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martedì 18 ottobre 2016

The Wave (2015) | Recensione

The Wave
Voto Imdb: 6,7
Titolo Originale:Bølgen
Anno:2015
Genere:Azione, Catastrofico
Nazione:Norvegia
Regista:Roar Uthaug
Cast:Kristoffer Joner, Ane Dahl Torp

Ecco cosa potrebbe succedere in un fiordo norvegese...
L'idillio prima del disastro...
Non prendetemi per pazzo, ma fin da quando ero piccolo avevo una paura fottuta che un'ondata gigantesca si abbattesse nel paese in cui vivevo. Il fatto che suddetto posto si trovasse nel mezzo della pianura padana non mi tangeva minimamente, anzi rafforzava la mia convinzione: se mai avessi dovuto vedere arrivare una terribile ondata alle porte di Milano, significava che la fine del mondo sarebbe stata davvero dietro l'angolo. Oh, sono serio: se ci penso tutt'ora, alle ondate gigantesche, mi vengono i brividi e mi sudano le mani. Non capita di rado che, in riva ad una spiaggia, col cervello fritto dai raggi solari, mi soffermi a scrutare l'orizzonte con l'inconscio terrore di vedere il movimento della cresta di un'onda alta dieci piani e piena di schiuma; in questi momenti, il mio cervello inesorabilmente fa scattare il piano di salvezza: mi guardo in giro per vedere quali postazioni sopraelevate possano garantire un appiglio (solitamente non ce ne sono di così alte, le onde che mi immagino io sono discretamente enormi) e calcolo più o meno quanto tempo ci vorrà prima che la spiaggia venga travolta (dato che le mie onde sono alte più dei palazzi lungo il tratto ligure della via Aurelia, il fatto di poterle vedere sulla linea dell'orizzonte mi permette il lusso di concedermi almeno una decina di minuti di tempo per la fuga). Poi il grido "coccobbbelloooo!" mi risveglia di soprassalto ed io guardo grato il tizio col secchiello e la canotta pezzata perché mi ha distolto dai miei pensieri deliranti. Non saprei dire quali traumi infantili devo aver avuto sull'argomento in questione ma ricordo una puntata di Space Robot (Getta Robot) in cui i cattivi provocavano un'ondata enorme che travolgeva una città e, soprattutto, ricordo Conan il ragazzo del futuro, una serie animata di Hayao Miyazaki del 1978, tuttora tra le mie preferite di sempre, che ha come culmine dell'intero arco narrativo una gigantesca ondata causata dallo sprofondamento di un continente. Non parliamo poi degli infiniti film catastrofici, genere che adoro (probabilmente funziona come con gli horror: li guardo per esorcizzare le mie paure. Ora mi auto-fatturo questa analisi psicologica, grazie, grazie!).
Conan il ragazzo del futuro - onda
Senza andare troppo indietro nel tempo, ci sono scene spettacolari di grandi ondate in 2012 (di Roland Emmerich, 2009), The Day After Tomorrow (sempre di Roland Emmerich, 2004 - questo regista deve avere avuto il mio stesso trauma), Deep Impact (di Mimi Leder, 1998), San Andreas (di Brad Peyton, 2015) e... Un Mercoledì da leoni (di John Milius, 1978). Sì, sono riuscito ad infilarci questo film anche in siffatta recensione, d'altronde vediamo la storia dei protagonisti scandita nel tempo da diverse mareggiate che i nostri eroi affrontano sui loro surf con il sogno, realizzatosi, di cavalcare "the Big One", la più grande ondata di sempre. In fondo, è facile capire perché questo argomento faccia così tanta presa nell'immaginario collettivo: è la paura dell'ignoto, che non puoi controllare, più grande e più forte di te contro cui non potrai mai vincere ma a cui potrai giusto sopravvivere, se ti va bene.
Bando alle ciance: penso che alla fine di questo preambolo, più lungo della stessa recensione, vi sarà venuto un velato sospetto su quale possa essere l'argomento del film in oggetto. Di cosa parlerà mai The Wave? Beh, di sicuro non della Sagra del Gnocco Fritto sul Mincio.
L'arrivo dell'ondata non lascia indifferenti.
La prima cosa da sapere è che il film è una produzione completamente scandinava (regia e location norvegese con fondi anche svedesi e danesi) e che ha come dichiarazione d'intenti quella di non sfigurare nei confronti delle blasonate e già citate produzioni hollywoodiane. La seconda cosa da sapere è che la storia parte da alcune premesse storiche reali: nel 1934 una frana provocò uno tsunami nel fiordo di Tafjord, uccidendo 40 persone, incidente analogo a quello del 1905 che fece sessanta vittime; la stessa tragedia, si ipotizza, potrebbe succedere a Geiranger, paesino situato nell'omonimo fiordo. Immaginatevi uno di questo splendidi fiordi norvegesi, sovrastati da pareti alte anche mille metri, ed immaginate cosa potrebbe succedere se un fianco dovesse crollare finendo dritto sul mare: quale terrificante, roboante, inarrestabile ondata potrebbe venir fuori, soprattutto se diretta verso l'interno?
Qui il protagonista sembra astuto come una faina...
Il protagonista è Kristian (Kristoffer Joner, visto in Revenant - Redivivo di  Alejandro González Iñárritu), un geologo sposato con la milf Idun (Ane Dahl Torp, già vista in Dead Snow, recuperatelo perdinci! Qui la recensione.) e padre del ribelle-adolescente-testa-di-minchia Sondre e della piccola-ma-adorabile Julia. L'allegra famigliola si trova a Geiranger e Kristian è al suo ultimo giorno di lavoro come geologo esperto di frane e sismi: lo aspetta un lavoro più tranquillo in città e non in paese, anche se al soldo delle compagnie petrolifere. Ovviamente le Cose Brutte succedono sempre dopo i commiati: lui si accorge di alcuni valori anomali evidenziati dai sensori situati all'interno di una montagna e, dopo aver consultato dati analoghi di tragedie simili (viene citato anche il caso del Vajont), giunge alla terribile verità: la montagna sta per cedere e quando questo accadrà, il paese avrà solo dieci minuti di tempo per sfuggire al gigantesco tsunami che si genererà a causa della frana. Sapete cosa succede a tutte le Cassandre dei film catastrofici, vero? Nessuno se li caga manco per sbaglio, e lo stesso, inizialmente, avviene per Kristian. Poi la situazione precipita, lo tsunami arriva davvero e la tragedia si abbatte sul povero fiordo norvegese. Kristian dovrà tornare sul luogo del disastro per ricongiungersi alla famiglia, ma sarà un'impresa veramente difficile...
Da queste righe appare evidente che la dichiarazione d'intenti del regista Roar Uthaug non si limitasse solo agli effetti speciali sulla catastrofe; l'intero film sia adagia completamente su alcuni cliché consolidati, forse anche troppo, tipici del cinema di genere:
  • Il protagonista sa, prevede, lancia l'allarme, nessuno inizialmente lo ascolta;
  • La composizione della famiglia è sempre la stessa: lui un po' paranoide, lei dura, lo ama, ma litigano perché lui ha fatto una cazzata immane; il figlio maggiore, adolescente, è solo fonte di problemi; la figlioletta piccolina è l'unica che si fa domande sensate sul futuro della famiglia;
  • La tragedia arriva e il protagonista è l'unico in qualche modo preparato;
  • La catastrofe semina morte e distruzione e separa la famiglia del protagonista; nessuno dei componenti muore a causa del disastro;
  • Alcuni personaggi minori non riescono a gestire il panico e impazziscono andando totalmente fuori di testa; ma no, i nostri protagonisti reggono perfettamente alla spaventosa pressione psicologica della situazione disumana in cui sono precipitati;
  • Il protagonista parte alla ricerca della famiglia nonostante le condizioni avverse, sue e dei suoi cari;
  • [SPOILER ASSASSINO - evidenzia per leggere] Happy ending a manetta dopo scena altamente drammatica in cui tutto sembra perduto come lacrime nella pioggia (cit.)
#TEAM MILF IDUN
Insomma, è evidente: prendete un qualunque film catastrofico americano e noterete che la ricetta è sempre la stessa. Ogni tanto salta fuori una variante (di solito i genitori dei film americani sono divorziati o in procinto a farlo, cosa che qui non avviene anche se un'inquadratura ed una domanda ingenua della bimba lo lascerebbero perfino supporre), ma il risultato finale è sempre il medesimo. I capostipiti hanno dettato le regole e tutti, più o meno pedissequamente, ne hanno seguito i canoni, The Wave incluso. Uno potrebbe domandarsi: cosa differenzia questo film dagli altri appartenenti allo stesso filone? La risposta è molto semplice: la lingua, qui il norvegese. Per il resto, non c'è nessun'altra differenza. Se da un lato è facile intuire come questo sia il suo più grande difetto, dall'altro ne è anche un pregio e le promesse iniziali del regista sono state mantenute: The Wave non delude affatto le aspettative e la resa finale, effetti speciali inclusi, è all'altezza di film con budget infinitamente superiori (stiamo parlando di sei milioni di euro contro gli oltre cento di una produzione alla San Andreas, per fare un esempio). Le immagini sono nitide, la visuale su schermo bella stabile (niente parkinson-camera, olè!), il montaggio serrato e le transizioni tra una scena e l'altra ben eseguite. Buona la recitazione degli attori (così così il doppiaggio italiano, ormai in caduta libera - considerazione generale buttata gratuitamente in mezzo) e decisamente ottimi gli effetti speciali. In più segnalo, come valore aggiunto, la bellezza selvaggia e mozzafiato del paesaggio: ci sono alcune inquadrature davvero spettacolari, ed è solo merito della natura anche se regista e direttore della fotografia sono stati bravi a catturare il momento giusto per rendere giustizia ai fiordi.
Altro esempio della furia distruttrice...
Il film è idealmente diviso in tre parti distinte più o meno con la durata equamente distribuita: il pre-catastrofe, l'armageddon e il post-cataclisma. La prima parte è più di stampo europeo: molto lenta, ci permette di entrare nella psiche del protagonista e nelle dinamiche familiari, il tedio è dietro l'angolo ma il regista è stato bravo a fermarsi un attimo prima; la seconda è serratissima e da quando arriva lo tsunami che spazza il fiordo il film non si ferma più. La terza, che lascia spazio al dramma della ricerca in mezzo alle macerie, è bella tesa e mantiene il giusto livello di suspense fino alla sua inevitabile conclusione. La parte migliore, come spesso accade in produzioni simili, è quella appena precedente alla catastrofe: la lettura dei segnali premonitori, l'incombere dell'ineluttabile minaccia, il terrore che noi spettatori percepiamo perché sappiamo già quello che succederà. Poi, quando l'ondata arriva, l'effetto è stato per me travolgente. Un po' mi sono rivisto sulla spiaggia, intento a scrutare l'orizzonte in cerca della cresta. Solo che qui l'effetto è maggiore perché il danno è circoscritto ad un ambiente chiuso, piccolo, e per questo ancora più devastante.
Ed infine, ecco l'altra disgrazia (il figlio adolescente) :-)
Sarò estremamente sincero: questo film non ha niente, assolutamente niente di originale. La trama non sarebbe banale presa di per sé, ma rispecchia fin troppo fedelmente i cliché di tutti i film precedenti sullo stesso argomento; non innova e non aggiunge nulla di caratteristico o peculiare che lo distingua dalla massa. Ma c'è un "però": The Wave funziona benissimo. Nonostante tu sappia in anticipo quello che accadrà, non perché sei un precog ma perché senti che sarà così, nonostante tu sappia benissimo che il protagonista per forza di cose dovrà ricongiungersi alla famiglia... ecco, nonostante tutto il resto, il film emoziona. Detto di un film nordico può sembrare un ossimoro ma, davvero, The Wave si lascia guardare fino in fondo proprio grazie al suo ritmo e alla sua durata non eccessiva, appena 104 minuti: solitamente i catastrofici si avvicinano più alle tre ore che alle due ore, e questo è un pregio non indifferente. Per una volta, chiudo gli occhi e ascolto il cuore e non la mente: me lo sono goduto dall'inizio alla fine, mi ha lasciato appagato, non è infarcito di solenni cazzatone (oddio, magari qualcosa di inverosimile c'è, soprattutto nel finale, ma niente di paragonabile alla sboronaggine hollywoodiana) anzi, si dimostra perfino asciutto ed essenziale. Oddio, asciutto non è il termine migliore, vero? Promosso, anche come incoraggiamento verso un cinema europeo che nulla ha da invidiare alle produzioni americane, anche se la scelta di combatterlo ad armi (troppo) pari a molti farà storcere il naso. Ma il cinema non è solo razionalità, è anche emozione, e The Wave, con me, ci è riuscito in pieno.

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4
Davvero, non c'è nulla di originale nel film, a parte la location. Nulla. Nothing. Nada. Nichts.
Musiche: 7
La colonna sonora è azzeccata e sottolinea molto bene sia le fasi concitate, sia quelle drammatiche.
Regia: 8
Registicamente e tecnicamente, il film è confezionato davvero molto bene. Nulla da eccepire.
Ritmo: 7,5
Qualche punto in meno a causa della lentezza iniziale, poi arriva il disastro e il film si ferma solo con i titoli di coda.
Violenza: 6
Un paio di morti cruente che non ti aspetti, sapientemente piazzate nei punti giusti: il minimo sindacale per strappare un V.M. 12...
Humour: 5
C'è qualche battuta detta tra i personaggi, ma nulla di memorabile: ehi, stiamo parlando di humour scandinavo!
XXX: 0
Nulla da segnalare.
Voto Globale: 7,5
Indeciso se dargli punti in meno a causa della palese e totale mancanza di originalità e coraggio, premio forse in modo eccessivo ma consapevole il mestiere del regista, grazie al quale The Wave si lascia guardare fino alla fine col fiato sospeso. Bene così!

mercoledì 24 febbraio 2016

Spectre (2015) | Recensione

Spectre
Voto Imdb: 6,9

Titolo Originale:Spectre
Anno:2015
Genere:Azione, Spionaggio, Avventura
Nazione:Stati Uniti, Gran Bretagna
Regista:Sam Mendes
Cast:Daniel Craig, Léa Seydoux, Christoph Waltz, Ralph Fiennes

Ooooohhh! Brilla il C4, brillano i miei occhi! (è il titolo del prossimo Bond 25)
Recensione iper-velocissima, perché noi qui non stiamo mica a pettinare le bambole!

Aneddotica spicciola del Giampy: Spectre è stato il film più lungo che abbia mai visto. Ho iniziato alle 15.00 e l'ho finito alle 23.00. No, non è il Decalogo di Kieslowski, è stata la mia visione ad essere interrotta più e più volte causa nuova arrivata in casa, una pargola oggi di tre settimane piccina picciò. La stessa pargola è il motivo della recente scarsa frequenza di aggiornamenti del blog, spero mi perdoniate. Dopo essermi cosparso il capo di cenere e aver trovato una scusa plausibile per la mia prolungata assenza, torniamo a bomba sulla recensione in oggetto che, lo premetto, non sarà spoiler-free (siete avvisati!).

Scena dal piano sequenza iniziale. Gran bel inizio!
James Bond / Daniel Craig
Spectre è il ventiquattresimo film della serie di 007 nonché quarto con l'attore Daniel Craig. Non mi metto qui a tediarvi sul Craig Sì / Craig No, ognuno ha le sue idee su quale possa essere stato il miglior James Bond, quello che qui conta è se il film funzioni o meno. A quei due o tre interessati, dico che come attore resto legato a Sean Connery, foss'anche solo perché è quello con cui fin da piccolo ho iniziato a seguire la saga, complici i miei genitori e un ciclo su Rai 1 a fine anni '80 che li trasmise tutti a cadenza settimanale. Grazie a 007 ho poi scoperto l'esistenza dei gadget fichissimi, anzi a dire il vero, quando ero piccolo l'unico motivo per cui li guardavo era lo scoprire cosa Q avesse in serbo per Bond. Crescendo, l'interesse si è spostato sulle Bond Girl, ma è inutile rinvangare questo recente passato, ora che ho raggiunto la pace dei sensi. Scusate, mi sono perso per strada: a me i vari attori che nel tempo si sono succeduti son piaciuti tutti, l'unico su cui avevo dubbi è stato proprio Daniel Craig, tanto che i suoi film li ho visti con un ritardo oserei dire colpevolissimo. Beh, mi sono ricreduto: se da un lato non ero mai stato convinto dall'aspetto fisico (d'altronde, chi avrebbe mai immaginato che Putin fosse credibile come agente segreto britannico?), dall'altro ero convinto che fosse proprio il personaggio, come personalità, a non essere propriamente centrato. Beh, mi sbagliavo.
Ogni accoppiata Bond / Attore aveva un tratto peculiare:
  • Sean Connery -> Magnetico
  • George Lazenby -> Inadatto
  • Roger Moore -> Simpatico
  • Timothy Dalton -> Incazzato
  • Pierce Brosnan -> Sborone
E ora con Daniel Craig ne abbiamo una nuova -> Tormentato.

Léa Seydoux / Madeleine Swann
Vi dirò: ci sta alla grande. All'inizio ero convinto che la sua faccia sempre così rigida e compassata facesse a pugni con quelle sardoniche di Connery o Brosnan (quest'ultimo, forse, è quello che meglio ha combinato i due Bond Connery / Moore, peccato che i film fossero più la fiera del "vorrei, ma non posso"). Ma guardando in successione i film a partire da Casino Royale (2006), devo dire che ha tutto un suo perché ed una sua coerenza, fino ad arrivare ad un Bond debole, fragile e, sì, invecchiato, come quello visto in Skyfall. Ecco, il percorso intrapreso da Daniel Craig ci ha regalato un personaggio diverso da quello a cui eravamo abituati fino a quel momento, e questo probabilmente ha spiazzato i più. Il reboot messo in atto a partire da Casino Royale è stata un'operazione ben costruita, che ha unito con un sottile filo rosso i film successivi, cosa mai avvenuta precedentemente nella saga. In Spectre, purtroppo, questa crescita del personaggio si interrompe bruscamente e per me è uno dei punti di demerito del film.
Facciamo qualcosa di diverso dalle altre recensioni: questa volta elencherò per punti perché Spectre mi è piaciuto, perché no, cosa mi ha lasciato indifferente per poi tirare le somme finali.

Dave Bautista / Mr. Hinx: cattiveria suprema
Spectre: perché sì
  • Citazionismo a go go: i film di 007, soprattutto quelli più recenti, sono pieni di rimandi a quelli precedenti. Al di là di alcuni riti consolidati nel tempo (il Vesper Martini "agitato, non mescolato", l'Aston Martin, i già citati gadget, la pistola Walther PPK), qui vengono citati vestiti, location e battute di molti film precedenti: lo smoking bianco di Connery o il maglione scuro a collo alto di Moore, per non parlare della rissa sul treno (ci torniamo) che cita Dalla Russia con amore, Bond in solitudine che parla con un animale (Una cascata di diamanti), scena finale sul ponte (007 Bersaglio mobile), Austria e Marocco come ambientazione (007 Zona Pericolo) e tanti altri che non ricordo nemmeno più.
  • Qui farò inorridire i più, ma pazienza. Léa Seydoux / Madeleine Swann: ho letto molte critiche su di lei, e non sono d'accordo. A me è piaciuta parecchio. Siamo lontanissimi dalla mia Bond Girl preferita di sempre (Eva Green / Vesper Lynd in Casino Royale, casualmente sempre con Daniel Craig) e pure dalla seconda (Kim Basinger / Domino Petachi in Mai dire Mai, anche se il film non rientra nel Canone Ufficiale di 007) e, ok, anche dalla terza (Sophie Marceau / Elektra King in Il Mondo non basta). Ma se la gioca per la quarta posizione con Olga Kurylenko e Famke Janssen. Sì, nella mia top 3 non c'è nemmeno una delle Bond Girl "storiche": ne sono consapevole ma, sinceramente, vedere Ursula Andress spesso in prima posizione mi ha leggermente stracciato i maroni. Oh. Detto questo, il personaggio di Madeleine mi è piaciuto parecchio, ma ha funzionato molto poco il suo rapporto con James Bond (vedere punti negativi, più sotto). Presa di per sé, resta a mio avviso un'interpretazione molto buona.
  • Dave Bautista nella parte di Mr Hinx, il supercattivo manesco che ricorda Jaws. Non che ci volesse un'interpretazione alla Actors Studio, ma Bautista ha offerto un personaggio memorabile già dalla sua prima apparizione fino alla battuta finale con cui si congeda dal film: "Oh, shit." ("Cazzo." nell'edizione italiana) che, spero di non sbagliarmi, sono anche le sue uniche parole pronunciate.
  • Spectre ha alcune scene davvero ben fatte. La prima è la prolungata rissa sul treno, che dura dieci minuti buoni o forse anche più, omaggio dichiarato a Dalla Russia con Amore. Bond si scanna brutalmente con Hinx sfondando cabine, mobili, suppellettili e, non contento, si tromba Madeleine. Cosa volere di più?
  • Ma Spectre ha anche una sequenza di 5 minuti iniziali tutta in piano sequenza, assolutamente splendida come realizzazione. Non importa se probabilmente c'è stato l'ausilio della CGI, quello che conta è la resa finale davvero eccellente: Messico, festa del giorno dei morti, Bond è in mezzo alla folla, poi la sequenza lo segue mentre entra in un albergo accompagnato da una gnocca locale, sale le scale, prende l'ascensore, entra in camera, rifiuta le avances della suddetta donna, va sul tetto del palazzo e spara ai suoi obiettivi. Stacco, il palazzo crolla con un boato e Bond atterra su un divano. Io vado in solluchero con queste cazzate, lo ammetto.
  • Fotografia e scenografia di alto livello: gran lavoro nella scelta delle location, ottime le riprese. Visivamente parlando, il film è eccellente. Qualche parkinson-camera di troppo in alcune scene concitate, ma non ho provato troppo fastidio.
Nella stessa inquadratura, la Bella e la Bestia (Madeleine / Blofeld - Cristoph Waltz)

Spectre: perché no
  • Sceneggiatura: non ci siamo proprio. Molte scene, prese singolarmente, sono ben fatte, ma a mancare è il collante fra di esse, tanto che spesso si perde il filo della successione causa-effetto. Perché i personaggi prima erano lì, poi sono là? Boh? L'effetto è quello di una produzione poco attenta alla successione degli eventi e alla costruzione dei personaggi, qui appena abbozzati. Non si spiega perché Bond, dopo la storia avuta con Vesper Lynd, capitoli di fronte ad una biondina con l'Arco di Trionfo tra gli incisivi che non aveva mai visto prima, senza che nel frattempo sia successo alcunché di memorabile per cementare il loro legame. Può starci in uno 007 (è successo con Connery e Brosnan, ad esempio), ma non è in linea con il personaggio costruito su Craig. Pessimi perché telefonati e totalmente prevedibili i colpi di scena legati ad alcuni personaggi, C in primis.
  • Christoph Waltz / Blofeld. Senza nulla togliere all'attore che è un grande ed anche qui si è ben distinto, è proprio il personaggio Blofeld ad essere sbagliato. Gli hanno appiccicato un passato in comune con Bond, senza approfondirlo più tanto al punto da relegarlo ad una banale scaramuccia tra fratellastri, ben illustrata dalla metafora che lui stesso usa, paragonando Bond all'uccello cuculo che butta fuori le uova dai nidi altrui. Inoltre, non te lo fanno vedere ma lo fanno raccontare a lui stesso: c'era Blofeld dietro tutti gli avvenimenti dei tre film passati, ma non è che se un personaggio mi dice: "Sono stato io, puppa!" io poi dovrei sgranarmi gli occhi dallo stupore, non funziona così. E, per inciso, non basta far vedere Blofeld mentre accarezza il gatto bianco con la mano ingioiellata per far trasparire tutto il carisma di un cattivo storico della saga. Peccato.
  • Poco prima parlavo dei gadget, uno degli elementi caratteristici dei vari 007. Qui ce ne sono davvero troppo pochi: Aston Martin DB10 con con qualche accessorio che richiama quella degli anni '60 e un tristissimo orologio bomba, peraltro usato in una scena cruciale ai fini della trama. Troppo poco, devo dire: sono rimasto parecchio deluso da questo aspetto.
  • A proposito dell'Aston Martin DB10: fico che l'abbiano usata, fico anche che sia un prototipo in dieci pezzi costruito appositamente per il 50esimo di James Bond e specificamente per questo film... ma dovevano proprio farla finire dentro il Tevere? Tristezza a palate!
  • Accoppiata titoli di testa + canzone iniziale più atroce di sempre. Soprattutto la canzone, per me veramente inascoltabile. Ridatemi Adele, porco mondo. E non sono un suo fan.
  • Il finale, veramente di poco impatto e deboluccio. Anzi, il finale è un po' l'unione di diversi finali uno dietro l'altro, probabilmente qualcuno è di troppo. Non critico tanto l'happy ending (altri 007 hanno avuto una conclusione così), quanto il fatto che dopo tutto il tormento della relazione con Vesper Lynd, risulta poco credibile una "fuitina d'amore" finale con Madeleine dal momento che il rapporto tra i due non è che abbia avuto quella gran crescita e quel gran svolgimento durante l'arco narrativo di tutto il film.

Notare l'intensità della tappezzeria sullo sfondo.
Spectre: e sti gran cazzi?
  • Monica Bellucci: uno si aspettava, visti i terribili precedenti, una roba immonda data la sua inconsistenza attoriale (1), ma alla fine si vede solo 10 minuti e non fa tanti danni.
  • Sam Mendes: il regista. Siamo lontani da Skyfall, film molto più autoriale se vogliamo dire. L'impressione è che il regista abbia voluto smarcarsi il più velocemente possibile (in senso relativo) e che quindi abbia svolto solo il compitino.
  • Spectre è fondamentalmente un film solo per fan. Prima di tutto della saga di Craig, perché seppur debolmente, cerca di riannodare tutti i fili dei tre film precedenti; secondo, perché solo chi conosce bene tutta la saga bondiana può cogliere le finezze che gli sceneggiatori e i costumisti hanno disseminato per tutto il film. Se da un lato il citazionismo l'ho inserito fra gli aspetti positivi, non è detto che lo sia per tutti gli spettatori.
  • Il doppiaggio. Lo metto nella sezione "non me ne frega niente" perché l'ho visto in lingua originale e non so dirvi se sia stato fatto un buon lavoro o meno. Vista la qualità calante del doppiaggio italiano in generale, mi sento di fare un'affermazione pressapochista del calibro: "Doppiaggio non all'altezza." Apriamo le scommesse? Resta buffo, in originale, sentire alcuni personaggi parlare in romanesco. Per non parlare del cognome "Sciarra", pronunciato in tre modi diversi...
Aston Martin DB10
Spectre: le conclusioni

Tirando le somme, Spectre mi ha divertito ma mi ha anche deluso. Ci sono alcune cazzatone (tipo abbattere un elicottero con una pistoletta mentre si viaggia a rotta di collo su un motoscafo), la sceneggiatura è pessima, Craig appare addirittura più svogliato del solito. Eppure il compito lo porta dignitosamente a casa: c'è poco James Bond e c'è tanta azione; chi si aspettava un film di spionaggio, rimarrà deluso due volte. Il problema è che chi cerca l'action, difficilmente si rivolge a 007 (ci sono proposte simili recenti più soddisfacenti da questo punto di vista, primo su tutti Mission Impossible - Rogue Nation). Della saga di Craig, Skyfall resta lo 007 più monumentale, Casino Royale quello che mi è rimasto più nel cuore, Quantum of Solace il più dimenticabile, diciamo quindi che Spectre si piazza a metà. Se fossi un professore al liceo, direi: "Senza infamia e senza lode, ha le potenzialità ma non si applica, potrebbe fare meglio."

(1) Eufemismo per indicare l'espressione "cagna maledetta, è cagna forte"

P.S.: niente Neurone Numero 4: nonostante la parola Bond Girl, non vedo i presupposti per risvegliarlo dal suo torpore. Oh.

P.P.S. Avevo scritto in apertura che sarebbe stata una recensione iper-velocissima: vi ho mentito.


Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4,5
Sconclusionata e prevedibile. Bocciata su tutti i fronti. Con 300 milioni di budget si chiede maggiore attenzione anche su questi aspetti.
Musiche: 4
La terrificante canzone dei titoli iniziali, solitamente marchio di fabbrica dei titoli bondiani, qui è inascoltabile e affossa questo voto. Le cose non migliorano durante il film: il tema classico viene usato pochissimo e male.
Regia: 7
Molti virtuosismi, ma l'impressione è che Sam Mendes abbia diretto col freno a mano. Resta in ogni caso soddisfacente.
Ritmo: 8
Certamente, Spectre non è un film noioso. Molto più action della media, aspetto che premio con un bel voto.
Violenza: 6
Qualche scena carina e simpatica, ma la violenza visiva non è mai stato un aspetto peculiare di 007: ok, la gente mUore, ma quasi mai male...
Humour: 6,5
Il british humor affiora qua e là, soprattutto nella prima parte.
XXX: 0
Nemmeno Monica Bellucci, da tempo entrata nella categoria MILF e prossima al passaggio GRANNY, riesce a smuovere questo zero spaccato.
Voto Globale: 6,5
Un film ben lontano dall'essere perfetto, con alcuni aspetti positivi e molti negativi. Io mi sono divertito, ed è quello che conta. Ma Skyfall e Casino Royale erano tutt'altra cosa.

sabato 23 gennaio 2016

The Last Witch Hunter - L'ultimo cacciatore di streghe (2015) | Recensione

The Last Witch Hunter - L'ultimo cacciatore di streghe
Voto Imdb: 6
Titolo Originale:The Last Witch Hunter
Anno:2015
Genere:Azione, Fantastico
Nazione:Stati Uniti
Regista:Breck Eisner
Cast:Vin Diesel, Rose Leslie, Michael Caine, Elijah Wood

Un trio pieno di brio.

Diversi ricordi si accavallano nella mia mente. Tutti hanno un denominatore comune.
Liceo, lezione di italiano su Dante Alighieri. La professoressa tirò fuori un pippone impressionante di UNA FOTTUTA ORA INTERA sul Veltro nell'Inferno. Io non so se rendo l'idea, e nemmeno so dirvi se davvero questo passo dell'Inferno dantesco meritasse tutta questa attenzione (passai il tempo a scarabocchiare sul banco) ma, davvero, un'ora intera a sentire di tutte le possibili interpretazioni su una singola parola mi hanno fatto capire che mai e poi mai in vita mia mi sarei dedicato allo studio della letteratura italiana, è una materia che non fa per me. Fanculo al Veltro. (bambini, non prendete esempio da me: studiate ed ascoltate sempre i vostri prof, possibilmente senza danneggiare la proprietà pubblica. Fine Pubblicità Progresso).
Policlinico di Milano, sala d'attesa gremita di vegliardi, 80 persone in lista prima di me, non c'erano ancora gli smartphone con il collegamento perenne su Internet - anzi, non c'era nemmeno Facebook - e mi ero dimenticato di portare da leggere. Passai il tempo ad osservare le crepe sul soffitto ed insultare mentalmente prima me stesso per la dimenticanza e l'ingenuità, poi gli stronzi che furbescamente erano arrivati prima di me. Perché in fondo, nelle sale d'attesa di tutto il mondo, gli altri sono sempre e solo i tuoi veri nemici.
Roncobilaccio, Autostrada A1, tratto appenninico prima di Firenze. Coda di chilometri e chilometri per il ponte dei morti di novembre, bloccati per ore sul viadotto dell'autostrada. Passai il tempo ad ascoltare la musica mentre il freddo entrava nelle ossa mie e de La (futura) Moglie, e mentre la febbre causata dal vaccino anti influenzale preso in ufficio mi stava divorando dentro.
Ospedale Militare di Milano, ultimo giorno di visita medica di leva. Stanzone pieno di ragazzi scoglionati, in attesa di essere chiamati per ricevere il foglio finale. Ricordo distintamente che mi scappava in modo terrificante la pipì e che cercai di resistere perché la legge di Murphy avrebbe fatto sì che sarei stato chiamato proprio durante l'assenza. Tenni duro finché potei, poi capitolai lasciando la stanza per cinque minuti cronometrati. Ovviamente fui chiamato in quel lasso di tempo: dovetti aspettare la fine ed essere richiamato una seconda volta: ultimo fra gli ultimi. Ore ed ore ad aspettare senza conoscere nessuno e senza la minima voglia di socializzare.

Orbene, vi chiederete, cos'hanno in comune questi ricordi? IL TEDIO.
Aspettate, riformulo estendendo il concetto.

LA NOIA.
LA MANDIBOLA INCRINATA CAUSA MORTALI COLPI DI SBADIGLI.
UNA INENARRABILE ROTTURA DI COGLIONI.

Se siete scafati, avrete già capito il collegamento fra questo preambolo e la recensione di The Last Witch Hunter - Il cacciatore di streghe. Per quanto mi riguarda, potrei anche chiudere qui, perché ho detto tutto quello che c'è da dire. Poi però arriva la solita vocina della coscienza, la stessa vocina che mi è stata instillata fin da piccolo e che vuole che quando si fa un'affermazione forte e decisa, devi motivarla perché altrimenti passi per bambino capriccioso. Anche questa volta darò retta a suddetta voce, cercando di portare a casa il compitino con il minimo indispensabile.

La Regina delle Streghe.

Medioevo. Kaulder (Vin Diesel) è una specie di guerriero-contadino-vedovo che guida un attacco contro la Regina delle Streghe (Julie Engelbrecht), che sta causando una letale pestilenza nel suo ridente villaggio. Lo scontro è cruento, la Regina soccombe sotto i colpi della spada di Vincenzo Gasolio ma, prima di morire, gli lancia una terrificante maledizione: lui sarà costretto a vivere in eterno e non morirà mai.

Apro una parentesi e poi la richiudo. E' dai tempi di Highlander l'ultimo immortale (sicuramente anche da prima, ma io parlo da ragazzino vissuto negli anni '80) che la vita eterna viene vissuta come una maledizione. Ok, datela pure a me, grazie, non mi offenderò, mi piacerebbe verificare direttamente se è davvero così una maledizione vivere ggggiovine per sempre.

Il grande Michael Caine.
Dicevo. La maledizione della strega si manifesta in tutta la sua tracotanza: la scena si sposta ai giorni nostri, Kaulder dopo 800 anni è più vivo che mai, abita a New York e continua imperterrito nella sua missione, cacciare le Streghe. La guerra fra umani e streghe è arrivata ad un punto di stallo o meglio, ad una tregua: anni prima si era convenuto che le streghe potessero convivere con gli uomini, a patto che non usassero la magia contro di loro. Altrimenti ci avrebbe pensato Kaulder a sterminarle. Nel tempo gli Umani sono diventati illuminati e, a causa di questo imperante buonismo del cazzo che sta mandando alla malora la nostra società, le streghe cattive che non rispettano il patto non vengono più massacrate ma segregate vive in sotterranei, giudicate dall'Ordine dell'Ascia e della Croce (di cui Kaulder è il braccio armato) e dal Consiglio delle Streghe (che non si capisce a cosa serva, in realtà). Piccola aggiunta: Kaulder si avvale del braccio destro Dolan, un prete-combattente-esorcista-non-ho-capito-bene; Dolan in realtà è il nome che viene appioppato all'aiutante di Kaulder non appena quello precedente lascia. Ai giorni nostri Dolan è arrivato alla 36esima generazione, ha 50 anni di servizio alle spalle e il volto dell'invecchiatissimo Michael Caine. Fra tutti i Dolan che si sono succeduti nel tempo, il 36 è quello che più di tutti è diventato amico e confidente di Kaulder. Come le sceneggiature scarse ci insegnano, se qualcuno diventa amico fraterno del protagonista immortale, sarà destinato a fine prematura, violenta e dolorosa prima di fare qualcosa di estremamente positivo per l'umanità. 36 infatti mUore, viene eletto Dolan 37 (Elijah Wood) e a Kaulder non resta che piangere la dipartita dell'amico e confidente... per poi scoprire che in realtà Michael Caine è stato torturato da una fazione di streghe ribelli. Questo atto scellerato fa sì che Vincenzino nostro s'incazzi (aggrotterà le ciglia) e inizi il suo viaggio per scoprire chi è stato e perché l'ha fatto; farà la conoscenza di Chloe (Rose Leslie, la Ygritte del Trono di Spade), una strega Dreamwalker, con la capacità di entrare nella mente degli uomini per manipolarne pensieri, sogni e ricordi. Il trio pieno di brio Kaulder - Dolan 37 - Chloe scopre una verità terribile, niente è come sembra, oh mamma colpo di scena, etc. No, non ve lo racconto, evito spoiler. Oddio, non ci vuole la mente di Poirot per capire il clamorosissimo colpo di scena del film, ci sono arrivato pure io ad un terzo dall'inizio. Indizio: in tutte le storie incentrate sulla magia nera, una maledizione si annulla con la morte di chi l'ha lanciata. Se l'immortalità di Kaulder è una maledizione, perché dopo 800 anni lui è ancora vivo? Forse che... (metteteci un milione di puntini di sospensione).

L'inutile Consiglio delle Streghe.
The Last Witch Hunter è un film ricco di difetti, ce n'è per tutti i gusti.
Quello principale è la causa dell'incipit della recensione: è un film maledettamente LENTO e NOIOSO. Non dico che non accadano cose, ma quello che succede prima dell'inevitabile scontro finale si trascina con molta fatica, tante scene inutili, fintamente contorte senza esserlo davvero. E' un film che vorrebbe apparire complicato ma la cui trama è invece di una linearità e prevedibilità quasi imbarazzante. Spesso un film o una storia si reggono in piedi grazie alla sola presenza e carisma del protagonista principale. Restando nell'ambito di Vin Diesel (che io apprezzo tantissimo, lo specifico), penso a Pitch Black: trama semplice, non eclatante, ma con un protagonista semplicemente monumentale per carisma, cattiveria, presenza scenica. Qui, invece, Klauder è una macchietta che scontenta tutti: sia i fan di vecchia data di Vin Diesel, che i giovani d'oggi che cercano il classico personaggio tutto d'un pezzo per esaltarsi. Purtroppo Klauder è semplicemente sbagliato, per giunta inserito in un contesto dove tutto il resto non funziona poi così bene.
Rose Leslie, l'unica nota positiva. *_*
La trama, come dicevo prima, non solo è lineare e prevedibile; purtroppo è anche ricca di incongruenze, cazzatone ed errori grossolani. Al di là del colpo di scena telefonato e di qualche inutile flash forward con visioni apocalittiche che compaiono dal nulla senza un perché, a non funzionare sono i personaggi; ad esempio, quello di Elijah Wood è utile come la scolorina sul monitor quando scrivi col word processor. Dal momento in cui compare fino alla rivelazione del segreto dell'Ordine, che lui conosce in quanto nuovo Dolan, 37 è sempre alle spalle di Kaulder, dice due battute che non fanno ridere, corricchia in un paio di scene, poi si trasforma nella carta da parati dei vari interni che si susseguono lungo tutto il film. Vin Diesel dispensa le sue battute monorigo a getto continuo, ma si vede che lo fa stancamente e senza troppa convinzione; tutto è forzato e fuori luogo. A salvarsi è giusto Rose Leslie nella parte di Chloe, ma non è che il personaggio brilli per acume e presenza: ditemi a cosa serve entrare nei sogni di un guardiano e uscirne in modo che lui muoia al posto di passarlo a fil di spada di fuoco che Klauder usa in abbondanza all'inizio e da tre quarti in poi di film. Rispondo io: non serve ad una cippa di niente, soltanto ad allungare la brodaglia. Dal punto di vista tecnico, il film non sarebbe nemmeno malaccio: gli effetti sono buoni, anche se a mio avviso hanno una resa troppo plasticosa e posticcia. Mi è piaciuta molto la fotografia e i contrasti cromatici delle varie scene: qui i colori non sono smorti, al contrario spiccano per tonalità accese e vive. Poi... nient'altro. Un po' poco, direi.

La cosa migliore del film non compare nel film.
Ok, non è vero che non compare, ma è stata sfruttata poco e male.
Ah, la spada! La cosa più figa, Vin Diesel non l'ha fatta nel film ma durante la prima, sfoggiando una reale spada infuocata ed esibendola con la giusta e sacrosanta arroganza. Niente mi toglie dalla testa che Vin Diesel sia un fan di Daltanious e Voltron / Golion...




Minacce al regista.
Vogliamo parlare del regista? Parliamone. Breck Eisner è il figlio di quel Michael Eisner, a lungo Amministratore Delegato della Walt Disney Company durante il periodo d'oro degli anni '90 quando, dopo un lungo periodo buio, tornò a sfornare un successo dietro l'altro. Ecco, Eisner Junior come regista ha legato il suo nome ad uno dei più clamorosi flop economici nella storia della cinematografia, il film Sahara (2005) tratto dall'omonimo romanzo d'avventura di Clive Cussler. Tra produzione e distribuzione, Sahara costò più di duecentoquaranta milioni di dollari e ne incassò la metà: un buon risultato in termini assoluti come botteghino, ma terrificante come ritorno economico (non rientrare della metà delle spese è un fallimento colossale). The Last Witch Hunter è costato 90 milioni di dollari (e davvero non mi spiego una cifra così elevata per questa produzione) e ne ha incassati poco più di 100: diciamo che stavolta non è stato un flop, ma di sicuro ha bloccato ogni velleità di trasformare il primo film in una serie come era nei programmi, perché si sono verificati i presupposti per trasformarlo in un franchise di successo. Io aggiungo: meno male. Meglio che Eisner Junior si goda i soldi di papà a bordo di qualche piscina in California senza fare altri danni al cinema.

In definitiva, speravo fosse un film meritevole, purtroppo è stato una grossa delusione. Un mezzo passo falso per l'immagine di Vin Diesel, che in ogni caso brilla come non mai grazie al successo stratosferico di Fast & Furious 7. Per il resto, rivolgete la vostra attenzione su altri film, anche se di recenti con questo tema non se ne trovano molti, a meno che non andiate a pescare tra le produzioni horror minori. Bocciato causa TEDIO.

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 5
Semplice, lineare e troppo prevedibile.
Musiche: 6
Sei politico, giusto perché non ci ho fatto tanto caso. Segno che la colonna sonora non mi ha irritato, ma nemmeno mi ha colpito.
Regia: 5
Se da un lato l'immagine è molto buona, le scelte di fotografia e location azzeccate, dall'altro il regista non ha brillato come resa finale. 
Ritmo: 3
Voto forse fin troppo basso ma, credetemi, è uno dei film più noiosi che mi sia capitato di vedere recentemente.
Violenza: 5,5
Beh, sì, qualcosina c'è, ma per essere un PG-13 ci si aspettava qualcosa di più.
Humour:
5
Non fa ridere, e nemmeno le battute mono-rigo di Vin Diesel riescono a risollevare il film dalla mediocrità.
XXX: 0
Niente da segnalare, nonostante la presenza di Rose Leslie e di Julie Engelbrecht, che da sole potrebbero fornire molto materiale al Neurone Numero 4.
Voto Globale: 4,5
Nella sua globalità The Last Witch Hunter avrebbe potuto prendere un voto anche un pelino più alto, ma non posso perdonargli la noia che mi ha pervaso praticamente fin dall'inizio. Dal mio punto di vista, è un peccato mortale. Peccato.

martedì 5 gennaio 2016

Assassination Classroom (2015) | Recensione

Assassination Classroom
Voto Imdb: 6,4
Titolo Originale:Ansatsu kyôshitsu
Anno:2015
Genere:Azione, Commedia, Fantascienza
Nazione:Giappone
Regista:Eiichiro Hasumi
Cast:Ryosuke Yamada, Masaki Suda, Kippei Shiina, Kang Jiyoung

Ah, chi non ha mai sognato di accogliere così i professori? Siate sinceri con voi stessi!
Koro-sensei in tutta la sua... cattiveria efferata.
Assassination Classroom è uno dei piccoli, nuovi fenomeni editoriali in Giappone: nato come manga firmato da Yusei Matsui (2012), si è evoluto in una serie anime arrivata all'annunciata seconda stagione e in un film live, l'oggetto di questa recensione. Premettendo che sono totalmente a digiuno sia del manga che dell'anime, mi sono affacciato al film semplicemente con una vaga idea del soggetto originale. Lo spunto di partenza è, invero, decisamente interessante: uno strano alieno tentacoluto spunta dal nulla, riduce la Luna ad un semplice spicchio, poi piomba sulla Terra ed emette la sua sentenza: il pianeta farà esattamente la stessa fine, e l'unico modo per scongiurare la sua distruzione è uccidere questo strano essere. L'alieno propone uno strano patto ai grandi potenti del mondo: ad ucciderlo deve essere una classe di una scuola giapponese, classe di cui lui sarà il professore. Se entro la fine dell'anno scolastico gli studenti riusciranno ad assassinarlo, la Terra sarà salva. Koro-sensei, così l'alieno viene chiamato ("maestro invulnerabile"), decide anche di quale classe sarà il maestro: la 3-E della scuola media Kunugigaoka. Perché proprio la 3-E? La scuola ha un rigido sistema di valutazione degli alunni, è una delle più prestigiose della Nazione e solo i migliori possono andare nelle classi più ambite; i reietti, quelli che falliscono, vengono confinati nella 3-E, classe che addirittura non si trova nell'edificio principale ma in una catapecchia semi-abbandonata in mezzo ai campi, non distante dal centro. Fra le righe, Koro-sensei offre ai ragazzi un'occasione di riscatto, così che possano scrollarsi di dosso la nomea di "falliti". Oltre al non indifferente succulento premio di 10.000.000 yen che andranno a chi fisicamente riuscirà nell'omicidio. I potenti, in particolare l'esercito del Giappone, acconsentono a questa richiesta, a patto che nessun ragazzo rimanga ferito nei tentativi. Koro-sensei in realtà può essere ucciso da semplici palline di gomma sparate da pistole ad aria compressa, o da banali coltelli di plastica, perché la sua struttura è vulnerabile a tali materiali; per i ragazzi sembra tutto facile, ma purtroppo per loro l'impresa è pressoché impossibile: l'alieno è dotato di una velocità irreale simile al teletrasporto istantaneo, può assumere tutte le forme che vuole, è intelligentissimo e scaltro; in pratica scansa i proiettili con velocità disarmante e niente sembra scalfirlo. Ecco il motivo del nome di "maestro invulnerabile".
Queste sono solo le premesse iniziali di tutto il film: il resto è un susseguirsi di tentativi, a volte ingegnosi, dei ragazzi di uccidere Koro-sensei: rispondere all'appello crivellandolo di colpi, assistere alla lezione di chimica per preparare veleni potentissimi, arti marziali, imboscate... ma niente da fare, l'alieno sventa tutti i loro attacchi con facilità disarmante e sempre con un enorme sorriso stampato sulla sua faccia tonda e gialla. Tra i vari personaggi ne spiccano alcuni, che risulteranno essere i protagonisti: l'introverso Nagisa (in realtà quello che più di tutti ha l'istinto del killer), lo spaccone Karma, il carismatico Karasuma, emissario del Ministero della Difesa che cerca di consigliare al meglio i ragazzi, e Irina Jelavic, killer di origini russe che il Ministero ha mandato in aiuto dei ragazzi spacciandola per sexy professoressa d'inglese.
Ah, le sexy professoresse d'inglese.
La narrazione del film segue, per quanto possibile in un'ora e quaranta circa di visione, la struttura episodica del manga; ogni dieci minuti c'è una scena diversa, corrispondente alla comparsa di un nuovo personaggio o di un nuovo modo di uccidere Koro-sensei. Il risultato è abbastanza frammentato, perché non esiste una trama vera e propria, ma è una sequenza di episodi non dico slegati l'uno dagli altri, ma certamente tenuti insieme con lo sputo grazie al filo conduttore dell'obiettivo finale dei ragazzi. Da qui si capisce subito il grosso limite del film Assassination Classroom: replicare in poco tempo una struttura episodica non è facile, e dal punto di vista della sceneggiatura gli autori hanno scelto la strada più facile ma anche quella meno efficace. In secondo luogo, un potenziale difetto è il target abbastanza basso del film (adolescenti); questo fa sì che, nonostante le premesse molto interessanti, tutto sia stato mantenuto su un tono leggero, forse troppo, anche didascalico e patinato; nessuno muore davvero e non si avverte alcuna sensazione di minaccia.
Interessante, in ogni caso, è la figura di Koro-sensei, che non appare mai come un nemico letale che porterà morte e distruzione, ma anzi, diventerà una figura paterna di riferimento per i ragazzi sbandati ed emarginati dalla società. Uno che, in modo apparentemente masochista, ad ogni fallimento degli studenti dà loro consigli su come ucciderlo meglio e, allo stesso tempo, insegna loro come si sta davvero nel mondo, preparandoli al futuro come nessun altro professore è mai stato in grado di fare prima. 
Buona integrazione CGI / Ambiente (1)
La morale semplicistica e quasi favolistica permea l'intera produzione, rendendo il film forse meno interessante per chi vuole guardarlo con occhi da adulti; tenendo conto però del target di riferimento, devo dire che il messaggio è ben centrato: soprattutto se consideriamo l'esageratamente oppressivo sistema scolastico che esiste davvero in Giappone. Al di là di queste considerazioni che possono valere o non valere a seconda dell'età di chi guarda, il vero difetto del film è un altro: Assassination Classroom è profondamente incompleto, non ha un finale vero e proprio (ne hanno annunciato il seguito nel 2016), soprattutto perché il manga è tuttora in corso e gli sceneggiatori non hanno voluto osare nel raccontare qualcosa di diverso, preferendo percorrere i binari sicuri di una scrittura senza guizzi. Film bocciato, quindi? Assolutamente no, per diversi motivi.
Buona integrazione CGI / Ambiente (2)
Il primo è la realizzazione tecnica: a me è piaciuta parecchio. La qualità dell'immagine è davvero ottima, i colori sono brillanti, la telecamera sicura. Tutto l'insieme fa sì che si respiri davvero l'aria della scalcagnata classe 3-E. In secondo luogo, la realizzazione di Koro-sensei è a mio avviso strepitosa: tutto in CGI, ma reso in modo che non stonasse per nulla con l'ambientazione. Se dovessi fare un esempio molto (MOLTO, ribadisco) azzardato, direi che è come i cartoni animati che interagiscono con gli umani in Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988). 27 anni di distanza hanno colmato un gap tecnico notevole, e l'ottimo risultato è davanti agli occhi di tutti. Koro-sensei è sì cartoon (anzi, anime), ma parla, manipola oggetti, ha un suo posto nell'ambientazione senza mai risultare fuori luogo. Non è cosa da poco, lasciatemelo dire: il tutto con un budget probabilmente medio alto per gli standard giapponesi, ma senz'altro ridicolo se paragonato a produzioni simili hollywoodiane. Gli attori sono quelli che sono: adolescenti, idol (a dare la voce all'alieno è Kazunari Ninomiya degli Arashi, gruppo che spopola fra le ragazze) e comprimari di livello. La scuola recitativa giapponese è nota, può piacere o non piacere, ma se contenuta in toni leggeri da commedia come in questo film, si lascia apprezzare molto bene.
Mi hai convinto!
Se dovessi definire Assassination Classroom in qualche modo, potrei dire che è un film J-Pop: profondamente giapponese per i suoi temi e i cliché inseriti (inchini, rapporto sensei-kohai / maestro-studente, il non dichiararsi e il mai aprirsi veramente con gli altri, etc), ma altrettanto profondamente pop per la carica di allegria, colori e vivacità. Il risultato finale resta godibile, leggero, sebbene non memorabile: buono per un'oretta e mezza di puro relax. Non avendo letto il manga né visto l'anime, non so collocare bene il film: la mia impressione è che probabilmente, nella sua globalità, sia il prodotto meno valido del lotto.

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 5
Spunto iniziale molto interessante, ma risente troppo della struttura episodica di partenza, col risultato che il film è praticamente una sequenza di episodi slegati che si susseguono uno dopo l'altro.
Musiche: 6
Nulla di memorabile dal mio punto di vista, ma il commerciale j-pop che si sente svolge dignitosamente la sua parte.
Regia: 7
Dal punto di vista della regia, il film è ben fatto. La qualità visiva è eccellente e sembra davvero di trovarsi tra le mura di legno della scuola. Peccato per la mancanza di omogeneità della trama.
Ritmo: 7
Pochi i punti morti, per essere un film orientale non è lento. La sua anima j-pop l'ha reso anzi spigliato e frizzante.
Violenza: 4
E' più una favoletta che altro, le armi sono dichiaratamente di gomma e nessuno deve farsi male davvero. Le premesse (e il titolo) fanno pensare a ben altro.
Humour: 6
Qualche scena buffa affiora qua e là: humour tipicamente nipponico che non sempre funziona con noi occidentali. Non disprezzabile.
XXX: 1
A salvarlo dallo zero spaccato ci pensa la killer-prof russa... ma ovviamente non basta.
Voto Globale: 6,5
Film godibile, innocuo, molto ben realizzato ma fondamentalmente incompleto ed inconsistente come storia: da un lato ha un personaggio molto interessante come Koro-sensei, dall'altro lato non spiega e non risolve niente, rimandando tutto - forse - al seguito annunciato per il 2016. In ogni caso, a mio avviso merita una chance.

giovedì 17 dicembre 2015

Star Wars: Il risveglio della Forza (2015) | Recensione

Star Wars: Il risveglio della Forza
Voto Imdb: 9,0
Titolo Originale:Star Wars: The Force Awakens
Anno:2015
Genere:Fantascienza
Nazione:Stati Uniti
Regista:J.J. Abrams
Cast:Daisy Ridley, John Boyega, Harrison Ford, Oscar Isaac, Adam Driver



Star Wars: Il Risveglio della Forza non è un film di nicchia, bla bla bla, è un super blockbuster, bla bla bla, la Disney ci ha costruito sopra una campagna di marketing asfissiante e quindi la recensione non dovrebbe essere su questo blog, e bla bla bla... avreste pure ragione ma ieri sono andato alla prima e anch'io voglio dire la mia. Cercando di essere il più conciso possibile (non ci riuscirò) e scrivendo una recensione assolutamente priva di spoiler.

In una sola inquadratura le migliori novità di questo film...
Analizziamo prima di tutto la fenomenologia di questo evento. E' un superparolone che ho scritto solo per fare il figo, ma in realtà vorrei sottolineare quello che in questi giorni di prima visione al cinema sta succedendo nel piccolo orticello di Facebook fatto di amici e contatti sparsi. Il mondo, in questi giorni, è diviso in tre gruppi ben distinti fra loro, che si intersecano con altri due sottoinsiemi peculiari con il risultato di aver creato strane combinazioni di personalità disturbate e deviate...

In una sola inquadratura, i veri Personaggi Degni della saga.

Primo gruppo: il FAN NERD NOSTALGICO, al quale il sottoscritto appartiene di diritto con tutta la sua tracotanza. Il VERO FAN è stato assimilato dall'hype generato dalla Disney, ha iniziato un anno prima il conto alla rovescia, ha iniziato ad esaltarsi come un caimano in calore ed in astinenza di 7 anni col primo trailer in cui si vede Ian Solo dire "Chewbie siamo a casa". Io in aggiunta avevo pure le lacrime di commozione. Poi: avatar con fotomontaggi con le lightsaber, wallpaper con il nuovo droide, acquisti incauti di magliette tarocche con Dart Fener anche se non c'entra più niente con la nuova trilogia, "Io sono tuo padre" o "Trovo insopportabile la tua mancanza di fede in XYZ" detti a sproposito in ogni dialogo, anche in ufficio durante le riunioni plenarie, e così via. Un sottogruppo di irriducibili non dice Star Wars ma Guerre Stellari, non dice R2D2 ma C1P8, non dice Leia ma Leila e così via. Sì, l'attesa ha creato danni cerebrali irreversibili a molti di questi soggetti.

Secondo gruppo: quelli a cui l'universo di Star Wars sta sugli zebedei in maniera viscerale. In genere spuntano dalle fottute pareti non appena l'hype supera il loro (basso) livello di sopportazione. Nel vedere le loro bacheche inondate di droidi, Jedi, Ian Solo e i nuovi personaggi, hanno iniziato ad esternare tutto il loro odio per la saga: è fantasy e non fantascienza, è noiosa, fa addormentare dopo i primi 5 minuti, Jar Jar Binks è il miglior personaggio della Storia vera e di finzione (sapendo che il vero fan odia Jar Jar Binks, dato che lo vorrebbe protagonista di uno splatter per vederlo massacrato a strisce di sangue da un Jason qualunque). Di questo gruppo fanno parte anche quelli che si rompono la ciolla per esasperazione e vogliono fare i bastian contrari a tutti i costi. E poi c'è il Milanese Imbruttito che "si è rotto il cazzo di Star Wars già il giorno della prima", e c'è il Milanese Veramente Imbruttito che "si è rotto il cazzo di quelli che si sono rotto il cazzo."

Terzo gruppo: quelli a cui di Star Wars non gliene frega una beata mazza. Hanno vissuto bene nell'ignoranza, hanno visto qualche scena storica così, per curiosità, solo perché tutti ne parlano ma poi vanno avanti per la loro strada come se niente fosse. Gente che ha vissuto in un bunker antiatomico, o che ritiene la fantascienza (o il fantasy) sottoprodotti culturali indegni della loro considerazione ma che, a differenza del bastian contrario che deve far sapere a tutti il suo odio, non si degna di calcolare di striscio l'hype del momento. Semplicemente, guardano e passano avanti dall'alto della loro superiorità.

Poi c'è il sottoinsieme peculiare A, quello dei Trekker, i fan di Star Trek che considerano gli Star Wars dei filmetti per bimbominkia sottosviluppati, che odiano J.J. Abrams perché avrebbe rovinato l'anima e l'essenza di Star Trek con i suoi due reboot cinematografici e che quindi sotto sotto sperano che suddetto regista faccia lo stesso con Star Wars. E, sì, stanno già godendo sulla fiducia perché sono certi che accadrà. A loro rispondo solo con queste parole: "Slave Leila gne gne gne, puppate e portate a casa".

Infine, il sottoinsieme peculiare B, quello degli Spoileratori Stronzi. Sono quelli che il film l'hanno visto in anteprima o il mattino quando i poveri cristi come noi sono ancora al lavoro. Sono quelli che, da veri bastardi dentro quali sono, si mettono a spoilerare a manetta quello che succede, rovinando il gusto a chi il film ancora deve vederlo. Come se uno, uscendo dalla visione de I Soliti Sospetti, urlasse alla gente fuori in attesa: "KAISER SOSE E' nome-di-attore-famoso". Roba da prenderli a sprangate sulle gengive. Evitate questi loschi individui, anzi, se potete sopprimeteli, fareste un favore all'umanità intera.

Azione a go-go
Parliamo ora del film in questione. che vogliate andare a vederlo colmi di speranza o con aria di malcelata sopportazione perché state accompagnando il Vero Fan che non vuole sentire ragioni, o che siate nel limbo di quelli che devono ancora decidere se andare e sprecare i soldi del biglietto oppure rimanere a casa a farsi una maratona di The Big Bang Theory o CSI: Miami, ecco, magari queste poche righe potranno convincervi dell'una o dell'altra cosa. Oppure no, ma fa niente.
La storia inizia circa 30 anni dopo le vicende della trilogia classica; della seconda trilogia prequel, quella molisana perché non esiste, non c'è quasi traccia. Fra me e me, mi dico: ottimo inizio, andiamo avanti così. Luke Skywalker è sparito dalla circolazione, Leila è diventata Generale della Resistenza, che a sua volta combatte contro il Nuovo Ordine, nato dalle macerie dell'Impero scomparso con Il Ritorno dello Jedi.
Il film parte come tutti gli altri: incipit con "Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...", scritta gialla con il riassuntino e tema musicale storico in pompa magna. Ma inizio già a storcere il naso per l'adattamento: qui è Leia e non Leila, Han Solo e non Ian Solo. Maledetti puristi del cazzo che vogliono correggere gli errori solo per l'aderenza con l'originale, quando ormai in Italia sono 38 anni che conosciamo i personaggi in un certo modo. Sì, il sottoscritto fa parte del piccolo sottoinsieme di irriducibili nostalgici enunciato poc'anzi. E, sì, C1P8 che comparirà più avanti è stato chiamato come l'originale R2D2. Peccato. Ma andiamo avanti con la storia: i veri protagonisti sono Rey (Daisy Ridley), una ricercatrice di rottami sul pianeta Jakku: raccatta cianfrusaglie dai relitti dell'Impero (vediamo un enorme Caccia Stellare ed un AT-AT sepolti nelle dune del pianeta... lacrime di commozione) e li rivende in cambio di cibo. E' una ragazza intraprendente, scafata, è un ottimo pilota ed è in perenne attesa che qualcuno della sua famiglia ritorni a prenderla da quando, anni prima, si è separata da loro. C'è Finn (John Boyega), un ex-stormtrooper pentito che abbandona il Nuovo Ordine perché contrario ai loro metodi nazisti. C'è infine Poe (Oscar Isaac), il miglior pilota della Resistenza, che piomba su Jakku per recuperare una mappa stellare che condurrebbe la Resistenza allo scomparso Luke Skywalker. Poe, per sfuggire dal Nuovo Ordine che l'ha raggiunto, nasconde nel suo droide BB-8 la mappa. Rey recupera per caso il droide e successivamente si imbatte nel fuggiasco Finn: dal parapiglia che ne nasce, i tre (due umani ed il robottino) uniscono le loro forze, rubano un'astronave e scappano dal pianeta. Presto scopriranno che la nave rubata è il leggendario nonché malandato Millennium Falcon ed inizieranno così la loro più Grande Avventura. Questo è solo l'inizio, di carne al fuoco ce n'è! Fra cui, lo specifico, un invecchiatissimo Harrison Ford nella parte di Ian Solo, che avrà un ruolo molto più importante del semplice cameo che tutti ipotizzavamo durante il trailer.

Vogliamo gli X-Wing! Me ne regalate uno? Grazie.

Il Risveglio della Forza è un film estremamente furbo. Parlando della trama, non fa una semplice strizzatina d'occhio ai fan di vecchia data; al contrario, il regista insieme allo sceneggiatore Lawrence Kasdan (lo stesso de L'impero colpisce ancora e Il Ritorno dello Jedi) hanno costruito una storia che regala tanti (a detta di alcuni, fra cui La Moglie, troppi) dejà vu a chi ha ben presente il primo Guerre Stellari. Potremmo definire questo film come una sorta di sequel-reboot, perché alcuni cliché ed alcune situazioni sono state riprese pari pari dalla trilogia classica e sono stati inseriti in una storia più avventurosa, d'azione, moderna. La mano di J.J. Abrams è tutta qui: prendere qualcosa di vintage per darle una patina di modernità passando attraverso il suo filtro di regista nostalgico amante del pacchiano e dei lens flare. Dal mio punto di vista, l'operazione ha funzionato molto bene, pur con qualche riserva. E' difficile commentare questo aspetto senza rivelare la trama, ma posso dire che probabilmente, a livello di sceneggiatura, avrebbero dovuto osare qualcosa di più e fare qualche cambiamento radicale. Poi però io penso alla Trilogia Molisana in cui George Lucas ha stravolto molte cose e mi son detto: meglio così, invece di infarcire il film di cazzate sesquipedali (chi ha detto Midi-clhorian?).
I nuovi personaggi invece sono splendidi. Su tutti, spicca la ragazza Rey: azzeccata come personalità e come resa dell'attrice, veramente a suo agio nella parte. Bene anche il nero Finn, bene il seppur incartapecorito Harrison Ford, bene anche l'antagonista Kylo Ren... finché tiene su la sua minacciosa maschera (il richiamo a Dart Fener è ovviamente voluto). Peccato che poi Kylo ad un certo punto tolga la maschera e, beh, qui il film crolla inesorabilmente perdendo molti punti. No, la scelta dell'attore è davvero una delle più infelici della storia del cinema recente e meno recente. Il suo volto da adolescente ha trasformato Kylo in una macchietta psicopatica da perfetto bimbominkia capriccioso, quando invece con la maschera e la voce profonda avrebbe potuto regalare alla saga un cattivo non dico degno dell'inarrivabile Dart Fener, ma almeno del molisano Darth Maul. No, su questo purtroppo non ci siamo.
La resa visiva del film è invece eccezionale. Fotografia splendida, inquadrature brillanti ed immagini sempre chiare e mai confuse. E, udite udite, effetti speciali in CGI meno invasivi di quello che si potrebbe pensare! Su questo il regista è stato chiaro chiedendo ai responsabili di usare quanto più possibile i modellini veri, in modo da avere un aspetto visivo molto più simile a quello della trilogia classica e da eliminare l'effetto straniante della Trilogia Molisana in cui, pur essendo un prequel, tecnologia e grafica erano superiori a quelle dei seguiti vetusti. Bravo J.J., sapevo che non mi avresti deluso.

Brianne di Tarth (a sinistra) e Bimbominkia Inutile

In conclusione, il film merita?
Sì. Non è, purtroppo, il film dell'anno come speravo, ma è stata una visione degna dell'attesa riposta, con vette visive e narrative controbilanciate da alcune cadute che avrebbero potuto essere evitate. Il Morbo Disney ha fortunatamente influito poco (OK, come protagonisti abbiamo una donna ed un nero come se fosse stata una scelta obbligata dal voler essere politically correct a tutti i costi, ma non ci ho nemmeno fatto caso), ci sono alcuni siparietti divertenti, il nuovo droide BB-8 è splendido, unico, fantastico, ti fa urlare "LO VOGLIO!" proprio come i personaggi spalla dei film Disney, che alla fine risultano più memorabili e migliori degli stessi protagonisti. L'operazione-nostalgia alla J.J. Abrams per me funziona, ed è quello che conta. In definitiva sono state poste delle basi per, si spera, decollare veramente a partire dal seguito, previsto per il 2017. Io non vedo l'ora e sarò lì in prima fila a gustarmelo.

Trovo insopportabile la mancanza di fede in quelli che non hanno apprezzato Il Risveglio della Forza.

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 6
Punto spinoso di tutto il film: non c'è nulla di originale, la storia è una colossale rielaborazione del capostipite. Può essere considerato sufficiente? Per qualcuno, probabilmente, no: in effetti, Kasdan (che, per inciso, è un grande) e Abrams avrebbero dovuto e forse potuto fare di più.
Musiche: 7
Colonna sonora nel pieno stile della saga, la marcia imperiale è sicuramente venuta a noia a causa della martellante pubblicità disneyana, ma francamente nulla si può dire alla resa finale delle musiche.
Regia: 8
J.J. Abrams sa il fatto suo, ha uno stile semplice ma riconoscibile, il suo marchio di fabbrica (lens flare a manetta) compaiono in un paio di scene riuscitissime, per il resto il compito lo porta a casa con mestiere e bravura. Non era facile.
Ritmo: 8,5
Il film non annoia, non ha punti morti, è anzi avventuroso e ricco d'azione. Rispetto alla trilogia classica è probabilmente meno epico e compassato, ma è assolutamente più dinamico e frenetico. Un cambio di passo che ho apprezzato.
Violenza: 5
Non è la violenza una delle caratteristiche tipiche di Star Wars... figuriamoci ora che è sotto la protezione di Mamma Disney.
Humour: 7
Sì, il film diverte, non annoia, non stanca e non è una commedia. Ha il giusto bilanciamento.
XXX: 0
Niente di niente.
Voto Globale: 8
Promosso, ma si poteva fare di più. Un film ottimo se preso di per sé, che diventa "molto buono" se confrontato con le pietre miliari da cui deriva. Ha una profonda componente di operazione nostalgia, che nasconde una furbizia non indifferente che farà storcere il naso ai puristi più esigenti.
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