venerdì 9 marzo 2018

The Foreigner (2017) | Recensione

The Foreigner
Voto Imdb: 7,1
Titolo Originale:The Foreigner
Anno:2017
Genere:Thriller, Drammatico, Azione
Nazione:Stati Uniti, Regno Unito, Cina
Regista:Martin Campbell
Cast:Jackie Chan, Pierce Brosnan, Rufus Jones, Katie Leung

Jackie Chan: la maschera triste che accompagna tutto il film
Ecco un Jackie Chan che non ti aspetti in un film strano, sporco, lontano anni luce dalla comfort zone dei film action adatti a tutta la famiglia a cui da sempre l'attore ci ha abituati. The Foreigner è un film che ci svela diverse storie, tutte unite tra loro da un neanche tanto sottile filo rosso, anzi verde perché si parla di Irlanda, IRA e macelli assortiti.
Pierce Brosnan (Liam Hennessy)
L'inizio è uno di quelli che non passano inosservati. Quan (Jackie Chan) accompagna la figlia Fan (Katie Leung) in un negozio di vestiti di Londra, proprio quando una bomba esplode in strada uccidendo diversi passanti, tra cui proprio la ragazza mentre lo stesso Quan, pur malconcio, si salva. L'immagine del padre che abbraccia il cadavere ustionato di Fan è straziante e fa il giro della stampa e delle tv britanniche. L'attentato viene rivendicato da un fantomatico gruppo terroristico che si autodefinisce L'Autentica IRA. Passano i giorni e Quan non riesce a darsi pace: egli è un mite proprietario di un ristorante cinese a Londra, ma vive ossessionato dalla vendetta che lo divora dentro. Vuole giustizia e vuole i nomi di chi ha ucciso sua figlia. Prima si reca negli uffici di Scotland Yard, dove cerca di corrompere con una bella mazzetta di soldi (i risparmi di una vita intera) l'ufficiale Richard Bromley (Ray Fearon), ma ovviamente il poliziotto si rifiuta per ragioni di pubblica sicurezza, promettendo il massimo sforzo per scovare i terroristi. Poi si concentra su Liam Hennessy (uno strepitoso Pierce Brosnan), attuale Primo Ministro dell'Irlanda del Nord, con un burrascoso passato di militante dell'IRA, diventato nel tempo un politico alla ricerca del dialogo al posto delle bombe. Dopo giorni di stalking e appostamenti, prima telefonici e poi reali, Quan riesce a parlare a Hennessy, che nega ogni suo coinvolgimento. Ma il cinese non gli crede: è convinto che il politico gli nasconda qualcosa e che conosca veramente chi c'è dietro l'attentato. Lo stalking diventa ossessione e si trasforma in una letale minaccia. Prima gli fa saltare i cessi dell'ufficio con una brutale bomba artigianale come avvertimento, poi lo pedina facendogli capire di conoscere la sua amante (ovvio, no?), infine lo insegue nella casa di campagna fuori Belfast dove Hennessy era convinto di trovarsi al sicuro. Una semplice richiesta di nomi si trasforma quindi in una spietata caccia all'uomo, mentre intorno a loro il mondo britannico si trova nel pieno di una crisi vera e propria a causa di altri attentati del gruppo terroristico, di giochi e doppi giochi, tradimenti e politica ai piani alti in cui molti, se non tutti, sono costretti a sporcarsi le mani. E tutti, chi più, chi meno, hanno un passato oscuro che piano piano viene rivelato agli spettatori.
Una delle poche scene davvero action
The Foreigner, lo avrete capito, non è un film facile; è lento con improvvise accelerazioni, è politico e drammatico ma poco action, parla di intrighi e di nefandezze varie, e soprattutto si poggia su tre nomi attorno cui ruota tutto il resto: Pierce Brosnan, innanzitutto, che è il vero protagonista del film; Jackie Chan, che si è ritagliato un ruolo drammatico e diametralmente opposto al suo personaggio standard; infine, Martin Campbell, il regista del film. Partiamo da Hennessy: il personaggio è innanzitutto ben costruito, parte come pulito ma ben presto rivela lati oscuri dovuti al suo passato; può essere spietato o magnanimo, può voler davvero la pace ma è lucidamente convinto di poter perorare la causa irlandese con ogni mezzo. E, soprattutto, ha un'atroce pronuncia irlandese, vi suggerisco davvero di ascoltarlo in lingua originale perché Brosnan è stato davvero grandioso. Hennessy ha una moglie che forse non ama più, lei che in segreto lo accusa di non aver fatto nulla dopo la morte del fratello, combattente dell'IRA; ha un'amante che riserverà ovvie sorprese, e ha amici politici, ex-commilitoni, di cui pensava di potersi fidare. È a tutti gli effetti un uomo profondamente solo. Jackie Chan, nella parte di Quan, è invece strano. Non sorride mai, parla pochissimo (in fondo fa la parte dell'immigrato, anche se con cittadinanza britannica), agisce nel nome dell'ossessione che lo muove, la vendetta, tutto il resto non conta. Soprattutto, è un uomo abituato ad uccidere, e lo farà senza rimorsi particolari. Vi assicuro, questa maschera compassata e spietata, anche invecchiata, vi sorprenderà. Non è più Jackie, e posso aggiungere: era ora. Basta ruoli tristi in film altrettanto tristi a cui Chan ci aveva abituato, purtroppo, negli ultimi anni. Le scene action, chiaramente ben fatte, sono giusto un paio, c'è qualche acrobazia che un umano non riesce a fare ed un sessantenne Chan ancora sì, ma non si va oltre questo. Ci voleva un ruolo di rottura, ed è arrivato nel film giusto con il regista giusto. Che dire di Martin Campbell? Penso che i suoi lavori precedenti parlino da soli: Fuga da Absolom (1994), La maschera di Zorro (1998), Lanterna Verde (2011), per citarne alcuni; ma su tutti, GoldenEye (1995) e Casino Royale (2006), quest'ultimo a mio avviso uno dei migliori James Bond di sempre. Curioso notare come GoldenEye fosse il primo 007 con Pierce Brosnan, che Campbell si è ritrovato come co-protagonista in The Foreigner. La mano solida di Campbell si fa ben vedere: è un regista che non ama tanti fronzoli, è diretto, quasi asciutto; i suoi film lasciano spazio agli attori e ai personaggi, senza troppe lungaggini. Vi assicuro che è un pregio che io apprezzo molto. Complice una sceneggiatura appena discreta (ci torno), i personaggi prendono vita quasi da soli e riempiono le scene più delle sequenze action; il risultato finale è appunto strano, a tratti perfino noioso, ma mai banale. C'è un aspetto, per esempio che mi ha colpito molto, ed è uno dei motivi per cui alla fine questo film mi è piaciuto nel suo gioco di attrarmi e respingermi allo stesso tempo. I personaggi - tutti, e dico veramente proprio tutti - sono profondamente negativi, se con questo termine manicheo intendiamo il gioco della divisione netta tra buoni e cattivi. Sono umani, certo, hanno le loro debolezze e motivazioni esclusivamente personali ad agire, ma non ce n'è uno per cui potremmo dire "è un eroe, è quello per cui compartecipo emotivamente". Lo stesso Quan dimostra una spietatezza sorprendente nel perseguire il suo unico desiderio di vendetta (soprattutto nella scena finale - no spoiler, tranquilli). 
No spoiler, no resa dei conti finale - tranquilli.
The Foreigner, purtroppo però, non è tutto rosa e fiori e presenta alcuni difetti che ne minano la fruizione. Il primo, enorme, è la sceneggiatura, che presenta imprecisioni e sfondoni grossolani, oltre al fatto che richieda una enorme sospensione dell'incredulità: certi passaggi sono talmente forzati e poco plausibili da far sbottare in un "ma dai, non esiste!"; ci sono alcuni salti logici che poco funzionano e diverse scene sono appiccicate tra loro con uno scotch di bassa qualità, di quelli che trovi nei multistore cinesi di periferia: senza sminuire nessuno, spero che l'esempio renda l'idea! Il secondo difetto è una lentezza di fondo che, soprattutto nella prima parte, affossa il ritmo perché si è posta molta attenzione all'aspetto politico; d'altronde era fondamentale per darci la giusta dimensione di Hennessy ma, ecco, avrei gradito uno snellimento di questa parte. 
In conclusione: se vi aspettate il classico film alla Jackie Chan, resterete tremendamente delusi, anche se dubito possiate provare una delusione maggiore di quella data da film del calibro di Skiptrace - Missione Hong Kong (2016), Kung-Fu Yoga (2017), The Karate Kid - La leggenda continua (2011), Operazione Spy Sitter (2010), uno peggiore dell'altro dove il nostro Jackie dimostra l'inesorabile avanzare del tempo e, purtroppo, una scelta di ruoli non perfettamente di primo piano. Come ho scritto poche righe prima, The Foreigner è stata invece una scelta perfetta di ruolo, film, atmosfera: insieme a Pierce Brosnan in una delle migliori interpretazioni della sua carriera (vi sfido a contraddirmi), insieme ad una cupezza insolita, questo film potrebbe risultarvi una inaspettata sorpresa. Per me, promosso. (A La Moglie non è minimamente piaciuto, per esempio: altro punto a favore del film... ahr ahr ahr!)

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4,5
La scrittura dei personaggi è ottima, ma la storia  presta il fianco a storture e forzature davvero fuori luogo e poco plausibili. Il che è un peccato, anche tenendo presente che non è nemmeno originale, in quanto adattata dal romanzo The Chinaman di Stephen Leather (1992).
Musiche: 6
Uhm, direi senza infamia e senza lode, nulla di particolarmente memorabile o, al contrario, di fastidioso.
Regia: 7
La mano di Martin Campbell c'è e si vede anche in questa produzione "minore", soprattutto se confrontata al Casino Royale di un decennio prima. Il compito lo porta a casa dignitosamente, confezionando un bel film, crudo, cupo, non propriamente serrato ma ben costruito.
Ritmo: 6,5
Parte col botto, rallenta di brutto, ha improvvise accelerazioni. È, in ogni caso, un film lento.
Violenza: 5
Ci sono alcune scene di forte impatto (Quan che abbraccia il cadavere ustionato della figlia su tutte), per il resto non è splatter anche se fioccano sparatorie e Jackie Chan si improvvisa nonno Rambo in una sequenza nei boschi.
Humour: 4
No, cambiate film se cercate le scene buffe.
XXX: 1
Non lo zero assoluto, ma poco da rimarcare.
Voto Globale: 7
Fossimo stati al liceo, questo sarebbe stato il classico voto 6/7 che odiavo tanto (dal sei al sette, cosa minchia voleva dire?) ma che in effetti un piccolo senso ai tempi ce l'aveva: potenzialmente un buon film, a cui manca quel piccolo tocco per fare un vero salto di qualità. Rispetto alla produzione recente sconfortante di Jackie, un grosso, bel passo in avanti, dove il Nostro dimostra di essere anche attore drammatico e non solo un funambolico attore action. Promosso.

lunedì 22 gennaio 2018

The Horde (2016) | Recensione

The Horde
Voto Imdb: 4,1
Titolo Originale:The Horde
Anno:2016
Genere:Horror, Azione
Nazione:Stati Uniti
Regista:Jared Cohn
Cast:Paul Logan, Costas Mandylor, Tiffany Brouwer, Sydney Sweeney, Vernon Wells

Il cast delle vittime designate. Quello a sinistra sta già sulle palle così.
Mi dolgo e mi fustigo da solo. Questo è quello che succede quando non mi informo prima di guardare un film. La scena è la seguente: mi ritrovo in una di quelle serate di svacco totale sul divano, la palpebra già calante, la pargola incredibilmente calma già a letto, La Moglie in studio a finire un lavoro. Risultato: TV completamente a mia disposizione con assoluta libertà di scegliere un film tutto per me. FIGATA TOTALE MEGA GALATTICA! Il mio problema, al solito, è che in queste situazioni vengo travolto dal vortice del "E ora cosa minchia mi guardo?", ci sono decine di film che vorrei vedere ma che poi salto, vuoi perché la scintilla deve ancora scattare o, peggio, si è già spenta prima ancora di iniziare, vuoi perché alcuni film parcheggiati vanno visti rigorosamente con La Moglie, vuoi perché di altri ancora, presenti in archivio solo perché sono stato colto da bulimia accumulatrice, leggo il titolo e il cervello risponde con un encefalogramma piatto (del tipo: "Che cacchio ci fa questo film qui?"). Fatto sta che, dopo mezz'ora di tanto penare, vengo catturato dal titolo The Horde (2016) e mi si accende una lampadina: QUESTO!
Vi spiego in dettaglio il processo mentale, così capirete meglio. Tempo fa vidi un horror francese dal titolo The Horde (2009) e, devo ammetterlo, mi piacque parecchio. Parlava di poliziotti buoni, di poliziotti corrotti e di zombie cazzuti che infestano un palazzo. Un bel film teso, serrato, diretto bene, recitato altrettanto bene, con ottimi effetti speciali, cattivo il giusto e carismatico come pochi. Mi son detto: "il titolo non è una coincidenza, questo deve essere l'ennesimo remake americano. Vediamo cosa sono riusciti a fare", pigio PLAY e... lo sapete già e ve l'ho raccontato più volte, io se inizio a vedere un film devo arrivarne per forza alla fine.
Non l'avessi mai fatto.
Il film francese non c'entra un emerito cazzo. Ma proprio per niente.
E sì che mi sarebbe bastato leggere i nomi dell'attore principale e del regista per capire a cosa sarei andato incontro, invece l'ho dovuto intuire guardando la sequenza iniziale.
Paul Logan.
Cazzo, no, Paul Logan. Non lo youtuber sfigato - sarebbe stato anche peggio - ma l'attore di un film brutto brutto brutto di cui tuttora porto i segni e che ho recensito qui: The Terminators. Il regista? Jared Cohn, conosciuto più per Atlantic Rim che per altri suoi lavori (forse giusto un po') più meritevoli, titoli del calibro di: Halloween Pussy Trap Kill Kill (2017), Little Dead Rotting Hood (2016), Evil Nanny (2016), 12/12/12 (2012), Bikini Spring Break (2012) e King Arthur and the Knights of the Round Table (2017). Ok, molti di questi titoli puzzano di Asylum da tutti i pori e The Horde non fa eccezione, pur non essendo una sua produzione. Mi sarebbe semplicemente piaciuto saperlo a priori, così sarei partito con la consapevolezza di guardarmi una cacatona epocale ma con l'anima in pace. O forse sarei andato dritto su Little Dead Rotting Hood, altro titolo parcheggiato in attesa di essere visto... chissà.
Ma sapete qual è la cosa peggiore di tutte?
In The Horde Paul Logan ha pure scritto la sceneggiatura.
Orrore e raccapriccio.
Raccapriccio e orrore.
Qui sembra quasi convincente, a dire il vero... (Paul Logan)
Guardatelo in faccia, il nostro Logan. Grande e grosso, due spalle e due braccia così che ti fan pensare subito alla parola steroidi (lui nega, è tutto naturale, sicuramente sarà così), sguardo mica tanto brillante... ce lo vedete a scrivere una sceneggiatura con doppia libidine con i fiocchi? Non parlo a livello di trama ma proprio di scrittura. Ce lo vedete, dico, ce lo vedete? Non che io voglia fare lo spocchioso (perfino Ben Affleck ha vinto un Oscar come sceneggiatore. Ben Affleck, ripetetelo insieme a me, scandendo bene le lettere: B-e-n A-f-f-l-e-c-k) ma, ecco, ritengo poco probabile che da uno come il buon vecchio Paul possa uscire uno script dove la trama sia sorprendente, i dialoghi frizzanti, la caratterizzazione dei personaggi originale e funzionale. Come? In realtà si è laureato in biochimica? Ostrega, questa non la sapevo. Penso allora che Paul avrebbe ottenuto risultati migliori nel campo della ricerca medica piuttosto che cimentarsi in film infimi e angoscianti. Il bello è che nelle interviste sembra pure un tipo simpatico e alla mano.
Non dilunghiamoci troppo, volete qualche esempio? Ecco qui!
La propostona scatta nei boschi.
Selina (Tiffany Brouwer) è una professoressa che decide di portare alcuni suoi alunni sfigati in una gita escursionistica fotografica (!) nei boschi. La ragazza è fidanzata con John Crenshaw (Paul Logan), un ex Navy SEAL che ha la segreta intenzione di farle la proposta di matrimonio in un ristorante romantico proprio in quel week-end. Selina non lo sa e tutta micettina puccettosa gli chiede di accompagnarla nei boschetti. Il bestione acconsente a malincuore, piglia il megamacchinone Chevrolet Tahoe sette posti e carica su la solita combriccola di teenager da film horror americano: Riley, lo stronzetto ricco single forse gay dotato di lingua tagliente (ne ha per tutto e tutti), Hailey (Sydney Sweeney), la verginella innamorata di Derrick, il buffone della classe; e la coppietta di arrapati Sheila e Chris, i quali partecipano alla gita con un unico scopo, quello di trombare. Delineato il cast di personaggi, vorrei proporvi un giochino del tipo: indovinate cosa succederà ai ragazzi! Barrate la risposta che, secondo voi, risulta la più corretta.
  • [A] Il film diventa un fantastico thriller ricco di colpi di scena dove la suspense la fa da padrona, noi assistiamo trepidanti alle vicende dei protagonisti con il cuore in gola e compartecipiamo emotivamente alle vicende dei poveri ragazzi, ciascuno con un background solido che permette una profonda empatia. L'eroe, quando interviene, lo fa con senso, criterio e soprattutto credibilità. I cattivi hanno delle reali motivazioni, potreste addirittura pensare "Cavoli, avrebbero anche ragione, peccato siano passati dalla parte del torto con le loro azioni". Il finale, sconvolgente, farà smascellare tutti dalla sorpresa e niente sarà più come prima. Venti nomination all'Oscar, sette vinti nei premi chiave, fra cui miglior film, miglior attore protagonista, miglior sceneggiatura originale, miglior regista, migliori effetti speciali.
  • [B] Nel bosco c'è una gang di cannibali mutanti capitanati dal condannato a morte ma evaso Cylus Atkinson (Costas Mandylor) che ha iniziato a produrre abusivamente metanfetamina da rivendere e diventare ricco sfondato. I ragazzi arrapati trombano, perciò muoiono subito. La verginella e la prof vengono rapite per essere violentate e con la prima ovviamente ci riescono pure. Lo stronzetto viene torturato a morte. Il clown è il secondo a morire, nessuno si ricorda come. Il protagonista si incazza come una bestia, fa un macello che la metà ne basta, salvando giusto le due ragazze, una illibata e senza graffi (la professoressa fidanzata, guarda caso), l'altra conciata male da buttare via (l'ex-verginella). La preda diventa predatore, uccide tutti inclusi quelli che si sospettava fossero buoni.
Uno dei macellai: Earl (Vernon Wells)
Se avete scelto [A] siete degli inguaribili ottimisti capitati sul blog sbagliato.
Se avete scelto [B] siete dei realisti disillusi che han capito benissimo come funziona la nicchia dei film horror a basso budget destinati al mercato dell'home video. I film di questa fetta di mercato si dividono in tre categorie:
  • Film con idee meritevoli, realizzati con onestà, magari pieni di difetti ma per i quali si è disposti a chiudere un occhio, a volte entrambi, perché c'è qualcosa dentro che li fa brillare di luce propria.
  • Film talmente brutti e fatti male da entrare nel Gotha delle Cagate Micidiali, quindi per questo motivo meritevoli di essere guardati e preservati nel tempo.
  • Film davvero brutti, pessimi nella realizzazione, disonesti, fatti però non così male da entrare nella storia, per i quali alla fine della visione l'unico pensiero rimasto è "Mamma mia, ho buttato via 90 minuti della mia vita."
The Horde, mi spiace ammetterlo, rientra nella terza categoria. Non c'è davvero un singolo aspetto per cui possa dire "Ok, è brutto ma almeno c'è...", semplicemente perché è pieno di "vorrei essere ma non posso."
Vorrei essere uno splatter / slasher / torture porn
Ci sono due sequenze dove i ragazzi vengono torturati dai cannibali, tra l'altro seguendo l'abusata regola del contrappasso che ci sfrangia i maroni dai tempi di Dante Alighieri. Il ragazzo antipatico parla troppo? Beh, gli strappiamo la lingua con le pinze. Poi gli seghiamo via una gamba, tanto per prolungare l'agonia. La ragazzina è verginella? La violentiamo con un mutante che sembra l'incrocio tra un Ent e un Teletubbies. Però, dai, le scene sono troppo ridicole e fatte in modo troppo pedestre per risultare credibili e strappare un gemito di orrore. Una nota di merito va nel non aver usato della inutile CGI, ma il risultato finale non è comunque sufficiente.
Vorrei sfruttare i cliché dei film horror per giocare con lo spettatore
Ma per favore. Non succede nulla di diverso da quello visto milioni di volte. Arrivati all'ennesima visione dei ragazzi stereotipati pronti per essere carne da macello, la voglia di vedere come va a finire ti passa via perché lo sai già dalla prima inquadratura. Nonostante i roboanti proclami di Paul stesso, che più volte ha dichiarato di aver voluto prendere questi stereotipi per apportare delle sorprendenti (!) variazioni. Se ci sono state, scusatemi, non me ne sono accorto, la colpa è sicuramente mia.
Vorrei avere un protagonista che spacchi i culi ai cattivi
No, non ci siamo. Paul Logan si impegna ma è pessimo in tutto. Non sa recitare. Non sa un cazzo di arti marziali, si vede da ogni movimento che è goffo: non basta qualche mossetta per risultare credibile, quando fai vedere che i tuoi passi sono incerti e non affondi il colpo sull'attore che hai di fronte. Intendiamoci, non dico che ci si debba fare male davvero come in The Raid o nelle produzioni  thailandesi con Tony Jaa, ma chiedo almeno il minimo sindacale in quanto a credibilità. All'inadeguatezza recitativa si aggiunge il piattume della caratterizzazione, perché John agisce senza pensare e senza chiedere. La mia ragazza è in pericolo? Ammazzo tutti, fanculo tutto il resto. Giusto un guizzo lo raggiunge nel finale dove risulta molto più bastardo di quello che dovrebbe essere l'eroe buono a cui siamo abituati. Oltre a questo, poco o nulla.
Vorrei avere un cattivo memorabile di cui tutti si ricorderanno
Quando in una storia c'è il solito eroe buono che risolve le situazioni, a salvare la baracca deve essere il personaggio antagonista, quello che muove tutte le ruote degli ingranaggi. Per quanto Costas Mandylor sia stato l'attore più bravo tra quelli del cast di questo film (noi lo ricordiamo per la saga di The Saw, mica pizza e fichi), è proprio il personaggio Cylus a risultare inutile e dannoso. Sei un criminale incallito, tieni a freno i mutanti dandogli in pasto i poveracci che capitano nel bosco, hai sogni di grandezza mettendo in piedi un laboratorio chimico abusivo nella giungla neanche fossi in Apocalypse Now e tutto quello che ti viene in mente è trombare la professorina? Dai, su, non c'è il minimo sforzo di costruire un personaggio decente e coerente.
Potevamo stupirvi con effetti speciali e colori ultravivaci...
... ma è venuta fuori una merda incommensurabile.

Regista: "Fai trasparire tutta la tua rabbia e il tuo disprezzo,
sii convincente come Anna Magnani nelle risaie!".
Lei:
Scusate l'ultima frase, ma non trovavo un modo migliore per riassumervela. Quello che, fra l'altro, mi lascia perplesso, è che leggo in giro più di una recensione in cui il film non viene stroncato così duramente perché in fondo avrebbe quella patina da horror / action anni '80, fatto con mestiere e tanta ingenuità. Io mi limito a scuotere la testa mestamente: a mio avviso, The Horde è un fallimento totale e non merita assolutamente che sia visto facendovi perdere il vostro tempo, magari vinti dalla curiosità di vedere a che livelli raggiunge la sua bruttezza. È un film che irrita e non lascia nulla dopo la visione, nemmeno il retrogusto amaro di quando assaggi una barretta di cioccolato fondente scaduta da cinque anni.

E quando guardi la data di scadenza, fai questa faccia qui. (Costas Mandylor)
The Horde è migliore o peggiore di Robotropolis?

Dai, ammettetelo, questa rubrica vi mancava, vero?
La risposta è secca: lasciate perdere, Robotropolis è su un altro livello, qualche piano più sotto, ormai è diventato un mito difficile da abbattere anche se sono certo che da qualche parte nel mondo ci sia il film definitivo che mi sta aspettando e che mi faccia rispondere con un enorme sì! al mio tormentone preferito. Ma non è questo il caso, The Horde non riesce né a scalzare Robotropolis dal trono dei film più brutti che io abbia mai visto, né a salire sul podio: insufficiente perfino in questo aspetto. Passate oltre, datemi retta!

Non si va oltre questa inquadratura, mi spiace deludervi.

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 3
Non c'è nulla di originale, i dialoghi sono veramente imbarazzanti al punto da irritare profondamente.
Musiche: 4
Non ricordo nulla di memorabile nella musica o negli effetti sonori. Il vuoto a sette note.
Regia: 4
Fiacca, anonima, senza grossolani errori di montaggio, ma senza anima. René Ferretti è un'altra cosa.
Ritmo: 7
Il ritmo è l'unica cosa che si salva in The Horde... giusto quello.
Violenza: 6,5
C'è qualche scena che nelle intenzioni di Logan e Cohn avrebbe dovuto essere impressionante, purtroppo il bersaglio non viene pienamente centrato. 
Humour: 2
Non fa ridere né volontariamente né involontariamente.
XXX: 2
Non si vede nulla, qualcosa si lascia intuire.
Voto Globale: 3,5
Film troppo brutto per essere vero, ma non così brutto da poter salire sul mio podio personale. Il voto è la sintesi del mio giocare sporco: dandogli mezzo punto in più, gli ho impedito di ambire alla medaglia di bronzo, anche se in coabitazione con altri filmacci. Non merita nemmeno questo, fidatevi. Evitatelo e non cadete nel mio errore. Guardatevi piuttosto l'omonimo film francese, di ben altro livello.

giovedì 18 gennaio 2018

Sharknado 5: La Terra è sotto attacco (2017) | Recensione

Sharknado 5: La Terra è sotto attacco
Voto Imdb: 4,2
Titolo Originale:Sharknado 5: Global Swarming
Anno:2017
Genere:Fantascienza, Catastrofico, Azione
Nazione:Stati Uniti
Regista:Anthony C. Ferrante
Cast:Ian Ziering, Tara Reid, Cassie Scerbo, Olivia Newton-John, Masiela Lusha, Billy Barratt

Ecco gli amchetti squaletti
Immancabile come Una Poltrona per due alla vigilia di Natale su Italia 1, la serie di film sugli Sharknado infesta i palinsesti del canale americano SyFy nel periodo estivo di luglio/agosto. Anche il 2017 ha avuto nel suo carniere il nuovo episodio e, come promesso, stavolta il problema è diventato MONDIALE.

Doveroso recap che faccio ad ogni recensione della serie

Rinfrescatevi la memoria leggendo le recensioni dei film precedenti:
In giro per Buckingham Palace
Un po' di spirito british non guasta...
Il quinto della serie (sottotitolo: Global Swarming, gioco di parole tra global warming e swarming / sciame, reso nel titolo italiano con "La Terra è sotto attacco") ha già un inizio al fulmicotone: scritte in sovrimpressione con font e colori di Indiana Jones e Nova (Cassie Scerbo) subito in azione. La ragazza (che abbiamo visto nel finale del quarto episodio a "cavallo" della Torre Eiffel) ha scoperto una caverna misteriosa e quando vede che fra le incisioni rupestri ci sono degli squali, capisce di aver bisogno dell'unico esperto mondiale di squali, il nostro Fin (Ian Ziering), che si trova a Londra convocato dalla NATO perché c'è bisogno di una task force mondiale. Gli sharknado, che si pensava fossero stati debellati, potrebbero colpire il resto del mondo, pertanto è necessario che si uniscano le forze per poterli fronteggiare. La crisi è già dietro l'angolo, e sarà veramente devastante. Peccato che, questa volta, a provocarla... sono stati proprio Fin e Nova! Nella caverna situata sotto Stonehenge, infatti, i due recuperano un misterioso e antico artefatto plasticosissimo (rido) a forma di pinna di squalo. Le sue origini sono chiare: gli antichi erano riusciti in passato a sconfiggere gli sharknado grazie a quell'amuleto insieme ai portali che hanno costruito in giro per il mondo, di cui Stonehenge e le piramidi Egizie, tra gli altri, sono fulgidi esempi. Nel cercare di capirci qualcosa, Fin e Nova combinano il disastro dei disastri: provocano sul posto un enorme vortice-sharknado che distrugge i resti millenari di Stonehenge e devasta, già che c'è, anche Londra. Proprio in quell'occasione Gil, il figlio di Fin, viene risucchiato dal vortice sparendo nel nulla. Non è finita qui: nel cercare il figlio, il prode Fin, aiutato dalla cyber-moglie Amber (Tara Reid) e da Nova stessa che si sente in colpa per l'accaduto, scopre che i vari portali sono veramente funzionanti, e che se viene risucchiato da un vortice  (sempre brulicante di squali, sia ben chiaro) poi viene sparato da qualche altra parte nel mondo. In successione Fin & Co. si ritrovano in giro per: Sydney, Roma, Rio de Janeiro, Tokyo, Egitto. L'espediente narrativo appena esposto è un perfetto modo per:
  • evitare di scervellarsi a scrivere una sceneggiatura coerente. Succede qualcosa, non si sa come uscirne, TRACK!, il protagonista viene spedito da un'altra parte del mondo dove poter continuare a far danni;
  • buttare nel calderone tutte le idee folli che nel tempo erano sicuramente state tirate fuori e, molto probabilmente, anche scartate duranti i brainstorming ufficiali dei film precedenti. Di stronzate ce n'è uno sciame intero (facciamo pure nostro il gioco di parole del titolo originale), alcune delle quali, devo ammetterlo, sono state perfino geniali. Avevo scritto "genitali" e mi vien da ridere per il lapsus freudiano (sì, mi basta poco).
Fin & Amber
La folle sarabanda si conclude con uno strepitoso colpo di scena finale che racconterò più in dettaglio più avanti. Per ora soffermiamoci sul termine "strepitoso": va relativizzato, non mi stancherò mai di ripeterlo quando mi trovo davanti ad un qualunque film della serie... non sono impazzito del tutto, non ancora almeno.

Folli uccisioni, come sempre...
Alle poche anime candide che non vogliono rovinarsi la sorpresa, consiglio di fermarsi qui nella lettura e di andare dritti sparati a leggersi il pagellone, perché ora andrò ad analizzare nel dettaglio i due filoni di discussione che fanno da base portante di tutti i film della serie: 
  1. I momenti clou misti a cazzatone, quelli che mi piace ricordare, sezione per forza di cose ricca di spoiler;
  2. I tristi camei di ex-celebrità riesumate dalla Asylum giusto per farci vedere quanto sono invecchiate male (o, se ancora giovini-giovini, per darci una prova di essere ancora vivi). Il più presente si chiama Botox, comunque.
Quindi bando alle ciance e fiondiamoci sulle scene da inserire negli annali.
  • Nova. Occhi a forma di cuoricini. Cassie Scerbo si conferma cagna a recitare, ma non importa. Altri occhi a forma di cuoricini. In più verso la fine del film se ne esce con un bel costume alla Wonder Woman versione Gal Gadot #TeamNovaForevah
  • Come anticipato, la citazione madre dell'intero film (finale a parte) riguarda Indiana Jones, che viene citato a più riprese, soprattutto nella prima parte. Innanzitutto, quando Fin e Nova entrano nella grotta di Stonehenge (che ovviamente nella realtà non esiste, ma a noi non interessa), trovano i resti di antichi umani che veneravano gli squali come divinità. Il percorso è pieno di ostacoli e in molti ci hanno lasciato le penne... fra cui il povero Indiana Jones, che ha finito la sua avventurosa carriera di archeologo in una tristissima caverna inglese scavata male, arredata peggio, piena di plastica e cartapesta posticcia. Di lui sono rimasti solo il cappello e la frusta, che finiranno nelle mani di Fin, che fra l'altro non può fare a meno di esclamare "Squali. Proprio gli squali dovevo trovarci?" (Hint: Squali = Serpenti). Quando i nostri arrivano nella stanza del tesoro, viene replicata pari pari la prima scena de I predatori dell'Arca Perduta: l'artefatto plasticoso a forma di pinna si trova su una colonna di pietra e per prenderla bisogna sostituirla velocissimamente con un contrappeso. Esattamente come Indy, Fin ci prova ma fallisce: dal soffitto, invece di una enorme palla di pietra, sbuca... una palla di squali che travolge tutto. Ovviamente il sempiterno gioco delle citazioni ha ormai stancato e questa scena, che probabilmente avrà fatto sbellicare gli sceneggiatori dopo una lunga sessione alcoolica, ora appare bolsa e avvolta da mestizia, aggravata da una realizzazione meno che pedestre. Però, dai, in questa sequenza si apre il vortice dimensionale squalesco che dà il via alle follie assortite di questo quinto episodio.

  • La scena precedente ha inoltre dato il pretesto per costruire la miglior uccisione di squali del film da parte di Fin (fateci caso: in ogni Sharknado c'è sempre una scena madre spettacolare). Fin fronteggia l'ennesimo squalo volante e... LO DIVIDE IN DUE LONGITUDINALMENTE CON LA FRUSTA DI INDIANA JONES! Scusate lo stampatello ma ci voleva. La sequenza è tra l'altro un'auto-citazione perché nel primo film della serie l'arma era una motosega.
  • Sono indeciso se inserire questo punto nei camei, ma in realtà l'intera scena è un Ma Che Caz...? gigantesco. Vediamo Bret Michaels (il cantate dei Poison) travolto da un pullman londinese guidato da Nova. Il grande Bret non muore ma resta attaccato al paraurti anteriore del mezzo. Cosa si inventa? Imbraccia la sua chitarra elettrica e si mette a schitarrare come un pazzo mentre intorno piovono squali in una grottesca, povera ma riuscita citazione di Mad Max: Fury Road. Chiaramente, poco dopo Bret farà una fine ignobile (come tutti i protagonisti dei camei, probabilmente gli unici a divertirsi davvero).
  • Se il carrozzone di Sharknado arriva nel Regno Unito, cosa potrà mai succedere? Ovviamente incontrare la Regina e tirare fuori la banalissima battuta God Save The Queen. Forse anch'io nei miei fumetti in quarta elementare avevo disegnato una scena simile.
  • Sempre a Londra c'è una scena che devo ancora capire se è ignoranza crassa degli sceneggiatori o se è voluta. Io ho un velato sospetto ma preferisco tenerlo per me. Lo Sharknado travolge la capitale inglese e fa a pezzettini il ponte più famoso di Londra. Un personaggio inizia a canticchiare "London Bridge is falling down...". Scena molto carina, peccato che il ponte distrutto sia il Tower Bridge e non il London Bridge...
  • Sempre a Londra c'è un'altra auto-citazione, questa volta di Sharknado 2. Nel secondo capitolo c'era la testa della Statua della Libertà che rotolava per New York, facendo anche curve strette a novanta gradi, spiaccicando i poveri cittadini lungo il percorso. Nel 5 la scena è rubata dal London Eye, l'enorme ruota panoramica sul Tamigi, che si stacca ed inizia a girare per la città come una trebbiatrice. Tutto molto ridicolo, tutto molto in tema con lo spirito scanzonato della serie.
  • Una delle migliori sequenze in CGI riguarda Sydney e la sua famosa Opera House: la struttura è in realtà la sede della Sorellanza fondata da Nova, gruppo di procaci guerriere cacciatrici degli Sharknado, tra cui vediamo anche Gemini (Masiela Lusha), la cugignocca di Fin. Ad un comando il famoso teatro australiano si muove tipo Transformers e diventa una base con cannoni laser che sparacchiano sugli squaletti volanti. La cosa più bella viene detta da un personaggio australiano (credo): "Ed io che pensavo che l'Opera House fosse solo una sopravvalutata opera architettonica". Mi sono alzato in piedi ad applaudire, ma è durato tipo un microsecondo.
  • Non dimentichiamoci di April (Tara Reid): nel terzo film giustamente muore, nel quarto diventa un cyborg, nel quinto... si digi-evolve. Conciata come Jem & the Holograms.
  • C'è una scena inutile e tristissima a Roma, davanti alla Fontana di Trevi, in cui i protagonisti gettano una monetina per esprimere il desiderio tipico da turista americano. Sempre a Roma incontrano il Papa (vedi sezione camei) e Fin riceve l'arma definitiva: la MotoSegaPapale che distrugge gli squali a colpi di laser a forma di crocifisso...
  • Da Roma il vortice arriva a Pisa e... indovinate cosa succede? Non ci ha mai pensato nessuno prima, NESSUNO. Viene raddrizzata la Torre di Pisa. Sceneggiatori, vi stringo la mano per la vostra dimostrazione di originalità e la voglia di osare davvero. Superman 2 al confronto è scritto dai responsabili dell'oratorio per la recita di fine anno.
  • Chiaramente a Tokyo non poteva non arrivare uno Sharkzilla, originato da scorie nucleari vicino ad Okinawa. La Asylum che omaggia la Toho (casa di produzione storica giapponese che diede il via al filone dei Kaijū Eiga, film sui mostri giganti, di cui Godzilla fu il capostipite) è una piccola chicca, va detto.
  • Spostandoci in Africa, altrettanto chiaramente assisteremo ad un Safarinado... ovvio, no?
  • E adesso arriviamo alla scena finale, che da sola vale l'intero film. I vortici di Sharknado creati dall'artefatto hanno devastato il mondo. In successione assistiamo alla morte di Nova (in una scena che avrebbe voluto essere drammatica ma che, per l'inespressività della nostra beniamina, è stata di una tristezza infinita... oddio, l'obiettivo è stato comunque centrato), del figlio maggiore di Fin e di April, addirittura decapitata. Ecco qui il colpo di genio: nel giro di pochi anni il mondo è diventato come quello di Ken il Guerriero dopo l'olocausto nucleare. Fin gira conciato come un eremita incappucciato, portandosi in spalla la sacca che contiene la testa di April. Mentre girovaga tra le macerie di città abbandonate, arriva una macchina volante steampunk guidata da... Dolph Lundgren. E sapete cosa gli dice il grande Ivan Drago? "Ciao... papà! Sono Gil! Ho inventato la macchina del tempo e sono venuto a prenderti per sistemare tutto il casino creato da te." TA-DAAAA! La macchina si alza e schioda via come la DeLorean di Emmett Brown mentre in sovrimpressione compare la scritta "To Be Continued" con l'inconfondibile font di Ritorno al Futuro. Ve lo dico da sempre, io sono semplice e devo ammettere che questa scena mi è piaciuta parecchio. Molto più delle citazioni di Indiana Jones, tanto per dire. Ovvio e scontato, noi siamo pronti in attesa di Sharknado 6...
Ed eccoci con l'elenco dei camei, io qui metterò solo quelli che conosco perché, come spesso accade, si tratta di personalità legate al mondo televisivo americano. 
  • Bret Michaels (dei Poison) e Dolph Lundgren, già citati in precedenza.
  • Olivia Newton-John insieme a sua figlia Chloe Lattanzi. Qui sono le scienziate della Sorellanza che riportano in vita April.
  • Nichelle Nichols, l'indimenticata Uhura di Star Trek, è la segretaria generale delle Nazioni Unite.
  • La cantante spagnola Charo, che interpreta la Regina d'Inghilterra con canotti al posto delle labbra.
  • Il modello italo-americano Fabio (Fabio Lanzoni) interpreta... il Papa. Mi sono capottato.
  • Tony Hawk, leggendaria icona dello skateboard (noi gamer lo conosciamo bene), che compare due volte sui tetti della Sydney Opera House.
  • Tom Daley, tuffatore olimpionico inglese, e Sasha Cohen, pattinatrice olimpionica americana nel ruolo di se stessi.
  • Chris Kattan fa il primo ministro inglese in stile James Bond e mentre uno squalo gli mangia una gamba, bacia la sua assistente interpretata dalla modella, attrice e cantante Katie Price (che poi muore spiaccicata)
  • Samantha Fox, la Sabrina Salerno inglese (rido), che compare sempre nella scena con il Primo Ministro Inglese
  • Lucy Pinder, altra modellona inglese, nel ruolo dell'Ambasciatrice Svedese (!)
Dolph Lundgren

Papa-Fabio, impossibile non ridere
Samantha Fox
Masiela Lusha
In conclusione
C'è poco altro da aggiungere su Sharknado 5, perché anche per questo quinto capitolo vale quanto è già stato detto per i film precedenti: è realizzato male (veramente male) e si basa tutto sulle folli trovate che di volta in volta vengono spiattellate a video, alzando sempre più l'asticella delle assurdità. Al 99% delle persone questi film non potranno MAI piacere, e io nemmeno mi sogno di provare, anche solo per un istante, a convincerli del contrario... è un compito umanamente impossibile per il quale non mi sento pronto. Mi rivolgo quindi al restante 1% che già conosce di cosa sto parlando e che, per un motivo o l'altro, ancora non l'ha visto. Come si colloca il 5 rispetto agli altri? Vi dirò. Fermo restando che al momento il migliore resta il secondo (e per distacco), il 5 mi è piaciuto sicuramente più del quarto. Manca David Hasselhoff, mattatore del terzo, ma tutto sommato ha già detto tutto quello doveva dire e a me va bene così. Era già triste di suo e sarebbe stato controproducente aggiungere mestizia alla mestizia. Confermo quindi il 7 di voto finale, nonostante una stanchezza incipiente delle trovate (molte banali, tristi e telefonate) e dei camei: in fondo cambiano i volti, ma la sostanza resta sempre la stessa.

Manichini metropolitani un po' demodé...
(questa la coglierà l'1% dell'1%)
Edizione Italiana
Sharknado 5 è stato adattato e doppiato in italiano ed è stato presentato in pompa magna al Lucca Comics & Games edizione 2017. A Lucca c'ero ma non sono riuscito ad assistere alla proiezione; ho recuperato il film solo successivamente grazie a VVVVID, piattaforma streaming legale di proprietà Sky, che in questi giorni l'ha messo nel suo palinsesto. Doppiaggio italiano senza infamia e senza lode, purtroppo molte battute e riferimenti non sono stati resi in modo ottimale. Il mio consiglio resta quindi quello, se ne avete la possibilità, di guardare Sharkando 5 in lingua originale con i sottotitoli. (per esempio, Sharkzilla in italiano è stato reso, mi pare, con un osceno Godnado. Ma non ho voglia di ricontrollare se ho capito giusto, se qualcuno mi conferma o smentisce mi fa solo un favore!)



Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 5
Oddio, il voto reale sarebbe pericolosamente vicino al 3, ma premio il banale espediente narrativo dei vortici che ha regalato brio alla storia.
Musiche: 6,5
Gran parte del budget se n'è andato per acquisire i diritti della canzone The kids aren't alright degli Offspring. E comunque non mancano i Quint, i cantanti originali della Sharknado Ballad...
Regia: 5
Un passo indietro da parte del regista Anthony C. Ferrante. Montaggio pessimo, inquadrature amatoriali, capacità recitativa nulla (secondo me sono andati a colpi di "Buona la prima!"). L'impressione è che stavolta siano andati col pilota automatico, senza inventarsi nulla di nuovo o sorprendente.
Ritmo: 7
È quello che salva il film, diciamoci la verità. Il ritmo è indiavolato e il film è pieno di scene folli e trovate divertenti. Lo guardi solo per questo motivo (oltre che per un innato masochismo)
Violenza: 6
Il film è violento, ma nella misura in cui lo sono le gag splatter. Il tutto è ulteriormente edulcorato dalla pessima realizzazione visiva, che non rende credibile mezza scena.
Humour:
6
Non fa sbellicare dalle risate ma, come tutti gli altri film della serie, non si prende minimamente sul serio.
XXX: 1
Stesso discorso dei film precedenti: non posso dare 0 se c'è Nova.
Voto Globale: 7
Confermo il 7 dato al quarto film, di cui forse è superiore. Senza la scena finale, sono sincero, il film avrebbe preso mezzo voto in meno. Sharknado 5 mantiene quello che promette, ma ha dimostrato una stanchezza di fondo che è pure normale quando inizi a raschiare il fondo del barile delle idee. Cazzate ce ne sono, alcune perfino geniali, ma certe scene rasentano lo sconforto più totale. Ormai solo i fan irriducibili della serie continuano a guardarsi Sharknado, perché di nuovo non c'è più nulla. Gli altri si astengano fortemente ed evitino pure di dire che è una cagata pazzesca: grazie tanto, lo so già, non c'è bisogno del genio di turno che me lo venga a dire. Dunque, buon Sharknado a tutti e stringiamoci forte e vogliamoci bene con la promessa di ritrovarci qui per il sesto capitolo!

giovedì 21 dicembre 2017

Wolf Children - Ame e Yuki i bambini lupo (2012) | Recensione

Wolf Children - Ame e Yuki i bambini lupo
Voto Imdb: 8,2
Titolo Originale:Ōkami Kodomo no Ame to Yuki
Anno:2012
Genere:Animazione / Drammatico / Fantastico
Nazione:Giappone
Regista:Mamoru Hosoda
Cast:Aoi Miyazaki, Takao Osawa, Haru Kuroki, Momoka Ono

Hana, Yuki e Ame
Dopo le recensioni di A Silent Voice - La forma della voce e della monografia su Makoto Shinkai, devo ammettere che ci sto provando gusto con l'animazione giapponese più recente. Tra i vari nomi di registi giapponesi attuali che, in un modo o nell'altro, possono essere considerati eredi di Hayao Miyazaki o quantomeno artefici di veri e propri film anime d'autore, era saltato fuori anche quello di Mamoru Hosoda. Classe 1967, inizia la carriera come animatore, diventando presto supervisore dell'animazione ed esordendo come regista di film cinematografici nel 2000 con Digimon, il film (2000), che in realtà è la fusione occidentale di tre mediometraggi giapponesi targati TOEI, due dei quali firmati proprio da Hosoda (Digimon AdventureDigimon Adventure: Our War Game). Il successo del film gli spiana la strada di regista a tutto tondo: dopo una non felice parentesi proprio allo Studio Ghibli durante la quale è chiamato a dirigere il Castello Errante di Howl che però lui abbandona per divergenze con la produzione e lo staff "anziano" dello studio, torna in TOEI per dirigere One Piece: L'isola segreta del barone Omatsuri (2005), il sesto lungometraggio della serie. Lasciata nuovamente la TOEI, Hosoda approda in Madhouse, uno degli studi d'animazione giapponesi più famosi extra-Ghibli: il riuscitissimo film La ragazza che saltava nel tempo (2006) è quello che lo consacra come regista di successo; arrivano poi Summer Wars (2009), acclamato da critica e pubblico, Wolf Children (2012) e The Boy and the Beast (2015). Gli ultimi due lungometraggi si sono rivelati veri e proprio successi al botteghino, proiettando Hosoda nell'olimpo dei registi più richiesti e seguiti. Con questa recensione parleremo di Wolf Children - Ame e Yuki i bambini lupo, quello che tuttora è considerato il suoi miglior film. Sarà vero? Sarà falso? Scopriamolo insieme (immaginatevi un tono alla Piero Angela).
Hana e il futuro marito
La storia inizia con una voce fuori campo, quella di Yuki, che racconta le vicende di sua madre Hana, la vera protagonista indiscussa del film. Siamo a Tokyo: la studentessa universitaria Hana osserva sempre più spesso uno strano ragazzo che segue il suo stesso corso. La colpisce il suo essere diverso dagli altri: gentile con tutti, ma solitario e taciturno, probabilmente dotato di grande forza interiore. La ragazza inizia a parlargli e a conoscerlo meglio. È ovvio e scontato come andrà a finire: i due si innamorano ed iniziano a frequentarsi, fino a quando non arriva il fatidico momento che lui tanto temeva: la rivelazione del suo terribile segreto. Il ragazzo, infatti, è l'ultimo uomo lupo sopravvissuto nell'era moderna. Un licantropo. Ma Hana non è una tipa che si perde d'animo. Accetta il ragazzo così com'è, senza rifiutarlo ma, anzi, accogliendolo tra le sue braccia. I due iniziano così la loro vita insieme e presto Hana rimane incinta: non sapendo cosa potrebbe uscire dal grembo (dubbio legittimo, no?) prende l'ardua decisione di partorire da sola, in casa. La nascita della bambina Yuki riempie di gioia e felicità i due novelli genitori che, un anno dopo, sfornano il fratellino Ame. I problemi, quelli grossi, iniziano quando il tanto amato uomo lupo, durante uno dei suoi giri in cui è alla ricerca atavica di cibo per i propri cuccioli, viene ucciso per errore, lasciando così una vedova sola e disperata e due orfani difficili da crescere. Eh, sì, perché presto i bambini riveleranno la loro duplice natura di bimbi e lupi, trasformandosi continuamente nell'una o nell'altra forma. Per Hana diventa sempre più dura vivere in una metropoli come Tokyo con la necessità di celare ai vicini e ai servizi sociali la vera natura dei suoi figli. Quando viene brutalmente sfrattata di casa con l'accusa di ospitare dei cani, vietati dal regolamento condominiale, Hana prende una drastica decisione: abbandonare la città e trasferirsi nella montagna più sperduta, dover poter crescere i figli con più tranquillità. La vita non è per nulla facile: deve ristrutturare da sola una catapecchia, deve iniziare a produrre cibo da sé non avendo un reddito fisso, deve continuamente tenere d'occhio i bimbi-cuccioli affinché non facciano troppi danni; Yuki, la sorella maggiore, è esuberante, piena di energia, curiosa come non mai, e sempre pronta a cacciarsi nei guai con il grosso rischio di trasformarsi in lupacchiotta nei momenti meno opportuni; il fratellino Ame invece è timido, taciturno, riservato, indeciso su come accettare veramente se stesso. Presto Hana trova la sua dimensione nel paesino, grazie alla benevolenza della comunità, i cui abitanti sono abituati ad aiutarsi reciprocamente nelle avversità; ma è proprio la comunità a dare altri interrogativi su Yuki e Ame: prima o poi i ragazzini, cresciuti, dovranno andare a scuola, e lì chissà quali altri guai potranno arrivare?
L'uomo in versione lupo
Vi ho raccontato in dettaglio giusto i primi quindici/venti minuti: non è necessario andare oltre, lascio a chi è davvero incuriosito il piacere di scoprire come la storia si evolve e cosa succederà a Hana, Yuki ed Ame. Per quanto mi riguarda, devo ammettere che il film ha colpito davvero nel segno. Dopo i primi cinque minuti, mortalmente lenti al punto da farmi temere di guardare un pippone clamoroso, la storia si fa interessante, briosa, drammatica, avvincente senza soluzione di continuità fino ad arrivare ad una fine che, forse arriva pur fin troppo improvvisamente. Wolf Children è un'opera molto strana, ma mai noiosa e mai sopra le righe. Hosoda riesce a mantenere un tono leggero, quasi da commedia, scendendo nel dramma e nella tensione nei momenti giusti e senza mai esagerare. Ad aiutare ci sono gli splendidi disegni dei fondali e la struggente colonna sonora. Un valore aggiunto è il character design di Yoshiyuki Sadamoto, che gli appassionati di anime conoscono sicuramente grazie alla sua collaborazione con lo studio Gainax: suoi i disegni dei personaggi per lo splendido lungometraggio Le Ali di Honneamise (1987) e le serie Il Mistero della Pietra Azzurra (1990) e Neon Genesis Evangelion (1993), dopo i quali inizia il suo sodalizio con Hosoda, per il quale firma il character design di tutti i suoi già citati lungometraggi. Il suo tratto spigoloso anni '90 si è evoluto con volti più morbidi e relativamente semplici da disegnare, garantendo però in questo modo una altissima qualità dell'animazione dei personaggi, tanto che più volte mi ha dato l'impressione di aver adottato la tecnica del rotoscope (riprese di attori reali su cui è stata sovraimpressa l'animazione disegnata dei personaggi). Molto più semplicemente, si deve essere trattato del ricorso di animazione in CGI, usata grandiosamente in molte scene ariose dove è la natura (boschi, montagne, fiumi) a diventare una memorabile co-protagonista. 
Yuki inizia a far danni
Wolf Children non è una storia di super-eroi, anche se viene toccato un tema fantasy; è invece una assurdamente realistica rappresentazione della vita di tutti i giorni di Hana, che deve fronteggiare ogni tipo di problematica, grande e piccola, data da infiniti dilemmi quotidiani. È la storia del coraggio di una madre e di come due bambini crescono fino a riuscire, in un modo o nell'altro, a trovare un loro posto nel mondo. Sta a Yuki e ad Ame scegliere la propria dimensione, se privilegiare il proprio lato umano o quello più selvatico di lupo. Hana, più semplicemente a dirsi che a farsi, è stata quella che ha permesso loro di trovare una risposta, nel modo migliore possibile - non in assoluto, ma al meglio delle proprie capacità. Non c'è complimento migliore che si possa fare ad una mamma, e Hana è una delle eroine normali migliori che mi sia capitato di vedere in un lungometraggio d'animazione.
Splendida regia e splendidi fondali
I complimenti, indubbiamente, vanno tutti proprio a Mamoru Hosoda che ha firmato non solo la regia, ma anche il soggetto e la sceneggiatura. La sua più grande abilità è stata quella di raccontare una storia solo apparentemente semplice, riempiendola però di molti significati e simbolismi. In Wolf Children, per esempio, i nomi hanno un significato ben preciso e sono associati al momento in cui i personaggi sono nati: Hana, che significa "fiore", fu chiamata così perché quando lei nacque suo padre rimase colpito dalla fioritura delle cosmee presenti nel suo giardino e sperava che la vita della figlia sarebbe stata colma di felicità nonostante le difficoltà della vita (per questo la ragazza madre sorride sempre); Yuki ("neve") nacque durante una nevicata mentre Ame ("pioggia") durante un temporale; senza dare troppi spoiler, è sempre durante un temporale violento che Ame decide di fare la sua scelta e di percorrere il suo nuovo cammino. Questa scena è, tra l'altro, la dimostrazione di come Hosoda non abbia lasciato nulla al caso: l'autore aveva le idee chiare fin dall'inizio e si è dimostrato coerente per tutta la durata della storia. Un altro semplice ma efficace esempio è proprio verso l'inizio, quando Hana si è appena trasferita in montagna e, in un momento di calma, osserva i due figli e parlando più a se stessa che a loro, chiede ad entrambi se un giorno decideranno di diventare umani o lupi. Guardate attentamente come i bimbi reagiscono alla domanda della madre: non con le parole, ma con la postura o i movimenti. L'autore si è divertito a darci la risposta praticamente subito, anche se il percorso scelto da entrambi riserverà più di una sorpresa. Concludendo il discorso dei nomi, ho trovato curioso il fatto che l'uomo lupo è in realtà l'unico personaggio a non avere un nome; né Hana né la voce narrante Yuki ci rivelano come si chiamasse e, a dirla sinceramente, non è nemmeno fondamentale che noi ne veniamo a conoscenza. Non è importante l'averlo appreso, o meglio, lo è di più sapere che non ci è stato rivelato; di lui sappiamo solo che è l'ultimo della specie, mentre tutto il suo passato è ammantato di mistero e riserbo. 
La dura vita di campagna
Wolf Children non è, però, un film perfetto, purtroppo c'è qualche piccolo difetto che mi ha impedito di dargli un voto più alto. Se da un lato ho parlato di disegni semplici ed efficaci per ottenere una superiore qualità dell'animazione, d'altro canto non posso non notare come il tratto dei personaggi sullo sfondo appaiano davvero brutti e sgraziati; tolti i personaggi principali, tolto il vecchio contadino burbero che aiuta Hana, gli altri peccano di scarsa personalità e carisma, diventando semplici elementi di sfondo. Questo è un aspetto che, per esempio, nei film dello Studio Ghibli non avviene perché ogni singola scena e ogni singolo movimento vengono studiati in modo veramente maniacale. Il secondo difetto di Wolf Children è il finale. Non tanto per quello che succede (a me è piaciuto davvero tanto e l'ho trovato perfettamente coerente con tutti gli elementi che l'autore ci ha presentato durante lo svolgimento del film), quanto per come ci si arriva. Si ha purtroppo l'idea che la fine sia arrivata in modo troppo repentino ed improvviso, in aperto contrasto con la struttura narrativa dilatata, quasi lenta, adottata fino alla sequenza finale. Avrei certamente preferito un maggiore bilanciamento dei tempi narrativi ed un maggiore approfondimento delle dinamiche che hanno portato a quello che Hosoda ci ha mostrato su video. Va però anche detto che è stata senz'altro una scelta precisa e fortemente voluta, perché il regista eccelle proprio nel "far intuire senza realmente mostrare".
Il vecchio brontolone
Ho tenuto per ultima una considerazione sulla versione italiana: finalmente un adattamento ed un doppiaggio che rendono giustizia al valore dell'opera. L'edizione, ad opera della Dynit, è davvero di pregevole fattura e la qualità di voci e recitazione si mantiene su livelli ottimi. Altro aspetto non da poco, l'adattamento italiano segue la versione originale giapponese (come è giusto che sia) e non quella americana, che presenta molte linee di parlato in più che riempiono di inutili spiegoni e dettagli inventati i momenti di silenzio. Un solo piccolo appunto: talvolta la voce dei personaggi viene sovrastata troppo dalle musiche, col risultato che si perde parte di quello che viene detto. Niente di così grave, comunque.
Casa di Hana
In conclusione, Wolf Children è uno splendido lungometraggio d'animazione, poco convenzionale nonostante la storia semplice, che merita senza ombra di dubbio di essere visto. Ha una bellissima qualità audiovisiva, arricchita da carrellate e sequenze registiche d'effetto (molte parti non vengono nemmeno narrate: le scene si susseguono semplicemente accompagnate dalla musica, perché non c'è bisogno d'altro per capire quello che ci viene raccontato). È la storia di un personaggio eccezionale nella sua normalità, è anche una storia di crescita e di come sia possibile arrivare a trovare un proprio posto nel mondo e nella società. C'è chi vede un parallelo di chi vive da mezzosangue, metà giapponese e metà occidentale, che non sempre viene visto di buon occhio nella rigida struttura sociale giapponese. Lo lascio come spunto, può essere una interessante ed alternativa chiave di lettura dell'intero film. In definitiva, uno dei migliori prodotti recenti che meritano di essere scoperti anche in Italia, grazie all'ottima edizione della Dynit e che è, tra l'altro, presente del catalogo di Amazon Prime Video (chiunque sia cliente Prime lo può vedere in streaming gratuito e legale).
Guardatelo e non ve ne pentirete.

Altro esempio di fondale


Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 7
La storia è apparentemente semplice, ma è ben strutturata, coerente, interessante. Si perde leggermente con un finale per me troppo frettoloso.
Musiche: 7
Ottima colonna sonora, di qualità così come spesso ci hanno abituato le produzioni più recenti.
Regia: 8
Ottimo sia visivamente che registicamente, con tante belle chicche e sequenze ben studiate. Promosso su tutta la linea.
Ritmo: 6
I primi cinque minuti mi hanno fatto pensare al peggio, per fortuna la storia acquista un suo ritmo, pur risultando lenta nel suo incedere.
Violenza: 4
Poca roba.
Humour: 6,5
Ci sono diverse scene leggere e buffe, soprattutto quelle in cui i bimbi lupi fanno disastri.
XXX: 3
Poco da segnalare.
Voto Globale: 8
Un gran bel film da scoprire, apparentemente semplice ma in realtà profondo ed emozionante, con tre personaggi da ricordare a lungo, Hana su tutti. Delicato, poetico, leggero e drammatico: raramente si arriva ad un equilibrio simile!

venerdì 15 dicembre 2017

Descendants of the Sun (Drama, 2016) | Recensione

Descendants of the Sun
Voto Imdb: 8,6
Titolo Originale:Tae-yang-ui hu-ye
Anno:2016
Genere:Drammatico / Sentimentale / Commedia / Azione
Nazione:Corea del Sud
Regista:Lee Eung-bok, Baek Sang-hoon
Cast:Song Joong-ki, Song Hye-kyo, Jin Goo, Kim Ji-won

Una delle scene topiche di Descendants of the Sun,
immagine che non a caso compare ovunque, locandina inclusa.
E alla fine, il Giampy si è cimentato in qualcosa di totalmente diverso dalle sue solite visioni.

Un drama.
Coreano.
Romantico.
Strappalacrime.

E sapete qual è la cosa più inquietante di tutte? Se lo è pure sciroppato in pochi giorni, sottoponendosi ad estenuanti maratone davanti allo schermo.

No, cazzo, non va bene, non va bene per nulla.

Partiamo dall'inizio. Rullo di tamburi!
Prima di tutto, rispondiamo a tre domande introduttive.
1) Cos'è un drama?
2) Perché proprio Descendants of the Sun?
3) Cosa si intende per coreanata?

La prima risposta è molto semplice: in parole povere, è il corrispondente asiatico dei telefilm così come li conosciamo noi. In questa sede si parla principalmente di dorama, termine giapponese abbreviato dall'inglese Television Drama che indica il sottogenere di fiction televisive, discretamente standardizzate nella formula, dove a cambiare può essere il genere (commedia scolastica, storico in costume, horror, fantascienza, poliziesco, thriller, etc.), la storia, la presenza o meno di una o più sottotrame romantiche, l'ambientazione. Scendendo ancora più nello specifico, in questa recensione sto parlando di un k-drama, parola che indica un drama di origine coreana (del sud), simile nella concezione al j-drama giapponese, che solitamente si differenzia per un budget più elevato e una vicinanza sempre più pericolosa al concetto di soap opera. Una buona fetta del target è infatti femminile, non è un caso che vengano presi a manate ragazzi e fighetti di gruppi k-pop (corrispettivo coreano del j-pop, a sua volta definibile come genere pop giapponese di gruppi di bellocci e bellocce in stile One Direction, tanto per capirci). Altro aspetto peculiare è il fatto che le riprese vengono fatte quando la serie è già in onda, per permettere alla produzione un eventuale cambio di rotta di trama e personaggi a seconda della risposta e delle preferenze del pubblico. 
Ed eccoci quindi a rispondere alla seconda domanda. In realtà i motivi sono due. Descendants of the Sun è stato il k-drama di maggior successo del 2016, forse anche degli ultimi anni, capace di superare i confini nazionali e di far parlare di sé anche in America e nel resto dell'Asia, specialmente in Cina dove è stato trasmesso in contemporanea con la Corea. Il suo successo non è stato solo di critica e di spettatori: il drama è stato una possente macchina da soldi (si parla di proventi totali, diretti ed indiretti, di oltre 880 milioni di dollari!). Tutti i prodotti reclamizzati al suo interno - lucidalabbra, auto (casualmente tutte Hyundai), vestiti, locali di tendenza - hanno avuto un incremento di vendite enorme proprio grazie al serial. Il secondo motivo è questo:


Devo confessarvi una cosa: complice La Moglie, in realtà non sono nuovo al mondo dei drama, sia giapponesi che coreani. Già in passato me ne ero sciroppato diversi, gradendoli moderatamente quasi tutti. Restando nell'ambito coreano, me ne ricordo giusto due: My Lovely Sam-soon (Nae ireum-eun Kim Sam-soon, 2005) e Full House (id., 2004). Di entrambi ho un bel ricordo, ovviamente offuscato dal fatto che sono passati diversi anni dalla loro visione. Proprio del secondo nominato, l'attrice principale è proprio lei, Song Hye-kyo, la donna delle immagini di prima nonché co-protagonista di Descendants of the Sun. Sembra quasi uno scherzo del destino, eppure è così!
Infine, in quel periodo ho iniziato a seguire anche film coreani - non solo drama, quindi - ed insieme a La Moglie abbiamo coniato un termine: "coreanata". C'è una storia che parte allegra, divertente e spensierata? Verso la fine arriva un male incurabile che si porta via il o la protagonista. Più in generale, con "attenzione alla coreanata!" intendiamo scherzosament un improvviso cambio di registro, che solitamente inizia brioso e frizzante, e che termina impietosamente in una valle di lacrime. A quanto pare, ai coreani - più di altri, giapponesi e cinesi di Hong Kong inclusi - piace mischiare nella stessa storia commedia e dramma, rendendo più difficile tracciare con certezza il solco che separa una storia divertente da una drammatica. Ve lo dico per esperienza: se un film o un drama coreani vi vengono spacciati per "commedia", non fidatevi, la coreanata è sempre dietro l'angolo. Ora che inizio col parlare di Descendants of the Sun, vi metto subito in guardia: è una commedia, è un polpettone romantico, ha qualche (ovvia nonché telefonata) coreanata. Non ditemi che non vi ho avvisato.
Un'altra nota prima di partire, che avrei dovuto scrivere qualche riga prima: i nomi coreani sono per me terribilmente ostici, non riesco a memorizzarne mezzo (al contrario di quelli giapponesi); sappiate che seguirò il loro uso, scrivendoli nel loro ordine: sembrano tre nomi ma il primo è sempre il cognome (o nome di famiglia) e gli altri due sono il nome. E vai di copia & incolla a manetta.

Descendants of the Sun - Trama
Song Joong-ki nella parte di Yoo Si-jin
Campo militare sul confine con la Corea del Nord. La Squadra Alfa, un'unità speciale delle forze armate sudcoreane, è impegnata nel recupero di alcuni ostaggi finiti nelle mani di un gruppo di militari nordcoreani. All'interno di una catapecchia sperduta in mezzo al nulla, avviene la risoluzione: il Capitano Yoo Si-jin (Song Joong-ki) ingaggia un duello serratissimo con il comandante nordcoreano Ahn Jung Joon (Ji Seung-hyun), mentre intorno a loro i subalterni fanno lo stesso, tra cui il Sergente Seo Dae-young (Jin Goo), amico fraterno dello stesso Yoo Si-jin. Lo scontro è spettacolare, volano schiaffi, coltellate, colpi di pistola: il risultato è incerto fino alla fine quando, pur subendo una brutta ferita, con scatto felino ed abile mossa Si-jin riesce ad immobilizzare l'avversario, che si arrende: tra i due nasce un tacito nonché reciproco rispetto, quello che si dà ad un antagonista leale e corretto. Gli ostaggi vengono liberati e al comandante Ahn viene concesso di tornare in Nord Corea.
Il loro primo incontro.
Va' come fa il gradasso, lui...
Stacco di scena, vediamo Si-jin e Dae-young passeggiare per le vie di Seoul, per godersi qualche giorno di riposo dopo l'operazione. All'improvviso un ladruncolo da strapazzo ruba loro un cellulare e il duo lo insegue per riprendersi il maltolto; fatalità vuole che il ragazzo s'infortuni cadendo dal motorino e viene scortato in ospedale dai due militari, che non vogliono perderlo di vista. A prestare le prime cure è la dottoressa Kang Mo-yeon (Song Hye-kyo), che lavora come chirurgo nell'ospedale Haesung. Per Si-jin è un vero e proprio colpo di fulmine: invaghitosi della dottoressa, inizia a provarci sfoderando tutte le sue armi da battaglia: charme, battute di spirito, faccine sorridenti, galanteria... sempre mantenendo un alone di mistero sul suo lavoro, perché protetto dal segreto di Stato. Altrettanto ovviamente, Mo-yeon rimane colpita dal ragazzo ed accetta di uscire con lui. I due cominceranno a conoscersi meglio, a comprendersi... a piacersi. Purtroppo, però, i loro appuntamenti sono sempre interrotti dalle chiamate improvvise della Squadra Alfa, che obbligano Si-jin a sparire e a lasciare sola Mo-yeon. Quando lei apprende che lui è un soldato, i dubbi la assalgono tormentandola: lei sa benissimo di aver prestato il Giuramento di Ippocrate, la sua missione è quella di salvare le vite delle persone, chiunque esse siano, a prescindere da sesso, razza e religione... quelle che un soldato è obbligato ad uccidere dietro un ordine, anche se magari lo fa "solo" per difendere la Patria. All'ennesima sparizione di Si-jin, Mo-yeon decide di troncare la relazione che stava per nascere: troppi dubbi, troppe verità omesse, troppa... incompatibilità con il suo modo di pensare. A malincuore, Si-jin accetta la decisione della donna e parte per una lunga missione in terra straniera, Urk, immaginario stato balcanico dove ancora oggi c'è la guerra (qualcuno lo paragona all'Iraq, ma più volte i personaggi lo posizionano vicino alla Grecia, dove peraltro sono state realmente effettuate le riprese). 
Otto mesi dopo, la carriera di Mo-yeon prende una svolta improvvisa: il direttore dell'ospedale la invita del suo ufficio, la molesta goffamente e rimedia un sonoro rifiuto accompagnato da un altrettanto sonoro ceffone. Questa reazione comporta grossi guai: il direttore se la lega al dito e alla prima occasione si libera della dottoressa. Casualmente, su Urk diventa necessario mandare aiuti umanitari dalla Corea e creare una struttura medica partendo da zero. Chi viene mandata come responsabile? Ovviamente Mo-yeon, che si trova catapultata dall'altra parte del mondo da un giorno all'altro. Chiaramente, non appena arriva nell'inospitale aeroporto di Urk, trova ad aspettarla proprio Si-jin. 
Il campo di Urk dove si svolge gran parte della storia.
Da questo momento inizia un lungo arco narrativo che occuperà buona parte dell'intero drama (almeno 12 episodi su 16), dove assisteremo a molte storie che si intrecciano fra di loro, la più importante delle quali riguarda il tormentato rapporto tra il Sergente Seo Dae-young (l'amico di Si-jin, lo ricordo - i nomi coreani sono un casino, ve l'avevo detto?), innamorato ricambiato del Primo luogotenente Yoon Myeong-joo (Kim Ji-won), che ha il piccolissimo problema di essere la figlia del generale superiore di Si-jin e Dae-young: l'ostacolo più grande diventa quello di farsi accettare dal padre di lei e Dae-young, ligio al dovere fino al parossismo, non riesce a vedere una via di uscita dalla situazione in cui si sono cacciati. Vedremo poi nascere e crescere la clinica diretta da Mo-yeon, impareremo a conoscere gli altri dottori membri dell'equipe, assisteremo alla comparsa di alcuni personaggi cattivi, viscidi e squallidi, e comparteciperemo ad eventi straordinari e toccanti che metteranno a dura prova la tenacia e le capacità di tutti i protagonisti (un terribile terremoto, la conseguente epidemia, la guerra, attacchi terroristici). Insomma, di carne al fuoco ce n'è tanta - forse troppa - e gran parte di essa sarà vissuta dagli occhi di Si-jin e Mo-yeon. Sappiate che non mancheranno occasioni per infilarci delle coreanate belle e buone.

Mexican stand-off: la prima grossa crisi da risolvere a Urk.
Descendants of the Sun - Commento (no spoiler)
Sortilegio (cuoricino)
Sono costretto ad ammetterlo quasi a malincuore: sono rimasto vittima del malefico incantesimo di questo drama. Mi ha preso fin dall'inizio e me lo sono gustato quasi senza fiatare fino all'epilogo. Il tutto chiudendo un occhio, a volte entrambi, di fronte ai suoi macroscopici difetti, che non ho però trovato così mortali da farmi smettere di guardarlo. Posso sembrare incoerente rispetto ad altre recensioni in cui vi ho raccontato di quanto spesso alcuni evidenti difetti mi abbiano reso indigesta la visione, ma onestamente devo dirvi che tutte le riflessioni e le critiche sono iniziate quando ormai avevo già finito la visione. Mentre guardavo gli episodi, avevo solo un pensiero fisso: quello di sapere come sarebbe andata a finire la storia. La trama non riserva grosse sorprese, anzi direi che è abbastanza telefonata, ma con una produzione coreana, porco cazzo, devi (l'imperativo è d'obbligo) aspettarti la solenne e bastarda coreanata dietro l'angolo. Per questo motivo sono rimasto in guardia con le antenne drizzate fino alla fine: "sempre all'erta, Sugar!" L'incantesimo, tra l'altro, non è solo dato dal perverso meccanismo da soap opera che comporta un cliffhanger alla fine di ogni due episodi circa, con l'intento di aprire mini archi narrativi che seguono il collaudato schema: pericolo-azione-risoluzione-avanzamento del rapporto dei protagonisti-nuovo pericolo e così via, ma anche se non soprattutto dagli sguardi di Song Hye-kyo. Non posso dilungarmi troppo su questo aspetto perché ne va della mia incolumità psico-fisica causa La Moglie, ma qualcosa voglio dirla lo stesso. Mo-yeon (e quindi l'attrice, classe 1981) è ultratrentenne e non fa niente per nascondere la sua età; a pensarci bene, è un aspetto decisamente in contrasto con molti drama dove ad essere protagoniste sono ragazze ventenni o poco più, che fanno leva sulla propria avvenenza e gioventù. Song Hye-kyo ha dalla sua un volto ordinario, certo, dai tratti delicati (enfatizzati dal trucco e dalla frangetta sbarazzina), a cui si aggiunge un innato senso dello stile (merito dei costumisti, sicuro). Il risultato è quello di una donna di classe, per nulla volgare, diventata una vera e propria icona di stile per eleganza. L'attrice ha poi aggiunto al personaggio un insieme di fragilità e risolutezza, il cui mix è risultato ai miei occhi terribilmente efficace. Per onestà intellettuale devo dire due cose: 1) Per molti, La Moglie inclusa, l'attrice risulta antipatichina e non sempre nella parte 2) Il pubblico di questo drama in particolare è prevalentemente femminile, e gli occhi sono tutti puntati prima sull'attore Song Joong-ki, poi sui soldati coreani che si allenano (infatti c'è qualche scena ironica di puro fan service indirizzato alle ragazze). A causa di questi due aspetti ritengo il giudizio su Hye-kyo poco equilibrato come, d'altronde, lo è il mio da un punto di vista diametralmente opposto. Non è un caso se i due registi abbiano preferito abbondare (non è un eufemismo) con i primissimi piani dell'attrice, sia nei momenti allegri che, soprattutto, in quelli drammatici dove si deve sforzare a far rotolare qualche lacrima.

Intensità, perdinci!
Al di là di tutta questa pappardella che prova un po' a spiegare l'effetto che mi ha fatto il serial, devo aggiungere qualche altra considerazione. La prima è che Descendants si è rivelato un prodotto leggermente diverso da altri drama simili: la qualità audiovisiva a mio avviso è assolutamente superiore. L'immagine non è smarmellata né traballante (se non nelle scene di guerra, effetto voluto), le inquadrature hanno un taglio più cinematografico che televisivo, infatti le sequenze meglio riuscite danno più l'idea di guardare un film che uno sceneggiato. Molte transizioni di scene sono curatissime e ben studiate, parlo proprio di carrellate e stacchi di scena. La colonna sonora è molto curata e intervalla pezzi orchestrati ad altri ricchi di k-pop semplice, martellante ma terribilmente orecchiabile. Le tre o quattro canzoni principali vi rimbomberanno in testa per tanto tempo, anche a causa dell'elevato numero di volte in cui vengono propinate in sedici episodi. Ci sono, come detto, alcune sequenze che superano le altre per distacco in termini di resa e pathos: quella del terremoto e di come si svolgono le successive operazioni di salvataggio, quella della prima crisi diplomatica arabo-coreana (non dico altro per spoilerare), o la resa dei conti con uno dei cattivi, il comandante Argus.
Si-jin e Dae-young
La fortuna di questo serial è data anche da tutti gli altri personaggi comprimari. Come storia romantica è addirittura forse più interessante quella di Dae-young e Myeon-joo, ma altrettanto forti sono i medici colleghi di Mo-yeon, sui quali si appoggiano i momenti di ilarità e di distensione. L'intera storia è permeata da una sottile vena di commedia, che viene lasciata da parte nei momenti più drammatici, ma che non manca mai fino alla fine. Occhio però che la comicità è quella orientale, difficilmente a noi occidentali farà strappare sonore risate anche se alcune scene sono ben riuscite nonostante tutto. Un altro aspetto a cui ci si deve abituare il prima possibile se è la prima volta che si segue un drama orientale, è la recitazione. Dimenticatevi i telefilm americani, serrati e mediamente ben recitati o, meglio, più vicini a quello che solitamente vediamo nei film. Qui è più facile incappare in espressioni da macchietta, più vicine a Un posto al sole o Don Matteo, non so se rendo l'idea. Semplicemente, abituatevi e passate oltre.
Lee Chi-hoon (Onew). Per pietà.
Un esempio è un personaggio secondario ma ricorrente, il medico bamboccio Lee Chi-hoon: è infatti interpretato da Onew, il cantante dei SHINee, una band k-pop ovviamente famosa in patria. Beh, all'inizio è davvero disastroso come attore, ad incutere pietà non è il personaggio ma proprio lui nella sua interpretazione. Poi, per sua fortuna, nel tempo migliora leggermente fino a portare il lavoro a casa, ma resteranno sempre impresse nella memoria i suoi pianti esageratamente finti ed irritanti, di una pochezza veramente unica.
Proseguendo con i difetti, non posso non rimarcare un eccessivo ricorrere al tema del patriottismo (militare) e del senso del dovere dei soldati. Qualcuno poi parla di scarsa crescita dei personaggi principali, io non sono pienamente d'accordo (ma per spiegarmi meglio dovrò scrivere nell'apposita sezione Commenti con spoiler, più avanti), ma sono dell'idea che i principali difetti del serial siano invece i seguenti:
1) Si ha bisogno di una grossa... grossa... davvero grossa sospensione dell'incredulità in alcune scene, che risultano troppo forzate, pretestuose e ficcate solo per suscitare il groppo in gola. Ci sono inoltre degli sfondoni scientifici che anche un non laureato in medicina riesce a cogliere e ad inorridire a causa loro.
2) La trama non solo è lineare e priva di veri colpi di scena che facciano rimanere lo spettatore con la bocca spalancata, ma presenta anche dei buchi grossolani di sceneggiatura, in aggiunta a salti logici non da poco che inevitabilmente faranno storcere il naso. Ci si è spesso soffermati sulla facile presa emozionale, mettendo da parte scelte più razionali e funzionali. Peccato davvero, sarebbe bastato poco per raddrizzare il tiro.
Quello che resta al termine della visione è, in ogni modo, la cosa più importante. Quando ho finito la visione di Descendants of the Sun, inesorabilmente sono stato cullato da un malinconico senso di vuoto: succede solo quando qualcosa mi è piaciuto davvero e l'ho divorata troppo velocemente, diviso tra il voler viaggiare con i protagonisti e il bisogno quasi fisiologico di vederne la conclusione. Sì, mi sono mancati i paesaggi di Urk, le risate dei medici e dei soldati, gli sguardi di Hye-kyo e il sorriso beffardo di Joong-ki. Lo scopo di un drama simile è quello di emozionare: lasciatemelo dire, con me ci è riuscito in pieno, facendomi riscoprire più tenerone e romantico di quello che pensassi. Che sia un pregio o un peccato mortale, lascio a voi la scelta...

L'isola di Zante: ottima scelta come location.
Diverse scene si svolgeranno vicino al misterioso relitto di Zante.

Nota importante! Il prossimo paragrafo contiene un approfondimento sui personaggi e su alcune critiche: dal momento che saranno presenti numerosi spoiler (compreso il finale), leggetelo solo dopo la visione o se non avete intenzione di vedere il drama (in tal caso, mi domando che minchia ci facciate a questo punto della lettura perché di sproloqui ne ho scritti fin troppi!)

Descendants of the Sun - Commento (spoiler alert!)
Emotività.
Messa da parte l'emotività e fatto sì che un pizzico di razionalità entri in campo, non è possibile tacere dei difetti più evidenti del serial. E vorrei andare al di là di alcune problematiche tipiche del genere delle quali non si può fare a meno, ovvero la necessità di allungare la storia per riempire 16 episodi; questo comporta l'inserimento di nuovi personaggi, situazioni più assurde, finali multipli, l'abbandono di alcune microtrame a discapito di altre e così via. Il fatto che, contrariamente ad altri drama coreani più famosi, Descendants sia stato girato tutto prima della trasmissione, può essere visto sia positivamente che negativamente: se da una parte la storia è uscita esattamente così come la volevano l'ideatrice e sceneggiatrice Kim Eun-sook insieme al co-sceneggiatore Kim Won-seok senza le ingerenze dei fan, d'altra parte non è stato possibile fare eventuali correzioni che ne avrebbero potuto - forse - migliorare la qualità finale.
Dottoressa.
Tornando alle critiche più ricorrenti, vorrei soffermarmi su un aspetto: la presunta mancanza di crescita dei due personaggi principali. Secondo me non è un'affermazione del tutto corretta, soprattutto se riferita a Mo-yeon. Fra tutti, è proprio Si-jin quello che rimane granitico nelle sue convinzioni: era un soldato abile e affidabilissimo con un forte senso dell'onore già all'inizio e lo è anche alla fine; il suo modo di porsi verso Mo-yeon non cambia di una virgola, nemmeno quando lei lo respinge o lo scarica più volte non riuscendo ad accettare una vita piena di dubbi e con il terrore che, un giorno, potrebbe non rivedere più il ragazzo perché caduto in battaglia. Lui è sempre lì, pronto ad aiutarla o ad accettare la sua decisione, convinto che lei, prima o poi, lo accetterà. Intendiamoci: è un bel personaggio, ben definito fin dall'inizio, ma che non ha una vera e propria crescita. È carismatico, è figo, è un eroe, ma è anche un archetipo costruito apposta per piacere così com'è. Diversa è proprio Mo-yeon: è lei ad avere i dubbi, è lei che in definitiva deve prendere una decisione, che potrà maturare soltanto dopo un percorso in cui anche le avversità giocano un ruolo importante; senza trascurare il dover conciliare la professione di Si-jin con il suo credo di medico chirurgo. E, secondo me, la dottoressa non è nemmeno, almeno non del tutto, il solito personaggio femminile indifeso e bisognoso di essere tratto in salvo. Certo, c'è la scena topica contro il cattivo Argus che la tiene prigioniera e dovrà essere salvata da Si-jin, ma ricordiamoci sempre che lei è una dottoressa e lui un soldato. Più volte Mo-yeon ha dimostrato di essere forte, risoluta, in grado di prendere anche decisioni drammatiche (una delle scene per me più belle è quando deve decidere quale ferito dovrà salvare dopo il terremoto: la salvezza di uno comporterà la morte inevitabile dell'altro, per colpa di una grottesca situazione che li lega indissolubilmente l'uno all'altro). E, in definitiva, la decisione se iniziare una vera storia sentimentale con Si-jin spetta solo a lei, con lui in attesa passiva e speranzosa di un sì. Care le mie sciacquette che criticate tanto solo perché fan di Song Joong-ki: per una volta iniziate ad usare il cervello.
Myeon-joo e Mo-yeon (cacofoniaaa)
Gli altri problemi del drama si riconducono alla trama (beccatevi questa rima). Per quanto mi riguarda, se fosse finito alla puntata 12, esattamente al termine dell'arco narrativo di Urk, sarebbe stato comunque perfetto perché in quel momento gran parte dei nodi si sono già risolti e altri si sarebbero potuti sistemare in anticipo con qualche piccolo accorgimento. Per quanto gli ultimi quattro episodi presentino situazioni di altissima qualità, prima su tutte il ritorno del capitano nordcoreano Ahn (uno dei personaggi meglio riusciti in assoluto), non mi è piaciuto il voler far quasi morire Si-jin nella puntata 13 e il farlo morire nella puntata 15, la penultima, costruendoti il più banale dei colpi di scena nell'ultimo capitolo (toh, non è morto davvero, ma dai?!). Mi fai 13 puntate in cui è praticamente infallibile ed immortale, poi quasi schiatta per colpa dei traditori nordcoreani, dopo magicamente torna abile e combattivo per risolvere la crisi politica meglio di Jason Bourne o Ethan Hunt quando invece dovrebbe essere immobile sul letto dell'ospedale, e infine me lo fai morire in battaglia nuovamente dall'altra parte del mondo? Suvvia, questo è stato il classico mezzuccio da telenovela costruito apposta per far versare lacrime su lacrime a Mo-yeon e a Myeon-joo (sì, risulta morto pure l'amico Dae-young), far loro elaborare il lutto per un anno intero, per poi farli re-incontrare in Albania in una scena ai limiti dell'assurdo con tanto di annessa nevicata clamorosa su Urk, in confronto alla quale è più credibile vedere il sottoscritto sulla copertina di Vogue. Ecco, una trama tutto sommato discretamente costruita inciampa grandiosamente proprio nel finale; l'happy end c'era già stato due volte (quando Mo-yeon accetta definitivamente Si-jin e quando lui, in fin di vita, viene salvato proprio dalla dottoressa, scena che tutti, più o meno, si aspettavano), che bisogno c'era di allungare così la brodaglia? Fermo restando che se avessero piazzato la coreanata definitiva negando il lieto fine, avrei molto probabilmente scagliato il monitor fuori dalla finestra anche se sarebbe stato un colpo di scena più che memorabile.
Hye-kyo piazzata a caso qui.
Ultima grossa critica è l'aver creato dei personaggi interessanti ma che purtroppo non sono stati adeguatamente sviluppati: il dottore meccanico tuttofare Daniel Spencer è quello che mi viene in mente per primo. Misterioso, capace, pure discretamente figo, con un background che avrebbe potuto permettere di costruire una linea narrativa stuzzicante. Invece Daniel diventa un semplice e banale deus-ex-machina che deve risolvere alcune situazioni al momento giusto. Magari la storia ne averebbe beneficiato se ci si fosse soffermati meno su momenti esageratamente drammatici (l'epidemia, per esempio, che ho trovato abbastanza risibile) o su dialoghi inutilmente allungati, per poter dare più spazio al meccanico e a sua moglie di origini russe Ye-hwa.
Si può, infine, criticare l'eccessiva attenzione data all'aspetto para-militare dei personaggi, con una neanche tanto velata apologia dell'esercito coreano, rafforzando implicitamente un innato patriottismo dei cittadini coreani. Beh, se a me non dà fastidio Micheal Bay, che su questo punto martella niente male, figuriamoci se vado a storcere il naso in questa sede, su un aspetto che per me è molto marginale. Detto in parole povere: non me ne frega una beneamata cippa di niente.
Yoon Myeong-joo (Kim Ji-won)
Bene tutto il resto, invece! Il Sergente Dae-young (l'amico di Si-jin, lo ricordo più a me stesso che a voi... rido) è per esempio un punto focale della storia. Si può parlare anche di una sorta di bromance tra lui e l'amico superiore (non sono del tutto convinto di questo aspetto, ma ci può stare), quello che colpisce è la sua incredibile ottusità: parco di parole, fa fatica ad esternare i suoi sentimenti e si rifugia nel suo grandissimo senso dell'onore, tutto l'opposto di Myeon-joo, che non fa nulla per nascondere i suoi pensieri. Il contrasto funziona bene e rende interessante una storia che va avanti di pari passo a quella principale per tutta la durata del serial.
Riassumendo in poche parole, la vera forza di Descendants è data proprio dai personaggi e dalle loro interazioni; è l'abilità di aver creato un gruppo coeso insieme al quale vivere le grandi vicende di cui spesso sono spettatori insieme a noi, talvolta anche parte attiva. Funziona, funziona davvero pur con tutti gli inciampi di cui ho parlato poco prima.

Descendants of the Sun - Conclusioni
L'alchimia di SongSong
Qui in Italia difficilmente possiamo percepire l'importanza che questo drama ha avuto in Corea e in Asia, Cina soprattutto. Io stesso mi son dovuto documentare per capirci, come è ovvio che sia. Al di là dell'aspetto commerciale, che è stato quello più eclatante come già sottolineato, si può aggiungere qualcosa a livello sociale. La coppia SongSong, per esempio! Il nome fa volutamente sorridere, e fa riferimento al matrimonio reale - avvenuto il 31 ottobre 2017 - tra Song Hye-kyo e Song Joong-ki  (Mo-yeon e Sin-ji, repetita juvant). Innamoratisi sul set (la loro alchimia è evidente!), hanno mantenuto il rapporto segreto per fare poi l'annuncio a trasmissione terminata. Ora, dato che mi sono fatto prendere la mano, vi racconto pure un aneddoto buffo (eccovi l'Aneddoto Inutile del Giampy!) Il loro matrimonio è stato uno degli eventi mondani più chiacchierati dell'Asia; blindatissimo e iper segreto (i SongSong sono riservati, come biasimarli?), immaginate solo l'orda di droni sguinzagliati per tutta Seoul con lo scopo di scovarli e mandare in streaming  illegale l'evento. Ci è riuscita la società del marito dell'attrice Zhang Ziyi (famosa per La Tigre e il Dragone, e non solo), amica di Hye-kyo e invitata al matrimonio stesso, la quale si è poi dovuta prodigare in scuse per l'accaduto. Imbarazzo a profusione: solo in Corea succedono queste cose! (scherzo).

I SongSong esibiscono il costosissimo regalo di matrimonio del regista John Woo
(Song Hye-kyo è stata da lui diretta nel film The Crossing, 2014)

I SongSong annunciano il fidanzamento su Twitter
Facezie a parte, penso sia necessario spiegarvi come sono giunto al voto finale. Bisogna relativizzare - come faccio quasi sempre - e considerare che sto giudicando un prodotto diverso da un film per tanti motivi:
  • Serialità prolungata vs due ore di storia fatta e finita;
  • Recitazione orientale, diversa da quella a cui siamo abituati;
  • Concetto di drama, inteso qui nell'accezione più ristretta di soap opera;
  • Qualità visiva e budget solitamente inferiori rispetto ad un prodotto destinato al cinema;
  • Target specifico, qui indirizzato ad un pubblico prevalentemente femminile.
Ecco, alla base di tutte queste considerazioni, vi dico che Descendants of the Sun è un prodotto decisamente superiore alla media per distacco e, dato che riesce ottimamente nel suo intento più intimo, quello di emozionare, ecco spiegato come si arrivi ad un 8 secco che potrebbe essere visto come un voto esagerato rispetto allo stesso punteggio ottenuto da film indubbiamente superiori nella produzione, nella resa visiva, nel coinvolgimento personale. Un avvertimento fondamentale, però: se anche la sola idea di guardare una storia romantica vi fa venire l'orticaria, non esisterà niente al mondo che vi farà apprezzare questo drama, nemmeno tutti gli altri aspetti indubbiamente positivi presenti.


Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 6
Il voto è una media di tanti aspetti: ottima caratterizzazione dei personaggi, credibile lo svolgimento, pessimi momenti illogici e ricorso eccessivo dei soliti facili mezzucci strappalacrime, tipici del genere.
Musiche:
8
K-pop a profusione, di quello facile ed orecchiabile, piazzato strategicamente in modo da riempire ogni sequenza con lo scopo di rimanere in testa. Funziona, non posso negarlo.
Regia: 8
La regia è forse uno degli aspetti più convincenti del drama. Le riprese sono sempre chiare, gli effetti ben fatti (tenendo conto del budget), le sequenze studiate in modo ottimale e con molte chicche di qualità. I registi hanno fatto un ottimo lavoro, tanto da rendere il serial visivamente simile ad un film in più di un momento.
Ritmo: 6
Come è normale che sia, il ritmo è troppo altalenante. Ottime le fasi in cui c'è bisogno di tensione, due o tre belle scene concitate e tanti - forse troppi - dialoghi inutili a rallentare la narrazione. Anche questo è un difetto tipico del genere.
Violenza: 6
Sembrerà strana questa votazione, ma talvolta sembra di vedere una puntata di E.R. con sangue che zampilla allegramente, sequenze in sala operatoria e brutte ferite esibite gagliardamente. 
Humour: 6,5
Tutta la storia è attraversata da un sottile velo di commedia. Essendo però umorismo orientale, non sempre sarà in grado di farci ridere.
XXX: 0
Suvvia.
Voto Globale: 8
Descendants of the Sun, l'avrò già detto quattro o cinque volte, emoziona. Quello è il suo scopo, quello ha ottenuto. Vi rimando all'ultimo paragrafo del commento finale per le dovute spiegazioni a questo 8.


Neurone Numero 4 a rapporto! Song Hye-kyo
(come sempre, click per ingrandire)















Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...