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giovedì 16 aprile 2015

Elephant White (2011) | Recensione

Elephant White
Voto Imdb: 5,1
Titolo Originale:Elephant White
Anno:2011
Genere:Azione
Nazione:Stati Uniti / Thailandia
Regista:Prachya Pinkaew
Cast:Djimon Hounsou, Kevin Bacon, Jirantanin Pitakporntrakul

Vah, che colori.
Recensione volante per Elephant White, un filmetto passato, forse giustamente, in sordina ma che ha qualche suo piccolo perché. Il protagonista è Curtie Church, interpretato dal buon vecchio Djimon Hounsou (ultimamente l'abbiamo visto in Fast & Furious 7). Siamo in Thailandia, Church è un killer professionista che uccide su commissione. Dato che ha una coscienza - distorta, d'altronde è un sicario - lui uccide solo persone brutte e cattive. Il suo ultimo incarico è apparentemente semplice: deve uccidere sei persone per 60.000$. Le future vittime fanno parte di una gang malavitosa invischiata in una torbida storia di prostituzione minorile (d'altronde siamo in Thailandia, vogliamo non parlare della sua grossa piaga sociale?); la gang sta vivendo un momento turbolento: il Grande Vecchio sa che non camperà a lungo e deve decidere chi sarà il suo successore: suo figlio (un vero inetto) o il fedele factotum, astuto come una faina e molto più affidabile? Mentre la risposta del quesito è evidente a tutti tranne che al Grande Vecchio, Church inizia a disseminare pallottole fra la gang. All'improvviso nel suo rifugio (il campanile di una chiesa - notare il cognome del protagonista: ah, queste fantastiche coincidenze di sceneggiatura!) fa la conoscenza di Mae (Jirantanin Pitakporntrakul), una quattordicenne vittima della gang, ex-prostituta in fuga e in cerca di protezione. Mae diventerà una sorta di guida spirituale per Church, che vede in lei una sorta di via per espiare il suo cammino fatto di bossoli e fucili da cecchino. Per inciso, Church sa che da solo non potrà mai farcela, e chiede l'aiuto di Jimmy l'Inglese (Kevin Bacon), trafficante d'armi un po' schizzato di cervello che non si capisce bene da che parte stia davvero (se stesso, quello sicuramente). Non racconto altro della trama, che non offre altri spunti interessanti nonostante ci sia un colpo di scena finale non indifferente. Che io, stranamente, avevo capito ben prima della rivelazione finale.
Il film riassunto in una inquadratura.
Ordunque, cos'ha di interessante questo film? Diciamolo subito: l'ho guardato esclusivamente perché mi è caduto l'occhio sul nome del regista, altrimenti l'avrei splendidamente ignorato. Prachya Pinkaew (anche stavolta sono riuscito a scriverlo senza fare copia e incolla! PAURA!) è un nome che è già comparso in questo blog, associato principalmente a Tony Jaa (anche lui presente in Fast & Furious 7) e al cinema di arti marziali thailandese: regista di Ong Bak, Chocolate, The Protector - la legge del Muay Thai, e produttore di Born to Fight - Nati per combattere. Tutti film profondamente thailandesi, basati su una forte componente action, con acrobazie ai limiti del suicidio da parte degli stunt man, trama vicina al nulla cosmico (Chocolate a parte) e ralenty inseriti fastidiosamente a raffica per sottolineare i momenti più eclatanti. Elephant White è il suo primo film di produzione (anche) statunitense, con attori di una certa notorietà e girato in lingua inglese: inutile nascondere la mia curiosità. Purtroppo, come temevo, il risultato non è stato esaltante. Questo destino sembra comune a molti registi asiatici quando cercano di sfondare nel mercato americano; il primo nome che mi è venuto in mente è John Woo, che al primo tentativo americano se ne uscì con Senza Tregua, a mio avviso decisamente inferiore alle sue produzioni precedenti di Hong Kong e a quelle hollywoodiane successive. Il ritmo di Elephant White, per quanto buono, non è minimamente ai livelli di The Protector o Ong Bak; le scene d'azione sono centellinate e non hanno quella sana nota autolesionista citata precedentemente, sia a causa dei maggiori limiti imposti dalla produzione americana che a causa del fatto che il protagonista è un cecchino e non un mischiatore d'ossa altrui. Djimon Hounsou e Kevin Bacon svolgono il compitino senza eccellere (fra i due, un pelo meglio Bacon nonostante non sia minimamente credibile nella parte di un britannico). La fotografia è molto buona, i colori sono insolitamente vivaci e rendono bene la Bangkok dalle due facce dipinta dal regista: quella sgargiante di giorno e quella oscura e malavitosa di notte. Tutta la trama, che procede in modo lineare e senza sussulti, è imperniata su questo famoso colpo di scena finale che dà un altro senso al film (e alla vita del protagonista), ma che lascia non tanto interdetti, quanto con quella sottile sensazione di presa pel culo. Ah, dato che il film è thailandese, non poteva non comparire un enorme elefante bianco, protagonista di un metaforone che non ho capito, al centro di una scena insensata e inopinato oggetto del titolo del film. Eppoi non c'è nemmeno Tony Jaa a difendere l'onore perduto degli elefanti! In conclusione: un titolo dimenticabile, da guardare giusto se avete voglia di completare la filmografia di un regista abituato a regalarci scene d'azione di ben altro spessore. Un'occasione sprecata.

Intenso primo piano di Mae, interpretata da
attrice-dal-nome-impronunciabile-uscito-da-una-gag-di-aldo-giovanni-e-giacomo

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 6
Uhm. Meh.
Musiche: 6,5
Solito electro-strano dei film di Pinkaew. A me non è dispiaciuto, ma i miei gusti sono orribili.
Regia: 6,5
Non male. La qualità visiva, dato anche il budget a disposizione, è buona.
Ritmo: 7
Un paio di buone scene, quelle corali dove scatta qualche rissa ed un inseguimento per le vie della città.
Violenza: 6
Sei di stima, perché il marchio di fabbrica del regista è presente. Ma si poteva fare meglio.
Humour: 5
La spalla comica è Kevin Bacon, il che è tutto dire.
XXX: 5
C'è un bordello, ma non è che si veda chissà che.
Voto Globale: 5
Occasione sprecata, film dimenticabile.

sabato 21 luglio 2012

Yakuza Weapon (2011) | Recensione

Yakuza Weapon
Voto Imdb: 5,2
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Titolo Originale:Gokudô heiki
Anno:2011
Genere:Azione / Splatter
Nazione:Giappone
Regista:Tak Sakaguchi, Yūdai Yamaguchi
Cast:Tak Sakaguchi, Jun Murakami, Mei Kurokawa, Shingo Tsurumi


Mi sono sparato questo Yakuza Weapon principalmente per un motivo: è un film Sushi Typhoon, ed ero curioso di vedere fino a che punto questi folli cineasti sarebbero arrivati. Un esempio precedente qui recensito è Ninja contro Alieni, giusto per darvi un'idea di cosa sto parlando.

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L'omaggio del film al manga originale

Dicevo, pensavo di trovare un film malato di mente, ed è esattamente quello che ho visto. E mi è piaciuto più di altri film degli stessi tizi, perché è... meno malato di mente del solito, è più solido come film, e presenta qualche chicca davvero fantastica che vi spiegherò più sotto. Probabilmente chi apprezza gli eccessi alla Hell Driver o The MachineGun Girl qui non troverà pane per i suoi denti. Ovviamente prossimamente parleremo anche di questi due... uhm... gioiellini. Sì sì.

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Robottino con Kurumi (sinistra) e Sachiko (destra)
Yakuza Weapon è tratto dall'omonimo manga di Ken Ishikawa. In Italia e direi nel mondo il compianto mangaka (ci ha lasciati nel 2006) è conosciuto per la saga di Getter Robot, scritta e disegnata in collaborazione con Go Nagai. Io preferisco ricordarlo anche per Robottino, un capolavoro demente sottovalutato dai più, considerato un po' il cugino povero di Dr. Slump e Arale. Ma che ve lo dico a fare. Solo io posso apprezzare un cartone con protagonista un robottino pasticcione, il cui inventore è un depravato innamorato della poliziotta Sachiko e che fa di tutto per riuscire a sbirciarle sotto la gonna.

Divagazioni a parte, non avendo letto il manga originale di Yakuza Weapon, non saprei dire quanto il film sia fedele alla sua controparte disegnata. La storia è presto detta: come il titolo suggerisce, la Yakuza spadroneggia nella società giapponese dell'immediato futuro. Il protagonista, interpretato da Tak Sakaguchi, si chiama Shozo ed è uno yakuza vecchio stampo (una sorta di mafioso giapponese, anche se mi rendo conto di quanto sia riduttivo ed anche fallace descrivere con queste poche parole il fenomeno della mafia giapponese. Potete leggere su Wikipedia per farvi un'idea più precisa). Shozo però non è solo uno yakuza con un suo codice e una sua etica. E' un incredibile deviato mentale schizzato e iperviolento che risolve i problemi con cartoni allucinanti e chili di piombo sparati senza guardare niente e nessuno. Insomma, corrisponde perfettamente al profilo del protagonista ideale di questo Blog. Il padre di Shozo nonché capo-clan viene assassinato, pertanto il figlio viene richiamato in Giappone dal suo esilio in Vietnam (!). Con i suoi due neuroni in croce, Shozo deve capire chi è stato ad assassinare il padre, e deve allo stesso tempo rimettere in riga i fuoriusciti del clan che cercano di rovesciare la sua famiglia.
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L'ispirazione è evidente! Vai tranquillo e va'!
I due neuroni di Shozo, va detto, restano inerti per tutto il tempo. Il nostro non fa altro che muoversi da una casa all'altra, massacrare di botte gli incapaci e sottoposti, e porta così avanti la sua guerra privata nell'unico modo che conosce. Finché non incontra un pazzoide - ovviamente il responsabile di tutto il macello - che lo riduce in fin di vita.
Interviene il Governo giapponese che riporta in vita Shozo trasformandolo una vera e propria arma umana vivente: nel braccio destro viene impiantato un super-mitra e nel ginocchio viene inserito un lanciarazzi (ehi, chi ha detto Cyborg 004?). Da questo momento entra in gioco una follia smodata e la cattiveria dirompente di Shozo diventerà la protagonista indiscussa dell'ultima parte del film.

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Ratataatatatataaaaaaah! (didascalia dell'anno)
Leggendo i crediti, salta immediatamente all'occhio che ci sono due registi: l'attore protagonista Tak Sakaguchi e Yudai Yamaguchi. La coppia aveva già collaborato insieme con Versus e con Battlefield Baseball e Deadball (due film sul baseball in versione Sushi Typhoon... detto questo, detto tutto); inoltre singolarmente il primo aveva già diretto un capitolo di Mutant Girls Squad. Tutti film fuori di melone, indubbiamente. Ad ogni modo, la presenza di due mani diverse alla regia fa sì che il film si presenti idealmente diviso in due tronconi; la prima parte, diretta da Sakaguchi, ci mostra il personaggio Shozo che riempie la scena con serrati scontri di arti marziali. Questa parte è invero un po' traballante, soprattutto a livello di sceneggiatura, e a fare da collante fra le scene action c'è una sottotrama che poteva tranquillamente essere potata, quella dei complotti ai danni dei clan yakuza. La seconda parte, quella veramente malata, inizia quando Shozo diventa l'arma-yakuza non convenzionale. Qui la regia è decisamente più solida e compaiono fantastiche sequenze marchiate Sushi Typhoon nel midollo. Una su tutte vale da sola quasi l'intero film, ed è la chicca che vi anticipavo all'inizio della recensione: salta fuori dal nulla un piano sequenza di quasi cinque minuti dove Shozo irrompe nel covo dei cattivi e massacra decine e decine di vittime sacrificali con tutte le armi in suo possesso: calci, pugni, super-mitragliatrice, lanciarazzi e svariati altri oggetti contundenti; il tutto spostandosi di stanza in stanza fino a salire ai piani superiori dove poi avviene un altro scontro incredibile. L'intero piano sequenza ricorda molto quello più famoso presente nel film The Protector di Prachya Pinkaew con Tony Jaa: film che consiglierò spassionatamente in una futura recensione.

Anche lo scontro successivo di Yakuza Weapon è assolutamente degno di nota nonché malatissimo: il super-cattivo usa il corpo ignudo della sorella assassinata come Arma Finale Totale Globale facendo delle evoluzioni assurde che non possono non strappare qualche risata per l'assoluta insensatezza della scena.

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Tifenterò patrone ti monto! Bwah bwah! Bleargh!
In definitiva, Yakuza Weapon mi è piaciuto. Presenta molti difetti, ma si lascia guardare senza risultare tedioso, e soprattutto non gronda degli eccessi splatter tipici di altre produzioni Sushi Typhoon. Inoltre l'interpretazione di Tak Sakaguchi è davvero ottima: al di là delle scene d'azione, è fantastico sentirlo parlare con un accento così strampalato che perfino io, che di giapponese non capisco una cippa, ho trovato davvero spassoso. Un Sushi Typhoon incredibilmente promosso.

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 5
Inutilmente tediosa in alcuni punti.
Musiche: 6
Solita accozzaglia elettro-J-pop-Sushi-Typhoon-sarcazzo-cos'altro.
Regia: 6,5
E' un po' la media fra la prima parte, a mio avviso carente, e la seconda, davvero ottima e fuori di testa. Il piano sequenza fa salire notevolmente lo spessore tecnico del film che resta tuttavia una produzione low-budget.
Ritmo: 7
Scontri, scontri, dialogo, scontri, esplosioni, follie assortite, e ancora scontri. La ricetta funziona senza stancare troppo. Diciamo che, per fortuna, i registi non si sono fatti sfuggire di mano il film.
Violenza: 7
C'è un po' di tutto, basta leggere la recensione per rendersene conto.
Humour: 6,5
Potremmo definire il film un action-splatter-comedy. Ci sta.
XXX: 5
Al di là delle solite sequenze con scolarette che fanno tanto maniaco giapponese, il combattimento col corpo nudo di Izumi Cay è senz'altro degno di nota. E riesce a non essere eccessivamente volgare.
Voto Globale: 7
Film promosso. Ottimo Tak Sakaguchi, ottime alcune sequenze, soprattutto divertente e sufficientemente folle per una serata con birra e amici.


Screenshot vari:
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sabato 7 luglio 2012

Ong Bak - Nato per combattere (2003) | Recensione


Ong Bak - Nato per combattere 
Voto Imdb: 7,2
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Titolo Originale:Ong-Bak
Anno:2003
Genere:Azione / Arti Marziali
Nazione:Thailandia
Regista:Prachya Pinkaew
Cast:Tony Jaa, Petchtai Wongkamlao, Pumwaree Yodkamol

Tony Jaa spacca i culi, lo dico senza mezzi termini. E' una bestia, un fenomeno della natura che merita tutto il mio rispetto... cercavo i nuovi Jackie Chan e Jet Li, che sono in declino per raggiunti limiti d'età, e me li ritrovo in Tony Jaa. Grazie a lui e al team che lo segue (Panna Rittikrai in primis) vediamo un ritorno alle origini delle arti marziali. Tanta sostanza, tanto frutto del lavoro e dell'agilità degli attori (anzi, degli atleti), niente cavi e niente CGI. Tanta roba, insomma. Come scrivevo nella recensione di Born to fight - nati per combattere, questo team prende a calci in culo gli strafottutissimi cavi, in cambio di un'altissima spettacolarità delle scene, coreografate da Tony Jaa stesso e dal suo maestro, il citato Panna.

Ong Bak è un film profondamente onesto nei confronti dello spettatore. Il regista Prachya Pinkaew per primo non prende sul serio il pretesto narrativo che fa muovere i personaggi al punto che lascia per strada qualche buco di sceneggiatura. In pratica è come se sussurrasse all'orecchio di chi guarda: "Senti, io prendo un manipolo di poveracci e li pago perché prendano una caterva allucinante di botte in testa dal nostro Tony. Che in cambio ci regalerà acrobazie che vanno oltre i limiti umani, e tu non dovrai fare altro che sgranare gli occhi. Ti sorbirai un fracco di replay e rallenty delle scene più fighe - mi piace autoelogiarmi, che ci vuoi fare! - ma ti prometto che non ti deluderò. Perché so fare solo questo."

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Aaaargh! Cazzo mai più la fagiolata alle sei del mattino!
Cari miei, la promessa è stata mantenuta. La fase di presentazione dei personaggi e di preparazione alla rissa dura meno di dieci minuti. E già questo è di per sé cosa molto bella. Poi Tony entra in pista, e non ce n'è più per nessuno. Se Tony ti dice: "Scommetti che ti salto una macchina in movimento?", tu lo guardi con aria di scherno e lui te lo fa due volte di fila con volteggio carpiato in omaggio, con tanto di atterraggio in spaccata e scivolata sotto un camion. Poche storie, in queste scene sembra proprio di vedere Jackie Chan. I cattivi non muoiono quasi mai, restano solo lì a prendersi pizze in faccia o al limite a volare a destra o a manca, atterrando però malissimo. Tutto è studiato per sembrare reale, ed è questa la vera forza visiva del film. Solo il regista gallese Gareth Evans di Merantau e di The Raid - Redemption, due recenti produzioni indonesiane (sì, avete capito bene), raggiunge e forse supera questi livelli.

Parliamo di scene fighissime, a questo punto: ce ne sono almeno tre che da sole valgono il biglietto.

1) Fra tutti i combattimenti, ce n'è uno che mi ha esaltato come un caimano che vede la carne dopo due settimane di yogurt. E' lo scontro contro Mad Dog (Cane Pazzo). Un lottatore americano che sfascia tutto. In cinque/sei minuti densissimi vedremo volare tavoli, sedie, armadi, suppellettili di ogni tipo, e nel mezzo i due che se le danno di santa ragione. Scena assolutamente esagerata e fracassona, proprio come piace a me!

2) L'inseguimento nel mercato di Bangkok. I protagonisti corrono come pazzi nelle viuzze affollate del mercato, mentre i cattivoni cercano di acciuffarli. Ogni angolo del mercato è un pretesto per eseguire acrobazie allucinanti, salti assurdi, scappatoie esilaranti (Tony Jaa riesce a scappare camminando sulle spalle di una decina di persone. Ho detto tutto.) Folle e difficilissima da girare, a mio avviso, con i pochi mezzi di cui la produzione disponeva. Tanto di cappello al regista e ai coreografi.

3) L'inseguimento per le vie di Bangkok con delle specie di apecar / risciò motorizzati. Vedere un nugolo di pazzi che si scannano a bordo di questi trabiccoli è quasi esilarante. Con una scena conclusiva davvero mozzafiato, dove uno di questi mezzi precipita giù da un viadotto e si vede chiaramente uno stuntman che rischia la cotenna sull'orlo del baratro. Assolutamente roba da pazzi.

Lo storia? Esticazzi la storia, lasciatevelo dire. Vi basti sapere che Ong Bak è il nome della statua di Budda protettore di uno sfigatissimo villaggio thailandese, che dei cattivoni trafficanti di droga e di opere d'arte rubano la testa di Ong Bak, e che Tony Jaa è il campagnolo ingenuo che parte alla volta della capitale per recuperare il maltolto. Stop.

Ah, pur avendo viste dozzine di film di genere, io di arti marziali non ci capisco una cippa. Conosco a malapena la differenza fra judo e karate, so che il kung fu lo trovi nei film di Hong Kong, che il muay thai è roba thailandese, e mi basta sapere che il nostro Tony è maestro in questa arte, così come Jackie Chan e Jet Li sono maestri di due stili specifici del Kung Fu. Amen. In tutta sincerità, mi basta che si menino forte.

In conclusione, il film merita? Io urlo: assolutamente sì! Ma non è il film giusto per chi non è appassionato di botte da orbi. Chi cerca una storia, degli spunti di riflessione o vuole piangere disperato prima di commettere suicidio, è meglio che si rivolga rispettivamente a Inception, Donnie Darko e a un film qualunque di Lars Von Trier.


Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4
Botte da orbi, unite anche a qualche buco di sceneggiatura.
Musiche: 6,5
Per quanto anonime, sono musiche martellanti quasi techno che ben si accompagnano ai combattimenti. Campionatore a go-go!
Regia: 7
Molte belle alcune scelte registiche, anche se Pinkaew abusa un po' troppo del rallenty per sottolineare i momenti fighi. E ce ne sono.
Ritmo: 8
Bello indiavolato, ogni occasione è buona per menare le mani.
Violenza: 8
Non muore praticamente mai nessuno (o quasi), ma gli stuntmen si fanno più male dei personaggi. Lo premio per questo...
Humour: 3
L'aspetto umoristico è come al solito affidato al classico, inutile personaggio sfigato.
XXX: 0
Niente di che, ma che ce frega qui?
Voto Globale: 7,5
Sette e mezzo sparato: se lo merita tutto perché mantiene le promesse.


Qualche screenshot, tanto per gradire:

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lunedì 11 giugno 2012

Born to fight - Nati per combattere (2004) | Recensione

Born to fight - Nati per combattere
Voto Imdb: 6,1
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Titolo Originale:Kerd ma lui
Anno:2004
Genere:Azione / Arti marziali
Nazione:Thailandia
Regista:Panna Rittikrai
Cast:Dan Chupong, Nappon Gomarachun, Santisuk Promsiri, Piyapong Piew-on, Somluck Kamsing, Kessarin Ektawatkul

Prima di Ong Bak nessuno si calcolava la Thailandia, cinematograficamente parlando - io per primo! Poi è arrivato Prachya Pinkaew (sì, ho fatto copia&incolla, non imparerò mai a scriverlo giusto) e il cinema d'arti marziali ai miei occhi non è più lo stesso.

Permettetemi una leggera digressione. Ho sempre adorato il cinema d'azione orientale, sopratutto quello di Hong Kong. John Woo su tutti, per passare agli incredibili action movie di Jackie Chan. E' quel tipo di cinema anni '80 e '90 in cui le scene più spettacolari sono basate sulla bravura degli attori-atleti e sulla pericolosità della messa in scena. Senza l'aiuto degli stramaledettissimi cavi. Lo dico. Io odio i cavi. Rendono i combattimenti spettacolari ma assolutamente, totalmente, incontrovertibilmente privi di verosimiglianza. Con i cavi, un combattimento diventa sì poetico, ma decisamente innaturale. La Tigre e il Dragone, in questo senso, ne è un po' l'emblema (pur essendo un buon film per altri aspetti).

In un film di arti marziali io voglio vedere tizi che si menano di brutto, il tutto in una cornice verosimile o al limite in un contesto più slapstick (parlo delle action-comedy di Jackie Chan, dove tutti si prendono una caterva di legnate ma nessuno muore mai o quasi). Non accetto tizi che volano 10 metri neanche avessero un turboreattore piantato nelle chiappe.

Tutta questa premessa per arrivare dove? Alla Thailandia! Dove l'intuizione di Prachya Pinkaew ha fatto sì che si ritornasse un po' ai vecchi tempi in cui le botte gli attori le prendono davvero, e dove ad ogni film in cui il budget a disposizione aumenta, di pari passo aumenta la spettacolarità delle scene.

Born to Fight - Nati per combattere arriva subito dopo il successo internazionale di Ong Bak. Prachya Pinkaew si sposta dalla regia alla produzione e a dirigere c'è Panna Rittikrai, che nel primo film è l'indiscussa mente delle coreografie. In Born to fight non c'è la star Tony Jaa (lo ritroveremo in altri film, tranquilli) ma l'altrettanto atletico Dan Chupong. La storia è presto detta: Deaw (il nostro Dan) è un poliziotto che in una spettacolarissima sequenza iniziale di 15 minuti cattura un potente boss della droga. Durante il raid muore il mentore di Deaw e quest'ultimo, per riprendersi dal dolore della perdita, accompagna sua sorella in un tour all'interno della Thailandia. Sua sorella fa parte di un gruppo di atleti nazionali (taekwondo, ginnastica, rugby, calcio, etc) che decidono di promuovere i valori dello sport nei villaggi poveri thailandesi. Durante una di queste visite un gruppo di mercenari attacca il villaggio, compiendo un insensato massacro e tenendo i sopravvissuti in ostaggio, con la minaccia di ucciderli tutti se il governo non libererà in pochi giorni il boss catturato all'inizio del film. In mezzo a tutto questo c'è pure una testata nucleare puntata su Bangkok, che verrà lanciata in ogni caso perché tanto tutti devono pupparlo al potente boss.
Quando tutto sembra perduto, Deaw e gli atleti danno vita alla rivolta del villaggio: tre quarti del film diventa quindi una sequenza impressionante di combattimenti serratissimi dove ciascuno, sfruttando le proprie abilità sportive, cerca di liberarsi dei cattivoni brutti e sporchi.

Si vedranno sgherri cadere da tir in movimento, gente che rovina dolorosamente colpendo spigoli e pareti, stuntman che si lanciano con la moto contro pareti infiammate o direttamente contro camion con avvitamenti doppi e tripli carpiati, oppure uno scontro dove le mazze sono sostituite da tizzoni ardenti o ancora, un calciatore che scaglia palloni infuocati che forse puoi solo vedere in Dragon Ball o in Shaolin Soccer. Seguendo la tradizione aperta da Jackie Chan, al termine del film ci sono le riprese degli stunt andati male: per la serie, le assicurazioni e i sindacati degli attori a Panna Rittikrai fanno una pippa! Il tutto è accompagnato da una banale ma serrata musica techno che martella incessantemente durante le sequenze più spettacolari.

Dire che Born to fight sia un capolavoro è chiaramente un azzardo, posso però affermare che per gli amanti del cinema d'azione questo sia un film assolutamente da vedere. Tanto più che è pure uscito doppiato in italiano per conto della Punto Zero nel 2008.

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4
In questo genere di film è un optional.
Musiche: 7
Tutti i combattimenti sono sottolineati da una martellante colonna sonora simil-techno. Ci sta!
Regia: 7
Decisamente buona!
Ritmo: 9
Un film che corre a velocità folle, a parte qualche momento iniziale di stanca.
Violenza: 8
Botte da orbi, acrobazie, stunt eccezionali.
Humour: 6
Alcuni colpi sono così esageratamente inverosimili da strappare più di una risata
XXX: 0
No, davvero, non ce n'è il bisogno.
Voto Globale: 7,5
Assolutamente da vedere per gli amanti delle arti marziali!
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