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domenica 21 aprile 2024

Suzume (2022) | Recensione

Suzume
Voto Imdb: 7,6

Titolo Originale:すずめの戸締まり, Suzume no tojimari
Anno:2022
Genere:Animazione, Avventura, Commedia, Fantastico
Nazione:Giappone
Regista:Makoto Shinkai
Cast:Nanoka Hara, Hokuto Matsumura, Eri Fukatsu


Suzume, Souta e la porta

Scusate l'assenza. Troppe cose, troppi impegni. Ma mi sembra giusto e doveroso continuare l'analisi in dettaglio del lavoro di Makoto Shinkai, soprattutto ora che è disponibile anche su Netflix e non avete più scuse per ignorarlo!

Eh. Lo attendevo al varco, il suo nuovo lungometraggio. Ho passato il tempo a domandarmi: “Che percorso intraprenderà Makoto? Resterà nella comfort zone o questa volta proverà a fare un salto?” per poi arrivare a questa, la domanda delle domande, anzi la domandona: “È dunque arrivata la Grande Svolta?”

Rispostona: ci ha provato, sì. Ma ci è riuscito solo a metà. Portando a casa un film comunque godibilissimo, più maturo, e che merita a mio avviso un voto elevato, sicuramente più di Weathering with You, ma di questo confronto - così come di quello con Your Name - ci arriveremo più avanti. Non ho citato gli ultimi titoli per caso, perché idealmente potremmo considerarli una sorta di trilogia, più precisamente la Trilogia della Catastrofe. Tre modi diversi di raccontare una storia con molti punti in comune e con finali apparentemente simili nonostante l’ultimo lavoro tenti un approccio più maturo ma non per questo meno scanzonato, almeno nella prima parte.

Sì ok, tanti giri di parole per non dire nulla: di cosa parla Suzume? (titolo originale: Suzume no tojimari, lett. "Le porte chiuse di Suzume" o "Suzume che chiude le porte", cit. Wikipedia)

Il primo portale nel villaggio termale

Tramona!

Curioso notare come cambiano i protagonisti nella Trilogia della Catastrofe: In Your Name sono una coppia; in Weathering with you è un ragazzo; per forza di cose e per differenziarsi, in Suzume è una ragazza diciassettenne orfana che vive insieme alla zia Tamaki, una quarantenne single che ha passato gli ultimi 12 anni a prendersi cura della figlia della sorella morta in circostanze tragiche che scopriremo in uno dei momenti rivelatori della trama. Suzume è una di noi e sembra non avere particolari poteri o abilità, vive una vita tranquilla nella prefettura di Miyazaki - profondo sud del Giappone - in una cittadina abbastanza rurale e lontana dalle frenetiche metropoli moderne. Un giorno Suzume incrocia un bel ragazzo che le chiede indicazioni su dove si trovino delle antiche rovine; la ragazza gli risponde e, mossa da curiosità, prova a seguirlo. Quando arriva al centro del villaggio abbandonato, nota una porta solitaria ergersi nel mezzo del nulla, sorretta solamente dal telaio. Incuriosita, prova ad aprirla e vede una volta celeste che avvolge un luogo indefinito circondato da prati verde smeraldo e stelle luminosissime. Suzume prova più volte a entrare in questo mondo, così simile a un ricordo o, meglio, a una visione che si porta dietro da quando era piccola: l’immagine di una bambina di quattro anni, sotto proprio quella volta celeste, che piange e corre affannosa alla ricerca della madre fino a quando non la scorge: una figura rassicurante, sorridente, ma avvolta dalla nebbia del ricordo. Suzume si riconosce in quella sequenza enigmatica, è lei a quattro anni, sola e disperata. Ma niente, quel posto rimane inaccessibile e a malincuore la ragazza è costretta a desistere. Torna a scuola ma poco dopo arrivano segnalazioni di un imminente terremoto mentre proprio dal punto in cui si trova il villaggio abbandonato si innalza una enorme, stranissima figura che sembra un verme rossastro di fumo, che solamente lei è in grado di vedere. Suzume non ci pensa due volte: nel mezzo delle scosse di terremoto sempre più vibranti sfreccia verso il villaggio termale e, quando lo raggiunge, scopre che l’enorme verme rossastro sta cercando di uscire proprio dalla misteriosa porta che il ragazzo incontrato in mattinata sta disperatamente provando a chiudere. La ragazza lo aiuta e la porta viene chiusa accompagnata dalle frasi di un arcano rituale sussurrato. Nell’azione concitata di poco prima, il ragazzo si è ferito al braccio e Suzume lo accoglie a casa sua per curarlo. Qui viene svelata una prima parte di verità: lui si chiama Souta ed è un “Chiudiporte”, ruolo che la sua famiglia ricopre da generazioni. Il “Chiudiporte” ha l’ingrato compito di trovare in giro per il paese questi esseri di fumo, generato dalle anime, dal risentimento, dalle emozioni negative delle persone, per respingerli nel loro mondo attraverso le "porte", veri e propri passaggi dimensionali. Mentre Suzume e Souta stanno parlando, nell’appartamento compare un gatto bianco che inizia a parlare la lingua degli umani! L'essere è una sorta di divinità guardiana dei portali e, prima di dileguarsi nuovamente, dice a Souta di essere di intralcio e gli lancia una maledizione trasformandolo nella sedia rotta a tre gambe su cui si era seduto. In una scena assurda ed esilarante, il gatto scappa via per il paesino, inseguito da Souta tramutato nella sedia a tre gambe e da una stupefatta Suzume. Ma niente da fare: il gatto sale su un traghetto, sempre inseguito dal bizzarro duo, per poi dileguarsi e ricomparire nella città di Ehime, catturato dalle fotografie dei passanti che lo eleggono subito a star dei social, affibbiandogli il nome di Daijin (“ministro” in giapponese). C’è solo un modo per far ritornare Souta umano e scoprire la verità su Daijin: inseguire il gatto-demone per tutto il Giappone! Inizia così un lungo viaggio che Suzume compirà insieme a Souta trasformato nella sedia-ricordo, elemento che servirà a regalarci scene buffe in grado di alleggerire notevolmente l’atmosfera. Da sud a nord, il duo farà diverse tappe, guidate a distanza da Daijin, passando per Tokyo e spingendosi ancora oltre. Lungo il viaggio Suzume farà amicizia con diverse persone altrettanto pure di cuore che troveranno il modo di aiutarla a superare le difficoltà. Cosa troveranno la ragazza e la sedia alla fine del viaggio? Cosa lega Suzume ai suoi ricordi di bambina, alla mamma, al gatto-demone, ai “vermi” in grado di provocare i grossi terremoti del Giappone? Lungo le sue due ore piene, il film cerca di dare una risposta a tutte queste domande e, talvolta, generandone di nuove senza soluzione.


Lo spirito Daijin: non è terribilmente kawaii?

Commento
Il film Suzume parte come una commedia (spruzzata di romanticismo), si evolve in un road movie, e sfocia nell’avventura soprannaturale. Ho deciso di raccontarvi in dettaglio il primo quarto d’ora perché c’è la summa di TUTTO Shinkai in ogni fotogramma. È come se avesse preso i suoi cliché e li avesse rimescolati generando un qualcosa di nuovo ma che comunque ci restituisce una dolce sensazione di già visto. Ce lo vedo, il Makoto, a provare a prenderci per mano e dirci: “Ti faccio fare un nuovo viaggio, ci saranno tante novità ma se hai paura dell’ignoto non preoccuparti! Se io ti sono piaciuto con gli altri film, gli elementi che già conosci sono presenti anche qui. Sei nella tua comfort zone.”

E qui, amici miei, squillano diecimila campanelli d’allarme.
Io non sono nella mia comfort zone, Makoto. Sono nella tua.
Quanto vi ho smarronato in Weathering with You con questo concetto? Tantissimo, forse più del dovuto. E lo stesso avviene anche qui. Vi dirò di più, con questa dichiarazione forte: Suzume è un Agartha 2.0 più maturo e meno sconclusionato, è un “Caro Hayao Miyazaki, là fuori continuano ad accostarci; è vero, prima ti ho scimmiottato ma ora sto provando a percorrere la strada con i miei (tre) piedini”. Però lo fai con il tuo solito stile, Makoto. Non parlo di quello visivo, col quale mi hai conquistato fin da subito e a causa del quale io casco in pieno nel tuo maledetto incantesimo, tutte le fottutissime volte. Parlo della tua idea, del tuo percorso, del modo con cui ci porti in viaggio. Anche se stavolta qualche elemento nuovo, per fortuna, davvero c’è.


Una simpatica rissa tra Souta (in modalità sedia) e Daijin


La poetica di Shinkai attraverso le immagini.
Partiamo dal punto forte del film, quello che tutti aspettiamo quando leggiamo il nome di Shinkai sulla locandina: l’aspetto visivo. Lo confermo, anzi lo grido ai sette venti: tecnicamente l’asticella si è innalzata ulteriormente. Il film è una gioia per gli occhi, un tripudio di colori, di fondali strepitosi integrati con la CGI, di disegni particolareggiati che restituiscono un mondo vivo, realistico, quasi tangibile. Lo studio delle inquadrature è ottimo, tutto è chiaro e finalizzato alla totale immersione dello spettatore nell’atmosfera. Sì, dieci volte sì: Suzume è un vero spettacolo. I giochi di luci e di ombre raggiungono livelli strabilianti, lo dico in quanto totalmente conquistato dall’impianto visivo; solo un aspetto stona tantissimo, si tratta dei vermi rossi in CGI, soprattutto l’ultimo: davvero un pugno nell’occhio che poco si amalgama con il resto degli sfondi. Per fortuna stiamo parlando di minuzie.

Tirato un sospiro di sollievo, passiamo agli altri aspetti che ci stanno a cuore. La poetica di Shinkai, come recita il titolo del paragrafo, è quella di sempre. C’è una storia d’amore, che qui è solo un mezzo, un pretesto per giustificare alcune scelte ma non è il centro motore del film; ci sono i treni - addirittura in una bellissima inquadratura vediamo uno Shinkansen che supera di slancio un treno più vecchio, destinato alle regioni meno metropolitane del Giappone. Ci sono gli uccelli in più inquadrature. C’è un gatto, anzi (spoiler!) due, che avranno un ruolo centrale per lo svolgimento della trama. C’è la fusione tra il mondo reale e quello fantastico, una specie di aldilà rivisitato secondo una concezione molto vicina a quella shintoista. C’è la colonna sonora pop dei Radwimps, c’è la pioggia, c’è la malinconia rappresentata dai quartieri abbandonati nei quali albergano le porte di comunicazione tra i mondi. C’è la spiritualità e l’allegoria come mezzo per veicolare un messaggio, c’è di nuovo un accenno all’incomunicabilità, questa volta data dal rapporto tra una ragazza e una sedia parlante.

Ma stavolta abbiamo qualcosa di più, che è l’aspetto più interessante del film ma che, purtroppo, ne è anche un po’ il punto debole. Ed è proprio il messaggio che Makoto ha voluto lasciare agli spettatori.

Suzume parla principalmente della elaborazione del lutto della protagonista come mezzo per mostrare un Giappone fragile, che ancora non ha chiuso i conti con gli avvenimenti del 2011: il terremoto del Tohoku, il conseguente tsunami e la catastrofe di Fukushima. Anche se i nomi dei luoghi non sono mai stati rivelati esplicitamente (la butto lì: forse per paura di urtare i giapponesi, popolo notoriamente conservatore che non ama gli si spiattelli in faccia i momenti bui del suo passato?), le date e i riferimenti sono precisissimi e parlano di un qualcosa di reale, di accaduto. Ecco quindi che Shinkai prova a spingersi un po’ più lontano rispetto ai canoni a cui ci ha abituato; così come in Weathering with You era stato il finale - o meglio, la scelta del protagonista - a fornire un interessantissimo elemento di rottura con i cliché giapponesi, in Suzume assistiamo non tanto a un grido quanto a un sommesso richiamo alla paura che la terra del Sol Levante è chiamata a esorcizzare ogni giorno. C’è però un problema di fondo in tutte queste belle parole: Shinkai ha sì osato, ma è tutto rimasto superficiale, accennato, dato in pasto alla mano di una Suzume di 4 anni che cancella con un pastello nero come la pece le pagine del diario relative a quelle date. Non c’è un reale approfondimento, non ci si addentra in spiegazioni o in un'esposizione dal punto di vista del regista; semplicemente, ci viene mostrata una spennellata lasciando a noi il compito di interpretare e metabolizzare. E questa superficialità di fondo è, lasciatemelo dire, un ennesimo marchio di fabbrica del regista, che ormai ho imparato a conoscere. Nelle recensioni dei film precedenti ho più volte lanciato un appello affinché trovasse la forza di compiere un vero passo in avanti, ma alla fine ho capito cosa aspettarmi. Questo è il suo stile, questo è il suo modo di raccontarci qualcosa, facciamocene una ragione; molto probabilmente se non fosse così non sarebbe nemmeno Makoto Shinkai.

Serizawa e la zia Tamaki

Prima di elencare cosa non funziona nel film, fatemi sottolineare gli altri punti di forza. Alcuni personaggi sono caratterizzati meglio di altri e, aggiungo, per fortuna. La prima è Suzume, sul cui punto di vista e sulle cui spalle si poggia quasi l’intera narrazione (tranne un'intera sequenza dedicata a Souta, e tranne qualche veloce pezzo riguardante la zia). Parte come una ragazza normale, con i suoi problemi quotidiani e la timidezza tipica di una diciassettenne, nonostante sia stata costretta a crescere prima degli altri coetanei a causa della sua condizione di orfana. Nel corso del viaggio assistiamo a una sua maturazione che la porta inevitabilmente a scendere a patti col suo passato. Altri personaggi azzeccatissimi sono la zia Tamaki e Serizawa, il migliore amico di Souta. Tamaki è una quarantenne single e ha dedicato gran parte della vita a crescere Suzume, mettendo da parte l’egoismo e la voglia di fare qualcosa per se stessa. Per quanto costretta dagli eventi, quella è stata una sua scelta che, talvolta, rimpiange tanto che in prossimità del finale assistiamo a uno dei momenti più toccanti dell’intera narrazione. Serizawa invece ha molto meno spazio, ma nelle poche battute a sua disposizione si dimostra essere un personaggio più sfaccettato, unico, completo di Souta - tanto per fare un esempio. E l’aggancio col bel tenebroso mi permette di evidenziare i punti deboli del film.

Souta

Il primo, l’avrete intuito, è proprio Souta. Al di là del fatto che richiami in modo più o meno esplicito Howl del lungometraggio di Miyazaki Il castello errante di Howl, il problema del Chiudiporte è il non avere nulla di interessante o che non sappia di già visto. Monodimensionale, senza la minima crescita, con una missione da compiere e il solito, enorme senso del dovere e del sacrificio tipico del “soldato” giapponese - passatemi il termine, qui non c’è nulla di militare ma in fondo si sta combattendo una guerra contro le paure di una nazione intera. Inoltre, l’intera storia d’amore che fa muovere Suzume è forzatissima, non c’è il minimo approfondimento; semplicemente la ragazza ha un colpo di fulmine alla prima vista del ragazzo, e da quel momento lui diventa il grande amore della sua vita, che ne condizionerà le azioni e le decisioni. L’occasione del viaggio avrebbe potuto fare da scusa perfetta per mostrarci un’evoluzione del loro rapporto ma il regista ha preferito mostrarci altro. La love story, per quanto sia fondamentale per spiegare alcuni passaggi di trama, è troppo abbozzata e superficiale per ricoprire un ruolo centrale. Il che di per sé non è un male, ma sarebbe forse servito un equilibrio maggiore. E infine, l’ennesimo tasto dolente, la sceneggiatura. Purtroppo sto iniziando a rinunciarci rassegnato all’idea che Shinkai non cambierà da questo punto di vista. In particolare mi hanno fatto storcere il naso un paio di snodi narrativi importanti dove è solo il CASO a smuovere la storia e questo, francamente, nel 2023 è abbastanza inaccettabile. Poi ho poco apprezzato alcuni passaggi abbastanza confusi e raffazzonati come per esempio il ruolo del secondo gatto-demone, che avrebbe meritato un approfondimento maggiore. Chiaro che poi il film sarebbe durato tre ore invece che due, capisco che alcune scelte dolorose siano state inevitabili ma, di nuovo, un migliore bilanciamento tra le fasi narrative non avrebbe guastato.

L'attacco a Tokyo

Siamo quasi giunti alle considerazioni finali, mancano giusto ancora un paio di piccole sottolineature: il rapporto di Shinkai con due delle sue principali fonti di ispirazione, Miyazaki e Murakami. Il regista l’ha fatto da tempo, ma qui più che mai, ha gettato la maschera manifestando in modo esplicito tutto il suo amore per il cinema del Maestro Hayao Miyazaki di cui è più che debitore. Qui due richiami sono addirittura smaccatamente espliciti: quando Daijin viene fotografato e dato in pasto ai social, qualcuno scrive: “Sembra di essere in I sospiri del cuore” (Mimi wo Sumaseba); più avanti, durante il viaggio in auto in cui si sono aggiunti Serizawa e Tamaki, sull’autoradio si sente la canzone di Kiki Delivery Service. Ma i richiami non finiscono certo qui: Souta è chiaramente Howl e, come accennato all’inizio, Suzume e la zia vivono in una cittadina della prefettura (reale) di Miyazaki. Poi altri rimandi meno evidenti ma tipici di entrambi i registi: la natura e il rapporto dell’uomo, la dicotomia modernità / tradizione, bestie sovrannaturali, gatti parlanti e dispettosi, né buoni né cattivi… eh sì, potrei essere smentito ma ho l’idea che Suzume possa essere il film più miyazakiano di Shinkai, di sicuro il suo atto d’amore più esplicito, ancora più di Agartha.
Per quanto riguarda Haruki Murakami, Makoto lo dice chiaramente in più di un’intervista: tra le sue fonti di ispirazione troviamo il più volte citato “Kafka sulla spiaggia”, uno dei romanzi di Murakami più citato e saccheggiato dal Nostro; e soprattutto il racconto illustrato “Ranocchio salva Tokyo”, in cui il signor Katagiri riceve una visita da un ranocchio gigante che gli rivela che Tokyo è in pericolo: il Gran Lombrico che vive nelle fondamenta della città sta per scatenare un enorme terremoto e solo il signor Katagiri, un signor nessuno, una persona normale senza apparenti qualità, è in grado di aiutare Ranocchio a compiere l’impresa e salvare Tokyo; perché proprio lui? Perché è un puro di cuore. Magari Suzume non ha esattamente quella caratteristica per quanto ancora ragazzina e in un certo senso immacolata e non corrotta, ma lo possiamo certamente intuire. Quello che non cambia è il background da cui Shinkai continua allegramente a saccheggiare, d’altronde Haruki Murakami ha segnato intere generazioni - la mia e quella di Shinkai soprattutto - ed è meraviglioso che qualcuno finalmente lo tributi come merita, in un’opera mainstream e di ampio respiro.

Suzume, Tamaki, Daijin e Sadaijin

Suzume - il finale e l’inevitabile confronto con Your Name e Weathering with you
CUCCIOLATA DI SPOILER COME IN UNA COLONIA DI GATTI

Due aspetti vanno secondo me spiegati per dare un giudizio sul film.

I gatti-demoni.
Oggettivamente c’è poca chiarezza sulla figura di Daijin e, soprattutto, Sadaijin, il secondo gatto-demone che fa la guardia alla porta di Tokyo e che compare intorno a tre quarti di narrazione. Chi sono? Cosa vogliono veramente? Innanzitutto non possiamo catalogare Daijin come buono o cattivo; come la tradizione nipponica ci insegna, le divinità non hanno necessariamente una divisione manichea tra buono e cattivo, anzi spesso ricoprono tutto lo spettro delle aree grigie che ci sono in mezzo. Se volessimo usare un termine caro a chi gioca di ruolo con AD&D, potrei definire Daijin un essere caotico neutrale: sembra bizzoso e dispettoso, ma è carinissimo, persegue i suoi scopi - qualunque essi siano - incurante delle conseguenze e, nonostante tutto, gira per il Giappone guidando Suzume da una porta all’altra, come se volesse metterla alla prova. Forse lo fa per un tornaconto personale (più volte afferma di volere l’amore della ragazza), o forse lo fa proprio per amore di Suzume, spingendola oltre i suoi limiti. In quest’ottica Daijin è in realtà una parte fondamentale del percorso di crescita che la ragazza intraprende. Il demone una cosa sola voleva: smettere di fare il guardiano (infatti scappa via non appena la ragazza lo libera inavvertitamente) e ricevere amore da Suzume stessa. Se poi combina disastri, beh, quella è solo una irrilevante conseguenza del suo desiderio. Quando il demone non si sente accettato diventa grigio, magro, brutto e con gli occhi colmi di odio; ma quando Suzume lo abbraccia, ecco che ritorna bianco, cotonato, sorridente e miagolante. Saidaijin, che secondo il principio dello Yin & Yang è nero quasi a contrapporsi a Daijin, è più grande e più forte; in più è in grado di trasformarsi in un essere ancora più grande che richiama fin troppo palesemente la Maschera Bianca che compare in Ushio & Tora (d’altronde entrambe le opere vanno a pescare nella stessa mitologia). Non sappiamo in realtà chi lo abbia liberato dalla condizione di pietra-sigillo (una velocissima sequenza sembra suggerire fosse stato addirittura il nonno di Souta in passato - ma è solo una mia supposizione) e, tanto per aggiungere un po’ di pepe, Sadaijin sembra addirittura più malvagio, tanto che è sotto il suo influsso che la zia Tamaki vomita addosso a Suzume parole colme di frustrazione, risentimento, accusa per quello che lei ora è a causa della nipote, e per quello a cui ha dovuto rinunciare per troppo amore. E di fronte a questo sfogo così duro, doloroso ma aperto, la ragazza, ormai adolescente e in aperta ribellione, rivendica una propria libertà, urlando alla zia che in fondo quella è stata una sua scelta di cui non ha alcuna colpa. Ecco, questa sequenza per me è una delle più belle del film perché ha messo a nudo due persone reali, e le ha ulteriormente avvicinate. Cosa spinga Sadaijin ad agire in questo modo non ci è però noto. Ma quello che possiamo affermare è che Daijin e Sadaijin sono un mezzo grazie al quale Suzume compie un enorme balzo in avanti nel suo percorso di crescita. Che però non può definirsi compiuto se prima non scende a patti con la straziante sensazione di abbandono dovuto alla perdita della madre da bambina.

Pioggia... poteva forse mancare?


L’elaborazione del lutto
Il film Suzume non è quindi una vera storia d’amore come lo è stato Your Name o Weathering with You; la relazione con Souta, l’affrettato e per me troppo raffazzonato colpo di fulmine per il ragazzo è solo un pretesto per muovere gli ingranaggi. Suzume è sì una storia del genere coming-of-age, è sì un road-movie, ma è principalmente un racconto dolce sulla elaborazione del lutto. Le sequenze oniriche in cui la ragazza crede di parlare con la mamma morta durante il terremoto del 2011 chiudono il loro cerchio durante il confronto finale dove scopriamo che la persona che parla alla piccola di quattro anni non è che la Suzume diciassettenne di “oggi” che parla alla se stessa di “ieri”. È solo in questo momento allegorico che la protagonista scende a patti con il passato, e tutto si aggiusta come dovrebbe essere nel più scontato ma voluto dei lieto fine. Mai una volta ho avvertito il senso di pericolo durante gli scontri con i vermi rossi, mai una volta ho dubitato della riuscita del viaggio di Suzume; quello che a prima vista potrebbe essere visto come il più banale dei lieto fine, se lo vediamo nell’ottica del messaggio che Shinkai vuole lanciare ai suoi concittadini, tutto secondo me cambia di prospettiva. È il Giappone che, pur rispettando e venerando il proprio passato, deve andare avanti pensando al presente e al futuro. Il lieto fine è quindi un messaggio di speranza col quale mi trovo totalmente d’accordo nonostante, a livello più superficiale, avrei preferito una conclusione magari non tragica ma certamente più dark, più d’effetto che non credo sarebbe stata accettata con altrettanto entusiasmo dall'orgoglioso popolo giapponese. Purtroppo questo è lo scotto che devi pagare quando finisci col fare un prodotto mainstream: non dipendi più da te stesso e dalla tua volontà di essere Autore con la A maiuscola, ma ti adegui a quello che gli altri si aspettano da te. 

Alla luce di quanto ho esposto in precedenza, c’è poco da aggiungere alle considerazioni sul vero finale, perché quello che interessava a me era la fine del percorso di crescita di Suzume, ma non posso fare a meno di rilanciare con questa affermazione roboante: di cosa sarebbe successo tra lei e Souta non mi importava un beneamato fico secco. Il finale è però quello che serve per chiudere i capitoli riguardanti i due gatti-demone e la visione dell’aldilà: ebbene sì, tutto è collegato, tutto ha un senso. Suzume, per venire a patti con sé stessa, deve tornare nel posto dove tutto era cominciato, la porta che doveva aver varcato quando era piccola dopo la perdita della madre. Ed è lì che Daijin la condurrà, a conclusione del viaggio. Una tappa forzata prima dell'arrivo sarà l'inevitabile scontro finale con un super-verme di fumo, e lei potrà farlo grazie all'aiuto di Souta e dei due spiriti guardiani. È all'apice della grande battaglia che avviene il momento catartico e rivelatore; Suzume compie altri passi nel mondo dell’aldilà e finalmente incontra la se stessa di quattro anni in lacrime, incapace di accettare la morte della madre. Per rincuorarla le dona la sedia a tre gambe, consigliando di tenerla stretta: sarà questo ricordo della mamma a darle la forza di andare avanti. Risolta la grande crisi, Suzume e Souta tornano nel mondo reale e insieme alla zia Tamaki e a Serizawa compiono il viaggio a ritroso; a Tokyo i due ragazzi si separano con la promessa di incontrarsi nuovamente un giorno. Mesi dopo, nel villaggio della prefettura di Miyazaki la stessa Suzume in bicicletta scorge in lontananza un ragazzo: toh! È Souta, che è tornato da lei… questa volta, forse, definitivamente.

Come è facile desumere dal racconto, in Suzume la narrazione ha una struttura molto più circolare delle opere precedenti. Apparentemente è stato fatto un giro completo fino quasi a tornare al punto di partenza: è come se la storia della ragazza avesse seguito di pari passo l’andamento del viaggio, andata e ritorno. Però, riflettiamoci bene: un viaggio non è quasi mai fine a se stesso, è spesso un’occasione per crescere, migliorare, cambiare. Durante la grande avventura Suzume ha raggiunto uno scopo che l’ha portata ad accettarsi, trovare il suo posto nel mondo, trovare - forse - il grande amore. Se per farlo ha dovuto salvare il Giappone, beh, dai: è un dettaglio trascurabile. O no?

FINE SPOILER

Road movie, riflessi e lens flare!


L’edizione italiana
A differenza dei film precedenti, con Suzume c’è stato un enorme balzo in avanti per quanto riguarda la distribuzione internazionale: ad accaparrarsi i diritti per gli USA e Asia è stata Crunchyroll mentre per l’Europa si è scomodata Sony Pictures (comunque proprietaria di Crunchyroll) insieme alla tedesca Wild Bunch. In Italia Suzume è stato distribuito nei cinema da Sony Pictures Entertainment Italia a partire dal 27 aprile 2023. Niente più eventi di pochi giorni come il Nexo Digital, ma una distribuzione cinematografica a tutti gli effetti. Secondo Wikipedia, ha incassato 630.000 € staccando circa 85.000 biglietti. Un risultato discretto, tenendo presente quanto sia considerato di nicchia il cinema d’animazione giapponese qui in Italia. Ma ancora insufficiente, soprattutto alla luce di quanto ottenuto dal film di Miyazaki, "Il ragazzo e l'airone" che, sfruttando l'effetto traino dell'Oscar, ha registrato un incasso clamoroso di quasi 7.000.000 €, record assoluto per un film d'animazione giapponese nei cinema italiani. Buono il doppiaggio e l’adattamento italiano a cura della Dubbing Brothers International Italia. Dialoghi di Gian Paolo Gasperi con direzione del doppiaggio di Alessia Maria Bianchi. Voci di Chiara Fabiano (Suzume), Manuel Meli (Souta), Francesca Manicone (Tamaki). (info tratte da Antoniogenna.net - Il mondo dei doppiatori).

Conclusioni
Dai, coraggio, chiedetemelo: “Ti è piaciuto Suzume?”

Sì, perdiana, sì, tantissimo!

Credo e spero si noti, tanto che ho scritto un papiro mediamente più lungo del solito. Sapete cosa vuol dire questa cosa? Che il film mi ha colpito particolarmente. L’ha fatto a più livelli, dal più superficiale (quello estetico) al messaggio e alla storia della protagonista, più profondo e intimista. Con me, stavolta, Shinkai ha fatto centro. Purtroppo resta un film ancora imperfetto e poco bilanciato in alcune parti, troppo semplicistico in altre, poco profondo in definitiva - ma che ha saputo regalarmi degli spunti su cui riflettere. Ritengo Suzume assolutamente superiore a Weathering with you e quasi alla pari di Your Name. Questo perché a mio avviso stavolta Shinkai non si è preso gioco dello spettatore, ma l’ha accompagnato lungo un viaggio spettacolare, vivido. Probabilmente più freddo e didascalico del suo più grande successo, ma che val la pena di guardare almeno una volta.

Chiudo esternando un mio timore: dubito che mai avverrà la Grande Svolta, perché temo che Makoto Shinkai abbia raggiunto il limite oltre il quale difficilmente si spingerà. Dato che sono nato per essere smentito, lo attenderò alla prossima prova, si presume tra tre-quattro anni, e lì vedremo se la mia sarà una profezia o se avrò ottenuto lo stesso risultato di quando compilavo la schedina del Totocalcio (spoiler: mai fatto nemmeno un dodici, altro che tredici…)

Mettetevi comodi prima di leggere il pagellone!

IMPORTANTE: Una versione più lunga di questa recensione sarà presente in un e-book di prossima pubblicazione, che raccoglie l'intera mia monografia su Makoto Shinkai, con modifiche, aggiornamenti e nuovi paragrafi che completano l'opera. Restate sintonizzati!

 

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 7
Storia semplice ma d’effetto. Fa presa, i personaggi sono ben caratterizzati (al netto di quanto già indicato in sede di recensione), ma ci sono dei punti nella sceneggiatura che proprio non mi sono piaciuti, ne cito due: la zia Tamaki che trova Suzume nel mezzo di Tokyo proprio in quel momento. Poco credibile, il caso NON può essere usato come scusa per muovere la trama. Il secondo è la comparsa di Sadaijin, che non viene spiegata: chi l’ha liberato dal ruolo di sigillo di guardiano della porta? Una freddezza di fondo e la solita superficialità non gli permetterebbero di raggiungere lo stesso punteggio di Your Name, ma voglio comunque premiare una raggiunta maturità del messaggio di fondo lanciato dal regista.
Musiche: 7,5
Segnalo il ritorno dei Radwimps alla terza collaborazione con Shinkai, questa volta con l’ausilio del compositore Kazuma Jinnouchi e con la voce della cantante Toaka per la canzone principale dal titolo… Suzume. Bella la colonna sonora, con alcuni omaggi a opere precedenti come il già citato Kiki Delivery Service o la sigla Yume no naka e di Le situazioni di Lui & Lei (Kareshi kanojo no jijō, 1999)
Regia: 9
Per quanto mi riguarda, Suzume si riprende rispetto a Weathering with you e torna alle vette di Your Name, senza superarle. Disegni strepitosi con l’ausilio di una CGI d’effetto e ben amalgamata (tranne un paio di punti con i vermi rossi su Tokyo, davvero un pugno nell’occhio). I personaggi hanno avuto un’animazione senz’altro migliore ma anche in questo caso il livello dello Studio Ghibli è a mio avviso lontano.
Ritmo: 8
Tra i film della Trilogia della Catastrofe, Suzume è sicuramente quello col ritmo più sostenuto, e non avrebbe potuto essere altrimenti data la sua natura ibrida di road-movie e avventura fantastica. Poche le pause, dettate più dal momento drammatico.
Violenza: 4
C’è poco da dire, si parla di morte ma senza mostrarla praticamente mai. Anche perché il tono generale dell’opera resta leggero.
Humour: 6,5
Incredibile a dirsi, nonostante il tema dell’elaborazione del lutto è un film fondamentalmente leggero con alcune gag indovinate, tutte concentrate sul rapporto Suzume-Souta in forma di sedia.
XXX: 1
Shinkai ci insegna a raccontare e mostrare una bella storia senza bisogno di inutile fan service.
Voto Globale: 8
Meglio di Weathering with you, appena sotto Your Name. Perché? Suzume è un film indovinato, assolutamente, ma pecca di eccessiva superficialità e, soprattutto, non entra nel cuore così come invece era successo con Your Name. Un’ottima prova in ogni caso, che merita di essere vista anche solo per vedere come gli anime possano essere considerati qualcosa di meglio di un settore di nicchia. In Italia siamo purtroppo lontanissimi ma nella stagione 2022-2023 ci sono tre film che a mio avviso meritano le luci della ribalta: Suzume, The Last Slam Dunk e Il ragazzo e l’airone. Quest’ultimo, guarda caso, di Hayao Miyazaki per lo Studio Ghibli. Opere secondo me superiori e lontane dai classici shonen che vanno per la maggiore, tra cui Demon Slayer che ha sbaragliato letteralmente ogni record di botteghino per un film anime a livello mondiale.

martedì 2 giugno 2020

Weathering with you - La ragazza del tempo (2019) | Recensione

Weathering with you - La ragazza del tempo
Voto Imdb: 7,6
Titolo Originale:Tenki no ko
Anno:2019
Genere:Fantastico, sentimentale, commedia
Nazione:Giappone
Regista:Makoto Shinkai
Cast:Daigo Kotaro, Mori Nana


Attenzione! Questa recensione è un estratto della Monografia su Makoto Shinkai. Ne ho fatta una versione separata ai fini di una bieca migliore indicizzazione dei motori di ricerca. Seguite questo link per leggere l'intero articolo! LINK

Livello di spoiler: A CATINELLE

[la recensione può essere letta anche da chi non vuole spoiler, seguite le istruzioni]

Iniziamo con la carrellata di immagini di impatto...

Pioggia.
Pioggia sempre, ovunque, intensa, che non lascia respiro, che opprime tutto.
Maremma maiala impestata quanto odio la pioggia, ci sono momenti in cui mi sembra di impazzire, soprattutto quando succede per una settimana di fila. Il clima è cambiato, è inutile negarlo, non c’è più il singolo acquazzone primaverile che rinfresca tutto… no, se deve piovere ci dobbiamo sorbire una scassata di maroni ininterrotta per più giorni consecutivi. Immaginatevi ora una Tokyo moderna in cui, senza un motivo apparente, inizia a piovere e non smette più, per settimane intere. Una roba che se fosse comparso Brandon Lee a rantolare: “Non può piovere per sempre”, il protagonista esasperato l’avrebbe preso a smascellate in faccia con il cricket di un autoarticolato.
Pioggia...
Weathering with you - La ragazza del tempo
parte esattamente con questa premessa e, devo ammetterlo, lo spunto è alquanto intrigante. Il protagonista è Hodaka Morishima, un sedicenne che, per motivi non propriamente spiegati, nell’estate del 2021 decide di fuggire dalla famiglia e dall’isola in cui vive, per tentare l’avventura in una Tokyo sfavillante e per nulla accomodante nei confronti di un fuggiasco minorenne. Ah, povero ingenuo, ancora non sa in quali pasticci andrà a cacciarsi! Problema della pioggia a parte, l’arte dell’arrangiarsi nella grande metropoli non sarà facile per nulla; per sopravvivere, accetta la proposta di Keisuke Suga, un personaggio un po’ strambo che gli ha salvato la vita durante la traversata sul traghetto e che gli offre un lavoro presso la sua agenzia editoriale, oltre a vitto e alloggio, in cambio di una paga ridicolmente bassa. Può forse Hodaka rifiutare? Insieme a Keisuke vive Natsumi, una ragazza appassionata di esoterismo e stramberie varie. Proprio in seguito ad un nuovo incarico assegnato da Keisuke, Hodaka e Natsumi iniziano una ricerca sulle cosiddette “ragazze del tempo”, figure avvolte dal mistero che, secondo antiche leggende locali, sarebbero in grado di fermare la pioggia e regalare, solo per un lasso di tempo limitato, un spicchio di sole e serenità a chi ne fa richiesta. Durante la ricerca, Hodaka incontra Hina Amano e scopre che è proprio una ragazza del tempo in grado di fermare la pioggia: diventeranno amici, inizieranno un business per regalare sole e felicità in cambio di un modico prezzo e presto la loro vita svolterà, tanto da “poter addirittura cambiare il mondo”, come dice l’io narrante. E quando scopriranno che sarà necessario un sacrificio umano per fermare la devastazione che sta colpendo Tokyo, si renderanno conto di trovarsi di fronte a scelte molto più grandi di loro, che sono solo due semplici ragazzini delle superiori.
Effetto di Hina, la ragazza del tempo...
Lo so, raccontata così la storia sembra molto avvincente ed interessante, ma siamo alle solite. Makoto Shinkai prende un ottimo spunto di partenza e cerca di costruirci su un lungometraggio infarcendolo di tutti i temi ed elementi ai quali ci ha abituati con i lavori precedenti. Il Nostro arriva dal successo planetario di Your Name., diventato l’anime più visto nella storia del cinema, e l’eredità fatta di titaniche aspettative stava proiettando un’ombra enorme su qualunque cosa avrebbe estratto dal cilindro. Non è facile ripetersi dopo un tale successo, in casi del genere le strade sono due: squadra che vince non si cambia, per sperare di bissare la formula; oppure tentare una strada completamente diversa, ribaltare tutto quello che si è costruito fino a quel momento, prendendosi anche una bella dose di rischio, e percorrere sentieri ancora inesplorati.
Beh, nonostante nelle interviste abbia dichiarato il contrario, Shinkai ha palesemente scelto la prima strada, quella più facile, cercando però di inserire ogni tanto delle svolte improvvise e diverse, la più importante nel finale (ci arriveremo nell’apposito, spoilerante paragrafo). A mio avviso, il risultato non è stato del tutto convincente. L’espressione che più mi viene in mente per descrivere Weathering with you è: Comfort Zone, quella in cui Shinkai si è adagiato e dalla quale non si è più mosso.

Volemose bene!

Prendiamo la prima parte della storia: tutti i suoi marchi di fabbrica sono stati inseriti di forza e ce li ritroviamo spiattellati uno di fila all’altro. 
Lui e lei, in una relazione sentimentale che supera lo spazio e il tempo? C’è.
Il tema del confronto tra antico e moderno, villaggio e metropoli? C’è. Sottile, ma c’è.
Il misticismo come filo conduttore e deus ex machina? C’è.
Piani paralleli, realtà e fantasia, uniti da un sottile filo? C’è. Anche se questa volta la bilancia pende di più sul piano reale.
Haruki Murakami? C’è, il film trasuda Murakami da ogni fotogramma… e c’è anche una piacevole sorpresa, ne parliamo più avanti.
Gatti? C’è. Uno, ribattezzato Rain, raccattato per strada in un giorno di pioggia e, no, non c’entrano Andrea e Luciano.
Tema del viaggio? C’è.
Treni? Hai voglia, Tokyo ne è piena, vuoi forse perdere l’occasione di sfoggiare la Yamanote dal momento che le scene toccano Shinjuku, Shibuya, Ikebukuro ed altri quartieri famosi della capitale?
Uccelli? Uhm… forse no, potrebbe essere l’unica eccezione, ma chissà che non me ne sia sfuggito qualcuno.
L’io narrante con voce lamentosa e colma di tristi presagi? Purtroppo sì, è presente.
E… e... la pioggia? Sì, tanto che, rispetto alle altre opere, qui diventa il punto focale dell’intera narrazione, non solo nei primi quindici minuti ma per tutte le quasi due ore del film.
Quando parlo di comfort zone, mi riferisco a questo mischione di tematiche, alcune delle quali appena accennate ma sempre presenti, che connotano il film come fortemente shinkaiano. Termine orrendo, ma è anche giusto dare a Makoto quello che è di Makoto: l’avevo già scritto nella monografia principale, da tempo il regista è riuscito a trovare una propria dimensione, smarcandosi dal pesante confronto con Miyazaki, tanto che ora il suo marchio di fabbrica è riconoscibile ed evidente, al di là dello splendido impianto audio-visivo, uno dei migliori mai visti finora, forse giusto un mezzo gradino più sotto rispetto a Your Name. a causa di una preponderanza della CGI, che in alcune scene è fin troppo evidente e poco nascosta come invece era avvenuto mirabilmente del film precedente.
Il gatto Ame (pioggia in giapponese)
Da queste parole è facile intuire quali siano gli aspetti positivi di questo film e, soprattutto, quali quelli negativi. Ecco, il problema è proprio questo: mi sono avvicinato a Weathering with you senza conoscere alcunché, non mi sono visto nemmeno il trailer. Volutamente non ho voluto sapere nulla di nulla, mi sono messo a guardarlo con la mente libera da preconcetti ma… ecco, in realtà sapevo già tutto: cosa aspettarmi, cosa incontrare, cosa mi avrebbe emozionato, cosa mi avrebbe fatto storcere il naso e come si sarebbe arrivati alla conclusione della storia. Intendiamoci: non perché io sia un genio, tutt’altro; chi, come me, si è sparato tutta la filmografia di Makoto, dopo Your Name. è perfettamente in grado di capire come andrà a finire. Ecco il problema della comfort zone; probabilmente il regista ci si è affidato troppo, andando ad inficiare in modo negativo il giudizio finale. Ovviamente il voto, che avrete già visto, comprende anche molti aspetti positivi che controbilanciano un po’ quelli che mi hanno deluso.

Non è un artwork, ma un fotogramma tratto dal film...

Andiamo nel dettaglio, partendo dai pro.
Non c’è storia, visivamente Weathering with you è splendido. Io adoro il fotorealismo con cui Shinkai progetta e disegna i fondali e le ambientazioni. Di film in film, grazie al budget che ha a disposizione, la qualità aumenta costantemente. Tavole superbe, splendidi giochi di luci e ombre, costruzione delle scene mirabile, colori sgargianti che bucano lo schermo quando rompono la monotonia delle grigie giornate di pioggia; dettagli su dettagli, ciascuno riprodotto con maniacale perfezione e ricchezza (con anche un, forse, eccessivo product placement), riflessi ovunque e tanto altro ancora. Ogni elemento si fonde con gli altri contribuendo a creare una fortissima atmosfera in grado di catturare l’attenzione dello spettatore. Davvero, da questo punto di vista Shinkai si è superato. Purtroppo i personaggi, come in Your Name., non raggiungono ancora il livello di animazione dello Studio Ghibli, anzi in più di un punto ho trovato dei peggioramenti rispetto al passato, con movimenti troppo legnosi o artefatti. È solo una nota stonata, niente che possa rovinare la goduria visiva a cui ci troviamo di fronte. Anche il comparto sonoro è grandioso: i Radwimps, dopo Your Name., sono stati nuovamente chiamati a firmare una piacevole e frizzante colonna sonora j-pop-rock. Come anticipato nei paragrafi iniziali, l’ambientazione ha un tocco di originalità che ho apprezzato; l’idea di una pioggia torrenziale opprimente che funesta la sola Tokyo permette a Shinkai di esagerare con i suoi giochi di luce, oltre a creare un'atmosfera a tratti struggente e malinconica (ma mai ai livelli di 5 cm al secondo). Ultima nota positiva: seguendo il tracciato dell’opera precedente, anche qui abbiamo finalmente dei comprimari degni di nota, ben caratterizzati e creati con furbizia per piacere a tutti i costi. Era ora che si uscisse dal binomio del duo protagonista: sai che palle due ore solo con loro, la noia non può che fare capolino!

Tokyo dall'alto

Ma come in tutti i film di Shinkai, di aspetti negativi purtroppo ce ne sono. Mai una volta che provi a superare se stesso per creare un’opera non vuota, quello no, ma almeno non superficiale. È questo il grosso difetto che muovo a Shinkai, e più ancora in Weathering with you, proprio perché tutti abbiamo invano aspettato la Grande Svolta.
No, i punti deboli di Shinkai ci sono ancora tutti, tanto da diventare essi stessi un inconfondibile marchio di fabbrica: sceneggiatura che parte con uno spunto interessantissimo ma che non si sviluppa decentemente per coprire due ore di storia; certi passaggi di trama sono anche fin troppo affrettati, privi del dovuto approfondimento. Lo stesso destino accomuna un po’ tutti i personaggi, soprattutto quello di Hina. I protagonisti di Shinkai sono dei cliché, arrivano quasi alla fine della storia esattamente così come l’hanno iniziata. Non crescono, non si sviluppano adeguatamente ma… ecco, vivacchiano nel ruolo che il regista ha assegnato loro. Di Hodaka non sappiamo nulla, solo che è scappato dall’isola in cui viveva. All’inizio lo vediamo con diversi cerotti su naso e guance, una possibile ipotesi può essere che il ragazzo sia scappato da una situazione familiare non facile fatta di soprusi e violenze: ma non lo sapremo mai. Vogliamo parlare di Hina? Senza entrare nei dettagli, la sua monodimensionalità non cambierà durante la narrazione, anzi, alla fine non sarà che un semplice strumento narrativo, senza il necessario approfondimento che un personaggio chiave come il suo dovrebbe richiedere. Cosa la spinge ad accettare il proprio destino? Quali sono i pensieri, le paure, il background che la portano a decidere in un certo modo invece che in un altro? Tutto appena abbozzato, come se fosse un personaggio non protagonista. Peccato. La stessa storia è sconclusionata, ha momenti di stanca e, proprio quando potrebbe decollare veramente, si avvoltola su se stessa perdendosi in banalità trite e ritrite. In altre parole: proprio quando è arrivato il momento di osare, Shinkai si fa prendere dalla cacarella, ritira la manina e rimette tutto sui consueti binari… la sua stramaledettissima comfort zone, sempre lei, mannaggia la miseria ladra.
Ma sapete una cosa? Nonostante tutto, vi devo confessare che… il film funziona. Emoziona. Gioca con sentimenti di facile presa, non si perde in inutili spiegoni (finalmente!) e si lascia guardare senza troppi problemi fino al finale, croce e delizia del film.

Tokyo ha un attimo di respiro... che meraviglia!

Paragrafo SPOILER! SPOILER A CATINELLE! PIOGGIA DI SPOILER!
Vi ho avvisati.

Fino a metà film la storia è bellissima, poche ciance. Poi arriva qualche momento di stanca, ma niente di così tragico, è come se il regista volesse prendere il fiato per la volata finale. A tre quarti si palpita, dai che si decolla, dai che la storia arriva alla Grande Svolta, ma… puff. Tutto visto e stra-visto. Hina è la prescelta per il sacrificio, lei lo sa benissimo, così come sa che soltanto sparendo e diventando acqua, potrà salvare Tokyo dalla catastrofe. E così fa, lasciando Hodaka e il fratellino soli in una città dove i raggi solari fanno finalmente capolino tra i grattacieli, regalando agli abitanti la speranza della rinascita. La disperazione del ragazzo è palpabile, è ovvio e scontato che lui non accetti l’epilogo, così inizia la personale sfida per raggiungere la dimensione dove è salita Hina, per riprenderla e riportarla indietro. Bellissimo l’inseguimento in mezzo ad una Tokyo allagata, ma il momento clou del ricongiungimento con Hina è… deboluccio. Perché banale e scontato, sai già che andrà a finire così, che la salverà e la riporterà indietro. Il secondo finale della storia, dopo un salto temporale di tre anni - espediente narrativo che piace molto ai nostri amici orientali, soprattutto nei drama coreani, chi li conosce capirà benissimo cosa intendo - presenta un guizzo apprezzabile rispetto a quanto visto poco prima. Hodaka finalmente si diploma, ritorna a Tokyo dove spera di trovare Hina pronta ad aspettarlo… e così sarà. L’incontro tra i due è reale, il loro abbraccio pure e noi spettatori non dobbiamo immaginarci nulla. Avviene sotto il cielo plumbeo di una Tokyo nuovamente, perennemente annegata nella pioggia. Hina si era sacrificata per salvare il mondo, ma l’amore e - attenzione! - l’egoismo di Hodaka l’ha riportata tra noi, condannando l’intera città a ritornare alle piogge incessanti. La leggenda è chiara: solo il sacrificio della ragazza del tempo fermerà le acque. Hodaka e Hina si sono guardati negli occhi e si son detti: fanculo la pioggia, tenetevela, noi vogliamo vivere senza sottostare alle vostre stupide leggi e superstizioni.
Dai, ditelo che ha citato Mila e Shiro...
Io il messaggio l’ho apprezzato e, per certi versi, l’ho trovato anche un pizzico originale. È il riscatto contro il precostituito, uno schiaffo a ciò che gli altri vogliono da noi, è la ribellione dell’adolescente in un momento critico della propria vita: perché buttarla via, perché per una volta non si può provare ad essere egoisti e pensare a sé stessi? Il concetto è stridente se pensiamo alla mentalità nipponica dove la società e il collettivo comandano, a volte in modo opprimente, sul singolo individuo. Che sia un messaggio tipico della narrativa di formazione non è un mistero, anzi Shinkai ci manda un indizio grande come una casa fin da una delle prime scene: durante il primo viaggio verso Tokyo, il ribelle Hodaka sta leggendo “Il giovane Holden” (“The Catcher in the Rye”), iconico romanzo di formazione adolescenziale scritto da J.D. Salinger nel 1951. Con triplo avvitamento carpiato, l’accostamento con Haruki Murakami è servito ancora una volta: il famoso scrittore è stato il traduttore dall’inglese al giapponese proprio di Salinger, contribuendo alla sua diffusione anche nel paese del Sol Levante. Ma l’accostamento con il grande scrittore non può, ovviamente, finire qui. Ci sono alcuni chiari rimandi a “Kafka sulla spiaggia” (2002, 2008 in Italia): entrambi i protagonisti sono adolescenti in fuga, incontrano personaggi strani e misteriosi, e assistono a piogge di pesci che cadono dal cielo, in un mondo dove il confine tra la dimensione reale e quella fantastica è infinitamente sottile.
Prima di saltare alle conclusioni, ci sono ancora un paio di considerazioni che meritano un ulteriore warning per spoiler, perché c’è un accenno anche del finale di Your Name.. Mi rendo conto che mezza recensione oscurata per spoiler possa risultare monca, ma non rovinare il finale a chi non vuole è una forma di rispetto a cui tengo particolarmente.

Cliccate per vedere cosa sta leggendo Hodaka...

Ancora SPOILER! Non solo su Weathering with you, ma anche su Your Name.! Vi ho avvisatiiiiihhh! E dueeeeeehhh!

A Shinkai piace giocare con i rimandi alle opere precedenti, a volte prendendo bonariamente in giro gli spettatori, con easter egg fini a se stessi. È il caso di questo film, in cui i due protagonisti di Your Name. fanno la loro fugace comparsa; Mitsuha è la commessa di una gioielleria che aiuta Hodaka a scegliere l’anello, il regalo di compleanno che il ragazzo intende fare a Hina. Taki compare invece nella scena in cui sua nonna chiama Hina e Hodaka durante il loro business della “ragazza del tempo” per far smettere di piovere. In questa linea temporale Taki e Mitsuha non si sono ancora incontrati sulle scale nella scena clou di Your Name. (lo sappiamo dal manga e dal romanzo); entrambi i film sono ambientati nel 2021, quindi nel pieno di una Tokyo allagata dal temporale perenne, eppure, quando finalmente Taki chiede a Mitsuha qual è il suo nome… c’è una splendida giornata di sole. Ovviamente i fan si sono scatenati in congetture su una ipotetica trilogia shinkaiana dove il terzo film annoderà i fili di entrambe le storie in un qualcosa di strepitoso ed eclatante. Ricordatevelo, sono nato per essere smentito, ma sono certo che non succederà niente di tutto questo. L’unica teoria che posso accettare a denti stretti è quella del multiverso, dove tra gli infiniti universi che si generano ad ogni decisione e snodo cruciale, ce n’è uno in cui Taki e Mitsuha si metteranno insieme non tra i raggi di un sole primaverile e sotto i ciliegi in fiore, ma in un pantano degno dello stagno de La Banda dei Ranocchi. Per la cronaca, anche Tessie e Sayaka, i due amici comprimari di Your Name., hanno un cameo in Weathering with you, precisamente nella scena in cui Hina rischiara il cielo per la prima volta dopo essersi messa in società con Hodaka e possiamo vedere le reazioni stupite di alcuni presenti. In realtà è puro e semplice fan service, niente di più, niente di meno, per quanto io trovi sempre affascinanti le speculazioni sui destini incrociati di personaggi appartenenti ad opere diverse, ma inseriti in universi narrativi simili (o paralleli).

Mitsuha

Taki

Sayaka e Tessie (sgamati!)

Squarci di cielo oltre le nubi! [fine spoiler]

Considerazioni sull’edizione italiana
Il film è stato proiettato al cinema nella consueta formula dei tre giorni da Nexo Digital, il 14, 15 e 16 ottobre 2019. Il riscontro è stato buono, tanto che le proiezioni hanno goduto di due giorni bonus il 5 e 6 novembre. L’edizione italiana è curata da Dynit, nota per garantire ottimi adattamenti e doppiaggi (niente Kazé e soprattutto niente stupri dell’italiano e oscenità cannarsiane alla Lucky Red, per fortuna). 

Questa scena va vista in movimento...

Conclusioni
Alla domanda: “Consiglieresti di guardare Weathering with you?”, rispondo affermativamente, senza dubbio. Il film non raggiunge purtroppo i livelli del predecessore, finendo schiacciato dal confronto. Shinkai ha avuto paura, non ha osato, e ha tirato fuori un film gradevole, visivamente sbalorditivo, che non eccelle però nella svolgimento narrativo, finendo per appiattire sia i personaggi, sia lo svolgimento della trama. Probabilmente il problema sono anche io, che carico di aspettative “adulte” un prodotto che non vuole averle. È molto probabile che il target principale non sia la mia generazione, ma quella successiva (o anche due), un adolescente o un ventenne potrebbero apprezzarlo molto di più di quanto non lo abbia fatto io. In ogni caso la delusione affiora, ma lascia presto il posto alla dolce sensazione di aver comunque visto un bel film. Promosso, indubbiamente, ma per me resta un mezzo passo indietro nella carriera del regista, a cui auguro di spiccare il volo. Shinkai ce la può fare, i mezzi li ha, deve solo trovare uno stramaledettissimo sceneggiatore con i controcoglioni che gli metta nelle mani una storia che farà esplodere il mondo dell’animazione giapponese. Io ci spero ancora, ed è la stessa speranza, ahimé sempre più flebile, che ho nei confronti del Maestro Michael Bay: quanto vorrei una sceneggiatura solidissima da far detonare con infinite palle di fuoco reali senza CGI? Lo so già, è inutile che me lo diciate, sono solo sogni mostruosamente proibiti.

 
Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 6,5
Mezzo passo indietro rispetto a Your Name.. Solito spunto iniziale davvero interessante, per il resto la storia regala pochi sussulti e procede col pilota automatico. Personaggi poco più che cliché abbozzati, per il resto c’è uno scarso approfondimento che mi ha lasciato con un retrogusto amaro.
Musiche: 7
Ottima colonna sonora, diamo pure il bentornato ai Radwimps, che offrono una prestazione solida, anche se non ho trovato i pezzi cantati veramente memorabili.
Regia: 8,5
Secondo mezzo passo indietro. Intendiamoci: visivamente è un film sbalorditivo, come quasi tutti quelli di Shinkai. Purtroppo più di una scena presenta dei cali di qualità, probabilmente dovuti ad una maggiore fretta realizzativa.
Ritmo: 7
Parte benissimo, rallenta nel mezzo, accelera sul (doppio) finale. Nulla di nuovo, Shinkai ci regala spesso situazioni del genere. Non è noioso, altro punto a suo favore, esattamente come con Your Name.
Violenza: 5
Poco da segnalare. Qualche scena drammatica stile yakuza-movie, che per me hanno pure stonato nel contesto in cui sono state inserite, ma niente di trascendentale.
Humour: 5
Film decisamente serio, giusto qualche scenetta simpatica ma niente di più.
XXX: 1
Nulla da segnalare. 
Voto Globale: 7,5
Per gioco, ho confrontato i voti che ho assegnato a Weathering with you con quelli dati a Your Name., d’altronde il paragone tra i due film è inevitabile. Tranne qualche eccezione, in media qui c’è un punto di voto in meno in tutte le sezioni. Non è certamente un caso, per me non siamo ai livelli del predecessore, vuoi perché avevo aspettative enormi, vuoi perché non ho trovato dei significativi miglioramenti nei soliti, noti punti deboli di Shinkai, anzi, l’impianto narrativo nell’ultima prova ne esce leggermente indebolito. Makoto Shinkai poteva fare un balzo, invece è indietreggiato. Più volte ho citato l’espressione comfort zone per spiegare cosa intendo, e lo ribadisco anche in sede di commento. Shinkai non ha voluto osare e questo è il risultato. Mezzo voto in più come punteggio bonus per i fondali e i disegni, sono un valore aggiunto che non è possibile ignorare. Gli effetti della pioggia sono incredibilmente immersivi: ve ne renderete conto con i vostri stessi occhi!

giovedì 21 dicembre 2017

Wolf Children - Ame e Yuki i bambini lupo (2012) | Recensione

Wolf Children - Ame e Yuki i bambini lupo
Voto Imdb: 8,2
Titolo Originale:Ōkami Kodomo no Ame to Yuki
Anno:2012
Genere:Animazione / Drammatico / Fantastico
Nazione:Giappone
Regista:Mamoru Hosoda
Cast:Aoi Miyazaki, Takao Osawa, Haru Kuroki, Momoka Ono

Hana, Yuki e Ame
Dopo le recensioni di A Silent Voice - La forma della voce e della monografia su Makoto Shinkai, devo ammettere che ci sto provando gusto con l'animazione giapponese più recente. Tra i vari nomi di registi giapponesi attuali che, in un modo o nell'altro, possono essere considerati eredi di Hayao Miyazaki o quantomeno artefici di veri e propri film anime d'autore, era saltato fuori anche quello di Mamoru Hosoda. Classe 1967, inizia la carriera come animatore, diventando presto supervisore dell'animazione ed esordendo come regista di film cinematografici nel 2000 con Digimon, il film (2000), che in realtà è la fusione occidentale di tre mediometraggi giapponesi targati TOEI, due dei quali firmati proprio da Hosoda (Digimon Adventure e Digimon Adventure: Our War Game). Il successo del film gli spiana la strada di regista a tutto tondo: dopo una non felice parentesi proprio allo Studio Ghibli durante la quale è chiamato a dirigere il Castello Errante di Howl che però lui abbandona per divergenze con la produzione e lo staff "anziano" dello studio, torna in TOEI per dirigere One Piece: L'isola segreta del barone Omatsuri (2005), il sesto lungometraggio della serie. Lasciata nuovamente la TOEI, Hosoda approda in Madhouse, uno degli studi d'animazione giapponesi più famosi extra-Ghibli: il riuscitissimo film La ragazza che saltava nel tempo (2006) è quello che lo consacra come regista di successo; arrivano poi Summer Wars (2009), acclamato da critica e pubblico, Wolf Children (2012) e The Boy and the Beast (2015). Gli ultimi due lungometraggi si sono rivelati veri e proprio successi al botteghino, proiettando Hosoda nell'olimpo dei registi più richiesti e seguiti. Con questa recensione parleremo di Wolf Children - Ame e Yuki i bambini lupo, quello che tuttora è considerato il suoi miglior film. Sarà vero? Sarà falso? Scopriamolo insieme (immaginatevi un tono alla Piero Angela).
Hana e il futuro marito
La storia inizia con una voce fuori campo, quella di Yuki, che racconta le vicende di sua madre Hana, la vera protagonista indiscussa del film. Siamo a Tokyo: la studentessa universitaria Hana osserva sempre più spesso uno strano ragazzo che segue il suo stesso corso. La colpisce il suo essere diverso dagli altri: gentile con tutti, ma solitario e taciturno, probabilmente dotato di grande forza interiore. La ragazza inizia a parlargli e a conoscerlo meglio. È ovvio e scontato come andrà a finire: i due si innamorano ed iniziano a frequentarsi, fino a quando non arriva il fatidico momento che lui tanto temeva: la rivelazione del suo terribile segreto. Il ragazzo, infatti, è l'ultimo uomo lupo sopravvissuto nell'era moderna. Un licantropo. Ma Hana non è una tipa che si perde d'animo. Accetta il ragazzo così com'è, senza rifiutarlo ma, anzi, accogliendolo tra le sue braccia. I due iniziano così la loro vita insieme e presto Hana rimane incinta: non sapendo cosa potrebbe uscire dal grembo (dubbio legittimo, no?) prende l'ardua decisione di partorire da sola, in casa. La nascita della bambina Yuki riempie di gioia e felicità i due novelli genitori che, un anno dopo, sfornano il fratellino Ame. I problemi, quelli grossi, iniziano quando il tanto amato uomo lupo, durante uno dei suoi giri in cui è alla ricerca atavica di cibo per i propri cuccioli, viene ucciso per errore, lasciando così una vedova sola e disperata e due orfani difficili da crescere. Eh, sì, perché presto i bambini riveleranno la loro duplice natura di bimbi e lupi, trasformandosi continuamente nell'una o nell'altra forma. Per Hana diventa sempre più dura vivere in una metropoli come Tokyo con la necessità di celare ai vicini e ai servizi sociali la vera natura dei suoi figli. Quando viene brutalmente sfrattata di casa con l'accusa di ospitare dei cani, vietati dal regolamento condominiale, Hana prende una drastica decisione: abbandonare la città e trasferirsi nella montagna più sperduta, dover poter crescere i figli con più tranquillità. La vita non è per nulla facile: deve ristrutturare da sola una catapecchia, deve iniziare a produrre cibo da sé non avendo un reddito fisso, deve continuamente tenere d'occhio i bimbi-cuccioli affinché non facciano troppi danni; Yuki, la sorella maggiore, è esuberante, piena di energia, curiosa come non mai, e sempre pronta a cacciarsi nei guai con il grosso rischio di trasformarsi in lupacchiotta nei momenti meno opportuni; il fratellino Ame invece è timido, taciturno, riservato, indeciso su come accettare veramente se stesso. Presto Hana trova la sua dimensione nel paesino, grazie alla benevolenza della comunità, i cui abitanti sono abituati ad aiutarsi reciprocamente nelle avversità; ma è proprio la comunità a dare altri interrogativi su Yuki e Ame: prima o poi i ragazzini, cresciuti, dovranno andare a scuola, e lì chissà quali altri guai potranno arrivare?
L'uomo in versione lupo
Vi ho raccontato in dettaglio giusto i primi quindici/venti minuti: non è necessario andare oltre, lascio a chi è davvero incuriosito il piacere di scoprire come la storia si evolve e cosa succederà a Hana, Yuki ed Ame. Per quanto mi riguarda, devo ammettere che il film ha colpito davvero nel segno. Dopo i primi cinque minuti, mortalmente lenti al punto da farmi temere di guardare un pippone clamoroso, la storia si fa interessante, briosa, drammatica, avvincente senza soluzione di continuità fino ad arrivare ad una fine che, forse arriva pur fin troppo improvvisamente. Wolf Children è un'opera molto strana, ma mai noiosa e mai sopra le righe. Hosoda riesce a mantenere un tono leggero, quasi da commedia, scendendo nel dramma e nella tensione nei momenti giusti e senza mai esagerare. Ad aiutare ci sono gli splendidi disegni dei fondali e la struggente colonna sonora. Un valore aggiunto è il character design di Yoshiyuki Sadamoto, che gli appassionati di anime conoscono sicuramente grazie alla sua collaborazione con lo studio Gainax: suoi i disegni dei personaggi per lo splendido lungometraggio Le Ali di Honneamise (1987) e le serie Il Mistero della Pietra Azzurra (1990) e Neon Genesis Evangelion (1993), dopo i quali inizia il suo sodalizio con Hosoda, per il quale firma il character design di tutti i suoi già citati lungometraggi. Il suo tratto spigoloso anni '90 si è evoluto con volti più morbidi e relativamente semplici da disegnare, garantendo però in questo modo una altissima qualità dell'animazione dei personaggi, tanto che più volte mi ha dato l'impressione di aver adottato la tecnica del rotoscope (riprese di attori reali su cui è stata sovraimpressa l'animazione disegnata dei personaggi). Molto più semplicemente, si deve essere trattato del ricorso di animazione in CGI, usata grandiosamente in molte scene ariose dove è la natura (boschi, montagne, fiumi) a diventare una memorabile co-protagonista. 
Yuki inizia a far danni
Wolf Children non è una storia di super-eroi, anche se viene toccato un tema fantasy; è invece una assurdamente realistica rappresentazione della vita di tutti i giorni di Hana, che deve fronteggiare ogni tipo di problematica, grande e piccola, data da infiniti dilemmi quotidiani. È la storia del coraggio di una madre e di come due bambini crescono fino a riuscire, in un modo o nell'altro, a trovare un loro posto nel mondo. Sta a Yuki e ad Ame scegliere la propria dimensione, se privilegiare il proprio lato umano o quello più selvatico di lupo. Hana, più semplicemente a dirsi che a farsi, è stata quella che ha permesso loro di trovare una risposta, nel modo migliore possibile - non in assoluto, ma al meglio delle proprie capacità. Non c'è complimento migliore che si possa fare ad una mamma, e Hana è una delle eroine normali migliori che mi sia capitato di vedere in un lungometraggio d'animazione.
Splendida regia e splendidi fondali
I complimenti, indubbiamente, vanno tutti proprio a Mamoru Hosoda che ha firmato non solo la regia, ma anche il soggetto e la sceneggiatura. La sua più grande abilità è stata quella di raccontare una storia solo apparentemente semplice, riempiendola però di molti significati e simbolismi. In Wolf Children, per esempio, i nomi hanno un significato ben preciso e sono associati al momento in cui i personaggi sono nati: Hana, che significa "fiore", fu chiamata così perché quando lei nacque suo padre rimase colpito dalla fioritura delle cosmee presenti nel suo giardino e sperava che la vita della figlia sarebbe stata colma di felicità nonostante le difficoltà della vita (per questo la ragazza madre sorride sempre); Yuki ("neve") nacque durante una nevicata mentre Ame ("pioggia") durante un temporale; senza dare troppi spoiler, è sempre durante un temporale violento che Ame decide di fare la sua scelta e di percorrere il suo nuovo cammino. Questa scena è, tra l'altro, la dimostrazione di come Hosoda non abbia lasciato nulla al caso: l'autore aveva le idee chiare fin dall'inizio e si è dimostrato coerente per tutta la durata della storia. Un altro semplice ma efficace esempio è proprio verso l'inizio, quando Hana si è appena trasferita in montagna e, in un momento di calma, osserva i due figli e parlando più a se stessa che a loro, chiede ad entrambi se un giorno decideranno di diventare umani o lupi. Guardate attentamente come i bimbi reagiscono alla domanda della madre: non con le parole, ma con la postura o i movimenti. L'autore si è divertito a darci la risposta praticamente subito, anche se il percorso scelto da entrambi riserverà più di una sorpresa. Concludendo il discorso dei nomi, ho trovato curioso il fatto che l'uomo lupo è in realtà l'unico personaggio a non avere un nome; né Hana né la voce narrante Yuki ci rivelano come si chiamasse e, a dirla sinceramente, non è nemmeno fondamentale che noi ne veniamo a conoscenza. Non è importante l'averlo appreso, o meglio, lo è di più sapere che non ci è stato rivelato; di lui sappiamo solo che è l'ultimo della specie, mentre tutto il suo passato è ammantato di mistero e riserbo. 
La dura vita di campagna
Wolf Children non è, però, un film perfetto, purtroppo c'è qualche piccolo difetto che mi ha impedito di dargli un voto più alto. Se da un lato ho parlato di disegni semplici ed efficaci per ottenere una superiore qualità dell'animazione, d'altro canto non posso non notare come il tratto dei personaggi sullo sfondo appaiano davvero brutti e sgraziati; tolti i personaggi principali, tolto il vecchio contadino burbero che aiuta Hana, gli altri peccano di scarsa personalità e carisma, diventando semplici elementi di sfondo. Questo è un aspetto che, per esempio, nei film dello Studio Ghibli non avviene perché ogni singola scena e ogni singolo movimento vengono studiati in modo veramente maniacale. Il secondo difetto di Wolf Children è il finale. Non tanto per quello che succede (a me è piaciuto davvero tanto e l'ho trovato perfettamente coerente con tutti gli elementi che l'autore ci ha presentato durante lo svolgimento del film), quanto per come ci si arriva. Si ha purtroppo l'idea che la fine sia arrivata in modo troppo repentino ed improvviso, in aperto contrasto con la struttura narrativa dilatata, quasi lenta, adottata fino alla sequenza finale. Avrei certamente preferito un maggiore bilanciamento dei tempi narrativi ed un maggiore approfondimento delle dinamiche che hanno portato a quello che Hosoda ci ha mostrato su video. Va però anche detto che è stata senz'altro una scelta precisa e fortemente voluta, perché il regista eccelle proprio nel "far intuire senza realmente mostrare".
Il vecchio brontolone
Ho tenuto per ultima una considerazione sulla versione italiana: finalmente un adattamento ed un doppiaggio che rendono giustizia al valore dell'opera. L'edizione, ad opera della Dynit, è davvero di pregevole fattura e la qualità di voci e recitazione si mantiene su livelli ottimi. Altro aspetto non da poco, l'adattamento italiano segue la versione originale giapponese (come è giusto che sia) e non quella americana, che presenta molte linee di parlato in più che riempiono di inutili spiegoni e dettagli inventati i momenti di silenzio. Un solo piccolo appunto: talvolta la voce dei personaggi viene sovrastata troppo dalle musiche, col risultato che si perde parte di quello che viene detto. Niente di così grave, comunque.
Casa di Hana
In conclusione, Wolf Children è uno splendido lungometraggio d'animazione, poco convenzionale nonostante la storia semplice, che merita senza ombra di dubbio di essere visto. Ha una bellissima qualità audiovisiva, arricchita da carrellate e sequenze registiche d'effetto (molte parti non vengono nemmeno narrate: le scene si susseguono semplicemente accompagnate dalla musica, perché non c'è bisogno d'altro per capire quello che ci viene raccontato). È la storia di un personaggio eccezionale nella sua normalità, è anche una storia di crescita e di come sia possibile arrivare a trovare un proprio posto nel mondo e nella società. C'è chi vede un parallelo di chi vive da mezzosangue, metà giapponese e metà occidentale, che non sempre viene visto di buon occhio nella rigida struttura sociale giapponese. Lo lascio come spunto, può essere una interessante ed alternativa chiave di lettura dell'intero film. In definitiva, uno dei migliori prodotti recenti che meritano di essere scoperti anche in Italia, grazie all'ottima edizione della Dynit e che è, tra l'altro, presente del catalogo di Amazon Prime Video (chiunque sia cliente Prime lo può vedere in streaming gratuito e legale).
Guardatelo e non ve ne pentirete.

Altro esempio di fondale


Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 7
La storia è apparentemente semplice, ma è ben strutturata, coerente, interessante. Si perde leggermente con un finale per me troppo frettoloso.
Musiche: 7
Ottima colonna sonora, di qualità così come spesso ci hanno abituato le produzioni più recenti.
Regia: 8
Ottimo sia visivamente che registicamente, con tante belle chicche e sequenze ben studiate. Promosso su tutta la linea.
Ritmo: 6
I primi cinque minuti mi hanno fatto pensare al peggio, per fortuna la storia acquista un suo ritmo, pur risultando lenta nel suo incedere.
Violenza: 4
Poca roba.
Humour: 6,5
Ci sono diverse scene leggere e buffe, soprattutto quelle in cui i bimbi lupi fanno disastri.
XXX: 3
Poco da segnalare.
Voto Globale: 8
Un gran bel film da scoprire, apparentemente semplice ma in realtà profondo ed emozionante, con tre personaggi da ricordare a lungo, Hana su tutti. Delicato, poetico, leggero e drammatico: raramente si arriva ad un equilibrio simile!
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