui il Sergente Seo Dae-young (Jin Goo), amico fraterno dello stesso Yoo Si-jin. Lo scontro è spettacolare, volano schiaffi, coltellate, colpi di pistola: il risultato è incerto fino alla fine quando, pur subendo una brutta ferita, con scatto felino ed abile mossa Si-jin riesce ad immobilizzare l'avversario, che si arrende: tra i due nasce un tacito nonché reciproco rispetto, quello che si dà ad un antagonista leale e corretto. Gli ostaggi vengono liberati e al comandante Ahn viene concesso di tornare in Nord Corea.
Il loro primo incontro.
Va' come fa il gradasso, lui...
Stacco di scena, vediamo Si-jin e Dae-young passeggiare per le vie di Seoul, per godersi qualche giorno di riposo dopo l'operazione. All'improvviso un ladruncolo da strapazzo ruba loro un cellulare e il duo lo insegue per riprendersi il maltolto; fatalità vuole che il ragazzo s'infortuni cadendo dal motorino e viene scortato in ospedale dai due militari, che non vogliono perderlo di vista. A prestare le prime cure è la dottoressa Kang Mo-yeon (Song Hye-kyo), che lavora come chirurgo nell'ospedale Haesung. Per Si-jin è un vero e proprio colpo di fulmine: invaghitosi della dottoressa, inizia a provarci sfoderando tutte le sue armi da battaglia: charme, battute di spirito, faccine sorridenti, galanteria... sempre mantenendo un alone di mistero sul suo lavoro, perché protetto dal segreto di Stato. Altrettanto ovviamente, Mo-yeon rimane colpita dal ragazzo ed accetta di uscire con lui. I due cominceranno a conoscersi meglio, a comprendersi... a piacersi. Purtroppo, però, i loro appuntamenti sono sempre interrotti dalle chiamate improvvise della Squadra Alfa, che obbligano Si-jin a sparire e a lasciare sola Mo-yeon. Quando lei apprende che lui è un soldato, i dubbi la assalgono tormentandola: lei sa benissimo di aver prestato il Giuramento di Ippocrate, la sua missione è quella di salvare le vite delle persone, chiunque esse siano, a prescindere da sesso, razza e religione... quelle che un soldato è obbligato ad uccidere dietro un ordine, anche se magari lo fa "solo" per difendere la Patria. All'ennesima sparizione di Si-jin, Mo-yeon decide di troncare la relazione che stava per nascere: troppi dubbi, troppe verità omesse, troppa... incompatibilità con il suo modo di pensare. A malincuore, Si-jin accetta la decisione della donna e parte per una lunga missione in terra straniera, Urk, immaginario stato balcanico dove ancora oggi c'è la guerra (qualcuno lo paragona all'Iraq, ma più volte i personaggi lo posizionano vicino alla Grecia, dove peraltro sono state realmente effettuate le riprese). 
Otto mesi dopo, la carriera di Mo-yeon prende una svolta improvvisa: il direttore dell'ospedale la invita del suo ufficio, la molesta goffamente e rimedia un sonoro rifiuto accompagnato da un altrettanto sonoro ceffone. Questa reazione comporta grossi guai: il direttore se la lega al dito e alla prima occasione si libera della dottoressa. Casualmente, su Urk diventa necessario mandare aiuti umanitari dalla Corea e creare una struttura medica partendo da zero. Chi viene mandata come responsabile? Ovviamente Mo-yeon, che si trova catapultata dall'altra parte del mondo da un giorno all'altro. Chiaramente, non appena arriva nell'inospitale aeroporto di Urk, trova ad aspettarla proprio Si-jin. 
Il campo di Urk dove si svolge gran parte della storia.
Da questo momento inizia un lungo arco narrativo che occuperà buona parte dell'intero drama (almeno 12 episodi su 16), dove assisteremo a molte storie che si intrecciano fra di loro, la più importante delle quali riguarda il tormentato rapporto tra il Sergente Seo Dae-young (l'amico di Si-jin, lo ricordo - i nomi coreani sono un casino, ve l'avevo detto?), innamorato ricambiato del Primo luogotenente Yoon Myeong-joo (Kim Ji-won), che ha il piccolissimo problema di essere la figlia del generale superiore di Si-jin e Dae-young: l'ostacolo più grande diventa quello di farsi accettare dal padre di lei e Dae-young, ligio al dovere fino al parossismo, non riesce a vedere una via di uscita dalla situazione in cui si sono cacciati. Vedremo poi nascere e crescere la clinica diretta da Mo-yeon, impareremo a conoscere gli altri dottori membri dell'equipe, assisteremo alla comparsa di alcuni personaggi cattivi, viscidi e squallidi, e comparteciperemo ad eventi straordinari e toccanti che metteranno a dura prova la tenacia e le capacità di tutti i protagonisti (un terribile terremoto, la conseguente epidemia, la guerra, attacchi terroristici). Insomma, di carne al fuoco ce n'è tanta - forse troppa - e gran parte di essa sarà vissuta dagli occhi di Si-jin e Mo-yeon. Sappiate che non mancheranno occasioni per infilarci delle coreanate belle e buone.

Mexican stand-off: la prima grossa crisi da risolvere a Urk.
Descendants of the Sun - Commento (no spoiler)
Sortilegio (cuoricino)
Sono costretto ad ammetterlo quasi a malincuore: sono rimasto vittima del malefico incantesimo di questo drama. Mi ha preso fin dall'inizio e me lo sono gustato quasi senza fiatare fino all'epilogo. Il tutto chiudendo un occhio, a volte entrambi, di fronte ai suoi macroscopici difetti, che non ho però trovato così mortali da farmi smettere di guardarlo. Posso sembrare incoerente rispetto ad altre recensioni in cui vi ho raccontato di quanto spesso alcuni evidenti difetti mi abbiano reso indigesta la visione, ma onestamente devo dirvi che tutte le riflessioni e le critiche sono iniziate quando ormai avevo già finito la visione. Mentre guardavo gli episodi, avevo solo un pensiero fisso: quello di sapere come sarebbe andata a finire la storia. La trama non riserva grosse sorprese, anzi direi che è abbastanza telefonata, ma con una produzione coreana, porco cazzo, devi (l'imperativo è d'obbligo) aspettarti la solenne e bastarda coreanata dietro l'angolo. Per questo motivo sono rimasto in guardia con le antenne drizzate fino alla fine: "sempre all'erta, Sugar!" L'incantesimo, tra l'altro, non è solo dato dal perverso meccanismo da soap opera che comporta un cliffhanger alla fine di ogni due episodi circa, con l'intento di aprire mini archi narrativi che seguono il collaudato schema: pericolo-azione-risoluzione-avanzamento del rapporto dei protagonisti-nuovo pericolo e così via, ma anche se non soprattutto dagli sguardi di Song Hye-kyo. Non posso dilungarmi troppo su questo aspetto perché ne va della mia incolumità psico-fisica causa La Moglie, ma qualcosa voglio dirla lo stesso. Mo-yeon (e quindi l'attrice, classe 1981) è ultratrentenne e non fa niente per nascondere la sua età; a pensarci bene, è un aspetto decisamente in contrasto con molti drama dove ad essere protagoniste sono ragazze ventenni o poco più, che fanno leva sulla propria avvenenza e gioventù. Song Hye-kyo ha dalla sua un volto ordinario, certo, dai tratti delicati (enfatizzati dal trucco e dalla frangetta sbarazzina), a cui si aggiunge un innato senso dello stile (merito dei costumisti, sicuro). Il risultato è quello di una donna di classe, per nulla volgare, diventata una vera e propria icona di stile per eleganza. L'attrice ha poi aggiunto al personaggio un insieme di fragilità e risolutezza, il cui mix è risultato ai miei occhi terribilmente efficace. Per onestà intellettuale devo dire due cose: 1) Per molti, La Moglie inclusa, l'attrice risulta antipatichina e non sempre nella parte 2) Il pubblico di questo drama in particolare è prevalentemente femminile, e gli occhi sono tutti puntati prima sull'attore Song Joong-ki, poi sui soldati coreani che si allenano (infatti c'è qualche scena ironica di puro fan service indirizzato alle ragazze). A causa di questi due aspetti ritengo il giudizio su Hye-kyo poco equilibrato come, d'altronde, lo è il mio da un punto di vista diametralmente opposto. Non è un caso se i due registi abbiano preferito abbondare (non è un eufemismo) con i primissimi piani dell'attrice, sia nei momenti allegri che, soprattutto, in quelli drammatici dove si deve sforzare a far rotolare qualche lacrima.

Intensità, perdinci!
Al di là di tutta questa pappardella che prova un po' a spiegare l'effetto che mi ha fatto il serial, devo aggiungere qualche altra considerazione. La prima è che Descendants si è rivelato un prodotto leggermente diverso da altri drama simili: la qualità audiovisiva a mio avviso è assolutamente superiore. L'immagine non è smarmellata né traballante (se non nelle scene di guerra, effetto voluto), le inquadrature hanno un taglio più cinematografico che televisivo, infatti le sequenze meglio riuscite danno più l'idea di guardare un film che uno sceneggiato. Molte transizioni di scene sono curatissime e ben studiate, parlo proprio di carrellate e stacchi di scena. La colonna sonora è molto curata e intervalla pezzi orchestrati ad altri ricchi di k-pop semplice, martellante ma terribilmente orecchiabile. Le tre o quattro canzoni principali vi rimbomberanno in testa per tanto tempo, anche a causa dell'elevato numero di volte in cui vengono propinate in sedici episodi. Ci sono, come detto, alcune sequenze che superano le altre per distacco in termini di resa e pathos: quella del terremoto e di come si svolgono le successive operazioni di salvataggio, quella della prima crisi diplomatica arabo-coreana (non dico altro per spoilerare), o la resa dei conti con uno dei cattivi, il comandante Argus.
Si-jin e Dae-young
La fortuna di questo serial è data anche da tutti gli altri personaggi comprimari. Come storia romantica è addirittura forse più interessante quella di Dae-young e Myeon-joo, ma altrettanto forti sono i medici colleghi di Mo-yeon, sui quali si appoggiano i momenti di ilarità e di distensione. L'intera storia è permeata da una sottile vena di commedia, che viene lasciata da parte nei momenti più drammatici, ma che non manca mai fino alla fine. Occhio però che la comicità è quella orientale, difficilmente a noi occidentali farà strappare sonore risate anche se alcune scene sono ben riuscite nonostante tutto. Un altro aspetto a cui ci si deve abituare il prima possibile se è la prima volta che si segue un drama orientale, è la recitazione. Dimenticatevi i telefilm americani, serrati e mediamente ben recitati o, meglio, più vicini a quello che solitamente vediamo nei film. Qui è più facile incappare in espressioni da macchietta, più vicine a Un posto al sole o Don Matteo, non so se rendo l'idea. Semplicemente, abituatevi e passate oltre.
Lee Chi-hoon (Onew). Per pietà.
Un esempio è un personaggio secondario ma ricorrente, il medico bamboccio Lee Chi-hoon: è infatti interpretato da Onew, il cantante dei SHINee, una band k-pop ovviamente famosa in patria. Beh, all'inizio è davvero disastroso come attore, ad incutere pietà non è il personaggio ma proprio lui nella sua interpretazione. Poi, per sua fortuna, nel tempo migliora leggermente fino a portare il lavoro a casa, ma resteranno sempre impresse nella memoria i suoi pianti esageratamente finti ed irritanti, di una pochezza veramente unica.
Proseguendo con i difetti, non posso non rimarcare un eccessivo ricorrere al tema del patriottismo (militare) e del senso del dovere dei soldati. Qualcuno poi parla di scarsa crescita dei personaggi principali, io non sono pienamente d'accordo (ma per spiegarmi meglio dovrò scrivere nell'apposita sezione Commenti con spoiler, più avanti), ma sono dell'idea che i principali difetti del serial siano invece i seguenti:
1) Si ha bisogno di una grossa... grossa... davvero grossa sospensione dell'incredulità in alcune scene, che risultano troppo forzate, pretestuose e ficcate solo per suscitare il groppo in gola. Ci sono inoltre degli sfondoni scientifici che anche un non laureato in medicina riesce a cogliere e ad inorridire a causa loro.
2) La trama non solo è lineare e priva di veri colpi di scena che facciano rimanere lo spettatore con la bocca spalancata, ma presenta anche dei buchi grossolani di sceneggiatura, in aggiunta a salti logici non da poco che inevitabilmente faranno storcere il naso. Ci si è spesso soffermati sulla facile presa emozionale, mettendo da parte scelte più razionali e funzionali. Peccato davvero, sarebbe bastato poco per raddrizzare il tiro.
Quello che resta al termine della visione è, in ogni modo, la cosa più importante. Quando ho finito la visione di Descendants of the Sun, inesorabilmente sono stato cullato da un malinconico senso di vuoto: succede solo quando qualcosa mi è piaciuto davvero e l'ho divorata troppo velocemente, diviso tra il voler viaggiare con i protagonisti e il bisogno quasi fisiologico di vederne la conclusione. Sì, mi sono mancati i paesaggi di Urk, le risate dei medici e dei soldati, gli sguardi di Hye-kyo e il sorriso beffardo di Joong-ki. Lo scopo di un drama simile è quello di emozionare: lasciatemelo dire, con me ci è riuscito in pieno, facendomi riscoprire più tenerone e romantico di quello che pensassi. Che sia un pregio o un peccato mortale, lascio a voi la scelta...

L'isola di Zante: ottima scelta come location.
Diverse scene si svolgeranno vicino al misterioso relitto di Zante.

Nota importante! Il prossimo paragrafo contiene un approfondimento sui personaggi e su alcune critiche: dal momento che saranno presenti numerosi spoiler (compreso il finale), leggetelo solo dopo la visione o se non avete intenzione di vedere il drama (in tal caso, mi domando che minchia ci facciate a questo punto della lettura perché di sproloqui ne ho scritti fin troppi!)

Descendants of the Sun - Commento (spoiler alert!)
Emotività.
Messa da parte l'emotività e fatto sì che un pizzico di razionalità entri in campo, non è possibile tacere dei difetti più evidenti del serial. E vorrei andare al di là di alcune problematiche tipiche del genere delle quali non si può fare a meno, ovvero la necessità di allungare la storia per riempire 16 episodi; questo comporta l'inserimento di nuovi personaggi, situazioni più assurde, finali multipli, l'abbandono di alcune microtrame a discapito di altre e così via. Il fatto che, contrariamente ad altri drama coreani più famosi, Descendants sia stato girato tutto prima della trasmissione, può essere visto sia positivamente che negativamente: se da una parte la storia è uscita esattamente così come la volevano l'ideatrice e sceneggiatrice Kim Eun-sook insieme al co-sceneggiatore Kim Won-seok senza le ingerenze dei fan, d'altra parte non è stato possibile fare eventuali correzioni che ne avrebbero potuto - forse - migliorare la qualità finale.
Dottoressa.
Tornando alle critiche più ricorrenti, vorrei soffermarmi su un aspetto: la presunta mancanza di crescita dei due personaggi principali. Secondo me non è un'affermazione del tutto corretta, soprattutto se riferita a Mo-yeon. Fra tutti, è proprio Si-jin quello che rimane granitico nelle sue convinzioni: era un soldato abile e affidabilissimo con un forte senso dell'onore già all'inizio e lo è anche alla fine; il suo modo di porsi verso Mo-yeon non cambia di una virgola, nemmeno quando lei lo respinge o lo scarica più volte non riuscendo ad accettare una vita piena di dubbi e con il terrore che, un giorno, potrebbe non rivedere più il ragazzo perché caduto in battaglia. Lui è sempre lì, pronto ad aiutarla o ad accettare la sua decisione, convinto che lei, prima o poi, lo accetterà. Intendiamoci: è un bel personaggio, ben definito fin dall'inizio, ma che non ha una vera e propria crescita. È carismatico, è figo, è un eroe, ma è anche un archetipo costruito apposta per piacere così com'è. Diversa è proprio Mo-yeon: è lei ad avere i dubbi, è lei che in definitiva deve prendere una decisione, che potrà maturare soltanto dopo un percorso in cui anche le avversità giocano un ruolo importante; senza trascurare il dover conciliare la professione di Si-jin con il suo credo di medico chirurgo. E, secondo me, la dottoressa non è nemmeno, almeno non del tutto, il solito personaggio femminile indifeso e bisognoso di essere tratto in salvo. Certo, c'è la scena topica contro il cattivo Argus che la tiene prigioniera e dovrà essere salvata da Si-jin, ma ricordiamoci sempre che lei è una dottoressa e lui un soldato. Più volte Mo-yeon ha dimostrato di essere forte, risoluta, in grado di prendere anche decisioni drammatiche (una delle scene per me più belle è quando deve decidere quale ferito dovrà salvare dopo il terremoto: la salvezza di uno comporterà la morte inevitabile dell'altro, per colpa di una grottesca situazione che li lega indissolubilmente l'uno all'altro). E, in definitiva, la decisione se iniziare una vera storia sentimentale con Si-jin spetta solo a lei, con lui in attesa passiva e speranzosa di un sì. Care le mie sciacquette che criticate tanto solo perché fan di Song Joong-ki: per una volta iniziate ad usare il cervello.
Myeon-joo e Mo-yeon (cacofoniaaa)
Gli altri problemi del drama si riconducono alla trama (beccatevi questa rima). Per quanto mi riguarda, se fosse finito alla puntata 12, esattamente al termine dell'arco narrativo di Urk, sarebbe stato comunque perfetto perché in quel momento gran parte dei nodi si sono già risolti e altri si sarebbero potuti sistemare in anticipo con qualche piccolo accorgimento. Per quanto gli ultimi quattro episodi presentino situazioni di altissima qualità, prima su tutte il ritorno del capitano nordcoreano Ahn (uno dei personaggi meglio riusciti in assoluto), non mi è piaciuto il voler far quasi morire Si-jin nella puntata 13 e il farlo morire nella puntata 15, la penultima, costruendoti il più banale dei colpi di scena nell'ultimo capitolo (toh, non è morto davvero, ma dai?!). Mi fai 13 puntate in cui è praticamente infallibile ed immortale, poi quasi schiatta per colpa dei traditori nordcoreani, dopo magicamente torna abile e combattivo per risolvere la crisi politica meglio di Jason Bourne o Ethan Hunt quando invece dovrebbe essere immobile sul letto dell'ospedale, e infine me lo fai morire in battaglia nuovamente dall'altra parte del mondo? Suvvia, questo è stato il classico mezzuccio da telenovela costruito apposta per far versare lacrime su lacrime a Mo-yeon e a Myeon-joo (sì, risulta morto pure l'amico Dae-young), far loro elaborare il lutto per un anno intero, per poi farli re-incontrare in Albania in una scena ai limiti dell'assurdo con tanto di annessa nevicata clamorosa su Urk, in confronto alla quale è più credibile vedere il sottoscritto sulla copertina di Vogue. Ecco, una trama tutto sommato discretamente costruita inciampa grandiosamente proprio nel finale; l'happy end c'era già stato due volte (quando Mo-yeon accetta definitivamente Si-jin e quando lui, in fin di vita, viene salvato proprio dalla dottoressa, scena che tutti, più o meno, si aspettavano), che bisogno c'era di allungare così la brodaglia? Fermo restando che se avessero piazzato la coreanata definitiva negando il lieto fine, avrei molto probabilmente scagliato il monitor fuori dalla finestra anche se sarebbe stato un colpo di scena più che memorabile.
Hye-kyo piazzata a caso qui.
Ultima grossa critica è l'aver creato dei personaggi interessanti ma che purtroppo non sono stati adeguatamente sviluppati: il dottore meccanico tuttofare Daniel Spencer è quello che mi viene in mente per primo. Misterioso, capace, pure discretamente figo, con un background che avrebbe potuto permettere di costruire una linea narrativa stuzzicante. Invece Daniel diventa un semplice e banale deus-ex-machina che deve risolvere alcune situazioni al momento giusto. Magari la storia ne averebbe beneficiato se ci si fosse soffermati meno su momenti esageratamente drammatici (l'epidemia, per esempio, che ho trovato abbastanza risibile) o su dialoghi inutilmente allungati, per poter dare più spazio al meccanico e a sua moglie di origini russe Ye-hwa.
Si può, infine, criticare l'eccessiva attenzione data all'aspetto para-militare dei personaggi, con una neanche tanto velata apologia dell'esercito coreano, rafforzando implicitamente un innato patriottismo dei cittadini coreani. Beh, se a me non dà fastidio Micheal Bay, che su questo punto martella niente male, figuriamoci se vado a storcere il naso in questa sede, su un aspetto che per me è molto marginale. Detto in parole povere: non me ne frega una beneamata cippa di niente.
Yoon Myeong-joo (Kim Ji-won)
Bene tutto il resto, invece! Il Sergente Dae-young (l'amico di Si-jin, lo ricordo più a me stesso che a voi... rido) è per esempio un punto focale della storia. Si può parlare anche di una sorta di bromance tra lui e l'amico superiore (non sono del tutto convinto di questo aspetto, ma ci può stare), quello che colpisce è la sua incredibile ottusità: parco di parole, fa fatica ad esternare i suoi sentimenti e si rifugia nel suo grandissimo senso dell'onore, tutto l'opposto di Myeon-joo, che non fa nulla per nascondere i suoi pensieri. Il contrasto funziona bene e rende interessante una storia che va avanti di pari passo a quella principale per tutta la durata del serial.
Riassumendo in poche parole, la vera forza di Descendants è data proprio dai personaggi e dalle loro interazioni; è l'abilità di aver creato un gruppo coeso insieme al quale vivere le grandi vicende di cui spesso sono spettatori insieme a noi, talvolta anche parte attiva. Funziona, funziona davvero pur con tutti gli inciampi di cui ho parlato poco prima.

Descendants of the Sun - Conclusioni
L'alchimia di SongSong
Qui in Italia difficilmente possiamo percepire l'importanza che questo drama ha avuto in Corea e in Asia, Cina soprattutto. Io stesso mi son dovuto documentare per capirci, come è ovvio che sia. Al di là dell'aspetto commerciale, che è stato quello più eclatante come già sottolineato, si può aggiungere qualcosa a livello sociale. La coppia SongSong, per esempio! Il nome fa volutamente sorridere, e fa riferimento al matrimonio reale - avvenuto il 31 ottobre 2017 - tra Song Hye-kyo e Song Joong-ki  (Mo-yeon e Sin-ji, repetita juvant). Innamoratisi sul set (la loro alchimia è evidente!), hanno mantenuto il rapporto segreto per fare poi l'annuncio a trasmissione terminata. Ora, dato che mi sono fatto prendere la mano, vi racconto pure un aneddoto buffo (eccovi l'Aneddoto Inutile del Giampy!) Il loro matrimonio è stato uno degli eventi mondani più chiacchierati dell'Asia; blindatissimo e iper segreto (i SongSong sono riservati, come biasimarli?), immaginate solo l'orda di droni sguinzagliati per tutta Seoul con lo scopo di scovarli e mandare in streaming  illegale l'evento. Ci è riuscita la società del marito dell'attrice Zhang Ziyi (famosa per La Tigre e il Dragone, e non solo), amica di Hye-kyo e invitata al matrimonio stesso, la quale si è poi dovuta prodigare in scuse per l'accaduto. Imbarazzo a profusione: solo in Corea succedono queste cose! (scherzo).

I SongSong esibiscono il costosissimo regalo di matrimonio del regista John Woo
(Song Hye-kyo è stata da lui diretta nel film The Crossing, 2014)

I SongSong annunciano il fidanzamento su Twitter
Facezie a parte, penso sia necessario spiegarvi come sono giunto al voto finale. Bisogna relativizzare - come faccio quasi sempre - e considerare che sto giudicando un prodotto diverso da un film per tanti motivi:
  • Serialità prolungata vs due ore di storia fatta e finita;
  • Recitazione orientale, diversa da quella a cui siamo abituati;
  • Concetto di drama, inteso qui nell'accezione più ristretta di soap opera;
  • Qualità visiva e budget solitamente inferiori rispetto ad un prodotto destinato al cinema;
  • Target specifico, qui indirizzato ad un pubblico prevalentemente femminile.
Ecco, alla base di tutte queste considerazioni, vi dico che Descendants of the Sun è un prodotto decisamente superiore alla media per distacco e, dato che riesce ottimamente nel suo intento più intimo, quello di emozionare, ecco spiegato come si arrivi ad un 8 secco che potrebbe essere visto come un voto esagerato rispetto allo stesso punteggio ottenuto da film indubbiamente superiori nella produzione, nella resa visiva, nel coinvolgimento personale. Un avvertimento fondamentale, però: se anche la sola idea di guardare una storia romantica vi fa venire l'orticaria, non esisterà niente al mondo che vi farà apprezzare questo drama, nemmeno tutti gli altri aspetti indubbiamente positivi presenti.


Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 6
Il voto è una media di tanti aspetti: ottima caratterizzazione dei personaggi, credibile lo svolgimento, pessimi momenti illogici e ricorso eccessivo dei soliti facili mezzucci strappalacrime, tipici del genere.
Musiche:
8
K-pop a profusione, di quello facile ed orecchiabile, piazzato strategicamente in modo da riempire ogni sequenza con lo scopo di rimanere in testa. Funziona, non posso negarlo.
Regia: 8
La regia è forse uno degli aspetti più convincenti del drama. Le riprese sono sempre chiare, gli effetti ben fatti (tenendo conto del budget), le sequenze studiate in modo ottimale e con molte chicche di qualità. I registi hanno fatto un ottimo lavoro, tanto da rendere il serial visivamente simile ad un film in più di un momento.
Ritmo: 6
Come è normale che sia, il ritmo è troppo altalenante. Ottime le fasi in cui c'è bisogno di tensione, due o tre belle scene concitate e tanti - forse troppi - dialoghi inutili a rallentare la narrazione. Anche questo è un difetto tipico del genere.
Violenza: 6
Sembrerà strana questa votazione, ma talvolta sembra di vedere una puntata di E.R. con sangue che zampilla allegramente, sequenze in sala operatoria e brutte ferite esibite gagliardamente. 
Humour: 6,5
Tutta la storia è attraversata da un sottile velo di commedia. Essendo però umorismo orientale, non sempre sarà in grado di farci ridere.
XXX: 0
Suvvia.
Voto Globale: 8
Descendants of the Sun, l'avrò già detto quattro o cinque volte, emoziona. Quello è il suo scopo, quello ha ottenuto. Vi rimando all'ultimo paragrafo del commento finale per le dovute spiegazioni a questo 8.


Neurone Numero 4 a rapporto! Song Hye-kyo
(come sempre, click per ingrandire)















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