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venerdì 13 ottobre 2017

5 cm al secondo (2007) | Recensione

5 cm al secondo
Voto Imdb: 7,8
Titolo Originale:Byōsoku go senchimētoru
Anno:2007
Genere:Drammatico, Sentimentale
Nazione:Giappone
Regista:Makoto Shinkai
Cast:Kenji Mizuhashi, Satomi Hanamura

Attenzione! Questa recensione è un estratto della Monografia su Makoto Shinkai. Ne ho fatta una versione separata ai fini di una bieca migliore indicizzazione dei motori di ricerca. Seguite questo link per leggere l'intero articolo! LINK


Livello di spoiler: ASSASSINO [trama dettagliata e finale svelato]

Qui continuo a sbavare di fronte alla qualità, in ascesa costante.
5 cm al secondo
, un mediometraggio di circa un'ora, è la storia di Takaki e Akari, un bambino e una bambina che si conoscono alle elementari. Hanno molto in comune: hanno cambiato più volte scuola a causa del lavoro dei genitori, sono spesso malaticci e per questo preferiscono andare in biblioteca, isolandosi dal resto dei compagni, sono tranquilli e taciturni, ma quando sono insieme stanno bene... due veri e propri amici per la pelle, forse anche qualcosa di più. Il film ci racconta la loro storia attraverso tre archi narrativi distinti, che riassumono tre parentesi fondamentali nelle loro vite.

Takaki e Akari
Trama (gli spoiler partono da qui e andiamo sul pesante andante)
La prima parte, Ōkashō ("Il capitolo dei fiori di ciliegio") si sofferma sul grande viaggio del tredicenne Takaki. Alla fine delle elementari, Akari è costretta a trasferirsi nella prefettura di Tochigi mentre Takaki deve andare a Tokyo. Per intenderci, siamo sempre nella regione del Kantō, distanze abbastanza grandi, ma niente di insormontabile, diciamo due orette con i superfighi treni giapponesi. I due ragazzi continuano a scriversi lettere, raccontando le loro giornate e le loro sensazioni a cuore aperto. Purtroppo Takaki è nuovamente costretto a trasferirsi, questa volta a Kagoshima. Ben altra storia: parliamo della punta estrema meridionale dell'isola di Kyushu, qualcosa come 1400 km di distanza dalla capitale. Cosa che per un neo-adolescente diventa una distanza incalcolabile. Takaki prende d'impulso una decisione: saltare sul treno e raggiungere Akari per vederla di persona, almeno una volta ancora. Il viaggio diventa un'odissea: molti cambi di treno e, soprattutto, una grandissima nevicata che riesce a mettere in ginocchio il sistema ferroviario giapponese, causando un mostruoso ritardo al povero ragazzo. Per inciso, ve lo dicevo che Shinkai ama inserire tocchi di fantascienza nei suoi racconti, eccovi un fulgido esempio. Tornando al povero ragazzo, è facile intuire la sua frustrazione: il giorno diventa notte, i fiocchi di neve la sua unica compagnia, il freddo pungente un alleato contro la noia. Takaki teme di non trovare più nessuno ad attenderlo all'arrivo, chi sarebbe così folle da passare una notte nella stazione sepolta dalla neve? Quando finalmente il ragazzo scende dal treno, inaspettatamente trova Akari addormentata davanti ad una stufa, ad attenderlo. Qui lo dico e qui lo nego: non sottovalutate l'importanza di questa scena, perché è questa ad avere conseguenze nefaste sulla psiche compromessa del ragazzo. L'immagine di Akari addormentata davanti alla stufa è il momento in cui Takaki capisce di essere passato dalla friendzone alla perdizione fatale. I due ragazzi si abbracciano e passano l'intera notte a parlare. Sotto un ciliegio reso spoglio dalla neve, si scambiano un bacio tenero, a suggellare una promessa per il futuro.
I cieli di Kagoshima. Sembra una fotografia.
La seconda parte, Cosmonaut, vede un salto di qualche anno: siamo al liceo, Takaki si trova ancora a Kagoshima, splendida località dove si surfa abbestia e le giornate scorrono via tranquille, in pieno contrasto con la frenesia di Tokyo. L'intero arco narrativo è dal punto di vista della compagna di classe Kanae: follemente innamorata del ragazzo, è talmente timida ed insicura da non trovare mai la forza per dichiararsi. C'è qualcosa in lui che la attrae: lo vede sempre solitario e taciturno, ma con lei è gentile; un momento è chino sul cellulare a scrivere e-mail [2], quello dopo le sorride cordialmente. Forse qualcosa lo turba, l'unica cosa certa è che spesso lui ha lo sguardo perso nel vuoto, fisso all'orizzonte. Noi spettatori sappiamo cosa guarda: lui si immagina ancora con Akari, l'orizzonte non è che la meta a cui tendere, il luogo fantastico ed idealizzato dove lei lo sta aspettando.
Quando Kanae decide che è arrivato il momento di confessargli il suo amore, realizza che lui è in realtà irraggiungibile. Il capitolo si chiude con la ragazza che piange in camera sua, nel silenzio della notte, mentre noi scopriamo, non senza un pizzico di inquietudine, che Takaki in realtà non sta mandando a nessuno le email che scrive sul cellulare, le compone e le cestina.
La Tokyo del terzo arco narrativo.
Il terzo capitolo, Byōsoku 5 Centimeter ("5 cm al secondo"), è l'atto conclusivo: Takaki, adulto, lavora a Tokyo e continua a pensare ad Akari, che non ha più rivisto né sentito. Ancorato al ricordo struggente del passato, non riesce a provare sentimenti per altre ragazze (in diverse scene vediamo come lui rifiuti il contatto di una collega che gli muore dietro). Durante uno di quei giorni in cui la sua esistenza si trascina per inerzia, Takaki attraversa un passaggio a livello, incrociandosi con una donna. Prima che il treno gli copra la visuale, per un attimo riesce a scorgere il viso di Akari: lei non l'ha riconosciuto e continua nel suo frettoloso incedere. In questo momento parte un flashback accompagnato da una struggente canzone, in cui vediamo come Akari abbia dimenticato nel tempo il ricordo di Takaki e abbia iniziato una nuova vita con un'altra persona che sposerà di lì a qualche giorno. Alla fine del flashback, come una sorta di epifania, Takaki si rende conto di aver letteralmente buttato nel cesso gli anni migliori della sua vita ad inseguire un sogno rimasto tale... si licenzia dal lavoro e si incammina in una Tokyo buia e anonima ma in perenne movimento. Forse non è troppo tardi per dare una svolta alla sua vita?
*sbavo*
Commento
Neanche io so il perché abbia deciso di raccontare così nei dettagli questa storia, cosa che farò anche con un altro mediometraggio (Il giardino delle parole). Il motivo, probabilmente, è perché mi è rimasto qualcosa dentro. Ragionandoci più a freddo, penso di ricondurre il tutto alla prima parte, quella del viaggio di Takaki verso il paesino sperduto di Akari, non nascondo che sia il momento in cui, più di tutti, mi sono immedesimato nel protagonista. Ōkashō è la parte raccontata meglio, in assoluto. Sia come narrazione che, soprattutto, come immagini. L'inquietudine e la frustrazione del ragazzo bloccato in mezzo al nulla, in un Giappone insolitamente ostile e lontano dalla perfezione di Tokyo, traspaiono in modo vivido e convincente. Sono sincero, mi sono stupito molto nel leggere diverse recensioni in cui ci si lamenta della noia dei primi venti minuti. È vero, la storia è lenta (ma è una caratteristica di Shinkai), è introspettiva, non è nemmeno innovativa ma, secondo me, ha trovato la sua giusta dimensione. Gran parte del merito è sicuramente dovuto alle immagini, già in quest'opera di splendida fattura. Si vede come Shinkai abbia affinato la tecnica diventata poi il suo trademark: sfondi in computer graphic ritoccati manualmente in post produzione, su cui sono state applicate le animazioni in 2D dei personaggi. A parole è difficile da rendere, ma il risultato visivo è ottimo già in un film di ormai dieci anni fa. Non posso più, ad esempio, usare l’espressione “è invecchiato male” che ho scritto nella recensione di La voce delle stelle, perché se lo facessi mentirei a voi e a me stesso. 5 cm al secondo ha però, a mio parere, dei grossi difetti. Non è innanzitutto coerente ed omogeneo, soprattutto nella struttura narrativa. Da questo punto di vista, Shinkai è ancora molto acerbo. Trovo poco coerente l'alternanza dell'io narrante, che passa con eccessiva disinvoltura da Takaki ad Akari, con la parentesi, questa sì abbastanza inutile, di Kanae. Il risultato è poco omogeneo perché di fatto la storia è vissuta unicamente dal punto di vista del ragazzo e gli intermezzi con le voci delle due ragazze risultano troppo forzati. Lo stesso registro delle voci (mantenuto nell'appena sufficiente doppiaggio italiano, con le voci di Federico Zanandrea e Debora Magnaghi) è quasi disturbante: voci di ragazzi più che adulti associate a bambini, pensieri e parole in libertà con un timbro adulto che poco si confà all'età dei protagonisti. Sicuramente è cosa voluta, a mio avviso è invece un espediente ingenuo e di poco effetto. Gli stessi personaggi, essendo archetipi, peccano di caratterizzazione, almeno per come la vedo io. Takaki è monodimensionale nella sua ossessione, Akari è solo una idealizzazione, di Kanae vediamo poco sviluppo come personaggio anche se, a conti fatti, risulta la più interessante, chissà che in una narrazione a più ampio respiro non avrebbe potuto riservare qualche sorpresa in più? Per il resto, buona la regia, forse troppo netti gli stacchi fra i tre capitoli (ma il salto temporale è così largo che è difficile fare altrimenti).
Notare l'incredibile livello di dettagli. Qui siamo a Kagoshima.
Ah, dimenticavo: cosa significa il titolo "5 cm al secondo"? È una frase che, nella primissima scena, Akari dice a Takaki e fa riferimento alla velocità a cui cadono i petali dei ciliegi in fiore in primavera. Ce lo vedo, il Makoto, tronfio per aver trovato una frase ad effetto, divertirsi ad infilarla qua e là nei dialoghi dei suoi personaggi. Come un cerchio che si chiude, faccio notare come il passaggio a livello della prima scena, in cui si parla dei cinque centimetri al secondo, è lo stesso dell'atto conclusivo, segno che l'autore aveva ben chiaro lo sviluppo della storia, almeno come inizio e come fine; non è cosa negativa, peccato che il percorso sia risultato troppo accidentato.

Stazione della metropolitana di Tokyo

La classe di Takaki


Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4
poco bilanciata e coerente, abbastanza semplice e raccontata per giunta maluccio. Il soggetto, va detto, è interessante. La prima parte è la mia preferita in assoluto, purtroppo la storia si perde clamorosamente per strada.
Musiche: 6
le musiche di Tenmon, fatte di solo pianoforte, creano un'atmosfera angosciante e drammatica. Dopo un po' diventano però stancanti.
Regia: 8
non nascondo il mio apprezzamento a questo aspetto, visivamente è davvero spettacolare ed alcune soluzioni sono anche molto efficaci. La cura del particolare è grandiosa e non posso non applaudirla. Le stesse animazioni dei personaggi, solitamente più legnose rispetto al resto del comparto visivo, hanno fatto un gran bel balzo in avanti.

Ritmo: 4
lento, a tratti forse noioso. Non si può pretendere un ritmo alla Fast & Furious (rido io per primo di fronte all'assurdità del paragone) per un film dichiaratamente introspettivo, certo un maggiore brio nella narrazione non avrebbe guastato.

Violenza: 5
assente; potrei fare la battuta che la sua lentezza esasperante può diventare violenza psicologica nei confronti dello spettatore, ma non lo faccio. Ops, l'ho appena fatto.
Humour: 4
Totalmente assente, Shinkai è serio e serioso.
XXX: 0
nulla da segnalare
Voto Globale: 6
il giudizio non è facile, per me. Facendo un riduttivo calcolo matematico, potrei cavarmela dicendo che è la media dei tre capitoli: 8 il primo, 4,5 il secondo, 5,5 il terzo, anche se sono consapevole di essere fra i pochi a preferire la prima parte alle altre due. Avrei anche potuto dargli qualcosa più vicino ad un 7 perché in fondo il film mi ha emozionato. Purtroppo non posso nascondere i grossi difetti che ho evidenziato nella recensione, che minano il giudizio globale. 5 cm al secondo resta, in ogni caso, un film che merita una chance, non è detto che non possa piacervi, basta che sappiate a cosa state per andare incontro.

martedì 13 novembre 2012

Hostel: Part II (2007) | Recensione

Hostel: Part II
Voto Imdb: 5,4

Titolo Originale:Hostel: Part II
Anno:2007
Genere:Horror / Splatter
Nazione:Stati Uniti
Regista:Eli Roth
Cast:
Lauren German, Roger Bart, Heather Matarazzo, Bijou Phillips, Richard Burgi, Vera Jordanova


Lo riconoscete?
Di Hostel e di tutte le premesse che lo contraddistinguono ne ho parlato durante la recensione del primo capitolo. Dato che sono fondamentalmente pigro e non ho voglia di replicare, vi rimando a quelle righe se avete voglia di leggere cosa ne penso...

Povero Jay Hernandez... ehm... 
Per Hostel: Part II vale il detto: "Squadra che vince, non si cambia". Poi, vedremo, non sarà esattamente così, ma alcuni punti di partenza (regista, produttore, location) sono in comune col primo capitolo. E del primo capitolo è stato replicato il latente razzismo elirothiano-americano nei confronti dell'Europa; o meglio, sono stati replicati luoghi comuni del comune pensare americano verso gli europei (permettetemi questo bisticcio di parole): continente vecchio, pieno di assassini slavi e italiani cafoni ingrifati. Hostel: Part II (da ora, per brevità, HPII) parte esattamente da dove era finito il primo capitolo, liquidandolo in cinque minuti scarsi: il sopravvissuto della prima mattanza si nasconde ma viene trovato dall'organizzazione e decapitato senza tanti complimenti.
Modella stragnocca fan di
Capitan Harlock. Sì sì.
La scena si sposta a Roma: tre studentesse americane di Belle Arti (deduco io) incontrano una modella stragnocca che suggerisce loro di andare in Slovacchia per raggiungere la Sorgente Termale Definitiva. In fondo la Slovacchia è dietro l'angolo rispetto a Roma, no? Pertanto le nostre amiche accettano e vanno in quel di Bratislava o cittadina simile, dove arrivano allo stesso ostello del primo capitolo.
Parliamo dei tre personaggi:
Tizia 1 - Della protagonista viene detto quasi subito che è ricca sfondata da far schifo. Ha ricevuto un'eredità ed ha così tanti soldi che per il solo fatto di essere lì a Bratislava, ha alzato il PIL della Slovacchia di cinque punti. Quando ho recepito questa informazione mi è suonato un campanellino d'allarme: era il Neurone Numero 2 che cercava disperatamente di dirmi come sarebbe andato a finire il film. Per fortuna è intervenuto il Neurone Numero 3, che lo ha zittito in modo un po' brusco. Ah! So di essere un po' bastardo dentro e so che, dicendovi questo, vi ho indirettamente rivelato parte del sorprendente (!!!) finale di questo film... ma in realtà sono tranquillo:
  • Se state leggendo questa recensione avrete probabilmente già visto il film in questione, quindi non vi rovino una cippa di niente.
  • Se non l'avete ancora visto, difficilmente vi verrà voglia di vederlo dopo che avrete letto il prosieguo. E' una mia sensazione, eh.
Questo perché, come spesso sta succedendo, il lavoro sporco lo faccio io per voi, amici miei... ma non divaghiamo! Stavo parlando delle tre protagoniste!

Tizia 2 (Heather Marrazzo)
Tizia 2 - C'è la tizia sfigata e bruttarella, un po' secchiona e un po' sociopatica, un po' palla al piede e un po' svampita. Beh, il quadro psicologico è presto detto: è il classico personaggio che deve solo morire. Nel modo più atroce possibile. Ovviamente è la prima a rimorchiare: misteri dei cliché dei film horror.

Tizia 3 - C'è infine la zoccola della compagnia. Quella un po' carina e che la dà via come il vento. Solitamente in questi film è il tipico personaggio che muore per primo, magari dopo una sana trombata con qualcun altro che muore insieme a lei. Beh. Muore anche qui, quindi nessun problema: lo stereotipo è stato ampiamente rispettato, anche se magari con un po' di ritardo. E con metodi un po'... tragicomici.

Non vi racconto come: sappiate solo che Tizia 1, 2 e 3 sono rapite dall'Organizzazione e sono pronte per essere torturate a morte da qualche psicopatico pieno di soldi.

Ecco i due carnefici...
Rispetto al primo film, HPII presenta una grossa novità: noi spettatori non seguiamo il solo punto di vista delle vittime sacrificali, ma anche quello dei carnefici. Yes! Abbiamo Todd, lo stra-ricco che si aggiudica all'asta Tizia 1 e Tizia 3, e abbiamo Stuart, il suo amico impacciato, timido, squattrinato, con qualche complesso irrisolto, al quale Todd vuole fare un bel regalo: Tizia 1. Anche qui il Neurone Numero 2 si è messo a scalpitare come un pazzo per suggerirmi quale sarebbe stato l'inaspettato (!!!) risvolto della trama. E anche qui, Numero 3 lo ha zittito con un calcio rotante all'Apparato del Golgi [1].
Io ti squarto in due.
Ah! Ah! Ah!
Insomma, in HPII assistiamo al modus operandi dell'Organizzazione: le vittime vengono rapite dal gestore dell'ostello, la loro foto del passaporto (sorridente, fra l'altro... errore comico) viene inviata a tutti i membri dell'organizzazione, i quali si scannano (qui solo verbalmente, non prendete sempre tutto alla lettera!) in un'asta virtuale per aggiudicarsele. Dopo di che, le vittime vengono portate al solito capannone marcescente della periferia di Bratislava e ivi terminano le loro tristi e miserrime vite mentre il carnefice sceglie tempi e modalità di esecuzione assecondando il proprio ghiribizzo.

Un po' di gnocca buttata qui a caso.
Ok, gli spunti interessanti di HPII terminano qui. Ché poi, di interessante, ad onor del vero c'è ben poco. Volete vedere le gnocche presenti nel primo capitolo? Puppate, qui c'è solo qualche scena (coraggiosa) con Heather Marrazzo (la Tizia 2) di nulla vestita e appesa a testa in giù. Volete vedere la tanto strombazzata & pubblicizzata violenza marchio di fabbrica di Hostel? Puppate, rivolgetevi a qualche altro film. Qui ci sono giusto un paio di scene viUlente: il Taglio del Sacro Augello - scena che dovrebbe raccapricciare noi maschietti ma che sa di finto lontano un chilometro - e una pioggia di sangue (vergine). Poco altro. Fra l'altro il marchio di fabbrica di Hostel non è tanto la violenza, quanto lo strombazzamento della stessa; ovvero, il suscitare un morboso interesse e una perversa curiosità che però non vengono minimamente soddisfatti durante la visione. Insomma, tanto fumo e poco arrosto. Tanto marketing e poco prodotto.

Non ci sperate :(
In definitiva, HPII merita una visione? Di primo acchito, direi di no. Poi ci ripenso e riformulo con un: "Dipende". Se non avevate apprezzato il primo, lasciate pure perdere: non è il genere che fa per voi e per giunta non è nemmeno un capolavoro. Se l'avevate apprezzato, potreste trovarvi un po' spiazzati. Mi spiego. E' un film che per alcuni aspetti è inferiore al primo. Specialmente per quanto riguarda il tasso di violenza e di ormoni: totale delusione. Per altri aspetti, è un film che aggiunge qualcosa in più rispetto al primo. Più personaggi, più punti di vista, qualche (vaga) pretesa di colpi di scena peraltro abbastanza telefonati ma non irritanti, una spruzzatina di (auto)ironia che non guasta mai. E la solita regia discreta di Eli Roth con il solito, permettetemelo, gioco delle citazioni tanto caro a Tarantino. Esempi?
  • Camei di due mostri sacri del cinema pulp anni '70 che tanto piace ai tarantiniani: Edwige Fenech e Luc Merenda
  • Cameo di Ruggero Deodato, che interpreta il "cannibale italiano": impossibile non cogliere la citazione ad uno dei suoi film più famosi, "Cannibal Holocaust". Io preferisco ricordarlo per "The Barbarians", ma questo lo sapevate già, vero?
  • Scena di Pulp Fiction visibile in un televisore dell'ostello - autocitazione dal primo Hostel.
Ruggero Deodato!
Edwige Fenech. Devo ammettere
che si è  mantenuta bene.









Ah, anche qui c'è la fastidiosissima gang della cicca, i bimbiminkia presenti nel primo film. Irritazione a profusione! Argh! Piuttosto divertitevi col contributo del Neurone Numero 4, a fine recensione... è sicuramente meglio.

Note a piè di pagina [3]
[1] Avete appena assistito ad una guerra di nervi. [2]
[2] Ok, mi eclisso.
[3] Non rugatemi la fava dicendo che le note non sono a piè di pagina: questo è un blog e quindi le piazzo un po' a cazzo dove piace a me. Yo!

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 5
Non raggiunge la sufficienza, ma è superiore alla media di questo genere. Con un paio di tentati colpi di scena.
Musiche: 5
Boh, non mi hanno detto nulla. Sarà che non ci ho fatto caso.
Regia: 6
Per me Eli Roth è un discreto regista. La qualità dell'immagine, peraltro abbastanza smarmellata, è buona. Il montaggio pure. Le scelte registiche hanno un loro senso.
Ritmo: 7
Il ritmo c'è, non si può negare. Poche pause. 
Violenza: 5
Insufficiente. Paradossale, vero? E' però un'insufficienza relativa. Perché è un film che promette tanto, ma mantiene poco. Ha senz'altro una dose di violenza superiore alla media, questo non si può negare.
Humour: 5,5
Autoironia: presente.
Scene assurdamente idiote: presenti.
Ok, ci può stare, è una delle caratteristiche presenti anche nel primo capitolo.
XXX: 6
Qualche scena coraggiosa, ma non aspettatevi quello che avete visto nel primo.
Voto Globale: 5,5
Avevo dato un sei, molto generoso, al primo capitolo. Il secondo, alla fine, non è tanto lontano. Ma non mi va di premiarlo più del dovuto, ergo mi fermo ad un onesto cinque e mezzo. Alla fine della visione resta un po' quella strana sensazione di aver visto un film del cacchio.

Contributo del Neurone Numero 4Bijou Phillips (Tizia 3), Lauren German (Tizia 1) e Vera Jordanova (la modella stragnocca adescatrice). Buona visione!
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lunedì 18 giugno 2012

[Micro-Recensioni] Flash Point (2007), Anonymous (2011)

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Flash Point (2007)
Azione / Arti Marziali, Tit. orig: Dou fo sin, Hong Kong, di Wilson Yip, con Donnie Yen, Louis Koo.

Il detective Ma (Donnie Yen) è un gran bel bastardo: terribilmente efficiente nel catturare i criminali, ma causa principale di danni collaterali ed infortuni a manetta sulle povere vittime. Una media di 2,8 ospedalizzati per ogni operazione è il suo invidiabile score. Mentre i superiori lo rimbrottano senza troppa convinzione, parte una pericolosa missione: incastrare tre fratelli criminali incalliti sui quali, come per Al Capone, non c'è uno straccio di prova. Serve un infiltrato ed un processo. No, il detective Ma non è l'infiltrato: lui semplicemente arriva, s'incazza e massacra tutti a colpi di arti marziali. Un'ultima mezzora imperniata su un grandissimo combattimento risolleva le sorti di un film d'azione altrimenti ordinario ma comunque godibile, sullo stile di altri polizieschi di Hong Kong. I fan di Donnie Yen possono però tirare un sospiro di sollievo: non si è mai visto così in forma e cazzuto come in questo film. Solo per fan.
Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 6 Musiche: 6
Regia: 7 Ritmo: 7
Violenza: 7 Humour: 4
XXX: 0 Voto Globale: 6


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Anonymous (2011)
Drammatico / Storico, Tit. orig: Anonymous, Gran Bretagna / Germania, di Roland Emmerich, con Rhys Ifans, Vanessa Redgrave, Joely Richardson.

Si narra che una notte il regista Roland Emmerich si fosse svegliato di soprassalto e avesse detto: - Sono stufo! Sono arcistufo di passare per il regista tronfio di Independence Day e Godzilla! Per quello che fa film catastrofici senza cuore e tutto effetti come L'Alba del giorno dopo (The day after tomorrow) e 2012! Mi sono rotto le palle di questi critici da quattro soldi che mi additano come l'Uwe Boll dei ricchi! Farò un film su Shakespeare e sul grande mistero che circonda la sua figura. Però lo faccio alla mia maniera, puppateeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!
Si narra altresì che la moglie lo avesse colpito con un mattarello sperando che rinsavisse, ma niente: il nostro Roland decise di produrre il film di tasca propria usando i ricavi dei film passati ed andò avanti imperterrito per la sua strada. Il film è stato un flop commerciale, ha riappacificato Roland con i critici e con Imdb (media 6,8: grasso che cola per il suo standard), ha fatto incazzare gli studiosi di Shakespeare e ha deluso i fan degli effetti speciali.
Il film è basato sulla teoria secondo cui il vero Shakespeare fosse Edward de Vere, Conte di Oxford il quale, vittima dell'ostracismo di moglie e società, non poteva pubblicare le sue opere in quanto si riteneva fosse un'attività vergognosa per una persona del suo lignaggio. William Shakespeare, attore di teatrro nonché noto spaccone ed ubriacone, si appropria così delle opere apponendo il proprio nome sui manoscritti del Conte ed inizia la sua cavalcata verso l'immortalità. Tra intrighi della corte della Regina Elisabetta I (interpretata da una grande Vanessa Redgrave) e piccoli colpi di scena, il film scorre via con lentezza pedante ed inesorabile (stiamo parlando di Roland Emmerich) ma senza mancare di un certo stile. Promosso anche dal sottoscritto, che inserisce Anonymous in questo blog giusto per la presenza del regista.
Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 8 Musiche: 7
Regia: 7 Ritmo: 4
Violenza: 4 Humour: 2
XXX: 0 Voto Globale: 7
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