domenica 18 settembre 2016

Paradise Beach - Dentro l'incubo (2016) | Recensione

Paradise Beach - Dentro l'incubo
Voto Imdb: 6,5
Titolo Originale:The Shallows
Anno:2016
Genere:Azione, Thriller
Nazione:Stati Uniti
Regista:Jaume Collet-Serra
Cast:Blake Lively, Brett Cullen

Poster di Paradise Beach - Dentro l'incubo

Gli squali sono tornati di moda, ma non lo scopriamo ora: tralasciando il discorso Sharknado, che ha un'accezione più di nicchia perché in fondo è una serie di film-tv che poco ha a che fare con il mainstream hollywoodiano, la produzione recente e meno recente ogni tanto sforna un film sui nostri amici pinnati. Senza andare troppo indietro nel tempo, posso citare The Reef (2010), Blu Profondo (1999, ok, per me gli Anni '90 sono ancora passato recente, va bene?), Shark Night - Il lago del terrore (2011), Open Water (2003) e il recentissimo In the Deep (2016, uscito in concomitanza con il film in oggetto della recensione; occhio a non farvi fuorviare dal fatto che In the Deep era anche il titolo provvisorio di Paradise Beach, cambiato poi in The Shallows!). Ho volutamente tralasciato i filoni Asylum dei vari Shark VS Qualunque Altra Bestia Viva o Meccanizzata che vi possa venire in mente, quelli sono degli evergreen buoni per ogni occasione, tanto fanno gloriosamente schifo indipendentemente dalle mode.
Paradise Beach - Dentro l'incubo s'infila dritto nel filone del survival horror, sottosezione "protagonista solitaria contro mille avversità e sfighe assortite che deve lottare contro la morte rappresentata da un feroce squalo assassino". Blake Lively è Nancy Adams, studentessa di medicina che ha appena perso la mamma per un tumore e che deve ancora riprendersi dalla depressione. Si trova a Tijuana, in Messico; sarebbe accompagnata da un'amica, ma ho usato il condizionale perché l'infingarda le rifila un pacco tremendo reduce dai postumi di una sbornia (e con presenza probabile di mandrillo accalappiato in albergo). Nancy resta sola, ma decide lo stesso di intraprendere il suo viaggio: trovare una spiaggia incantevole, la stessa che continua a rivedere in una vecchia foto della mamma. Accompagnata da un locale di nome Carlos, l'intrepida trova finalmente il posto ed inizia ad esorcizzare il suo dramma interiore con una tavola da surf. Alla fine della giornata, dopo aver scambiato due chiacchiere con un paio di surfisti locali, fa un ultimo giro. Queste decisioni avventate solitamente portano con sé tutte le disgrazie di questo mondo; sempre cavalcando le onde, a circa 180 metri dalla riva si imbatte prima in un branco di delfini, poi nella carcassa morente e sanguinante di una balenottera. Sangue chiama squali, anzi uno Squalo Bianco femmina terribilmente incazzato che, per difendere il lauto pasto da altri predatori, attacca la ragazza e la azzanna ad una gamba. Nancy riesce ad evitare la morte per un soffio e si rifugia su uno scoglio che affiora in mezzo all'acqua. Da questo momento inizia una terrificante lotta per la sopravvivenza: lo squalo non la perde di vista e le gira intorno pronto a sbranarla, il sangue sgorga copioso dalla gamba, il freddo della notte inizia ad arrivare e la marea comincia a fare il suo saliscendi giusto per complicare ulteriormente le cose. La ragazza si trova costretta ad affrontare le sue paure e i suoi drammi interiori secondo il collaudato meccanismo della suspense con pericolo -> problema -> risoluzione -> nuovo pericolo ancora più grave e così via fino all'epilogo.
Partiamo con una prima considerazione: il titolo italiano è una vera merda; capisco che una traduzione letterale del titolo originale The Shallows (letteralmente "secche") non sarebbe stato il massimo, ma dare al titolo un nome alla spiaggia è una solenne cazzata, significa non aver colto un piccolo tormentone, per quanto insignificante ai fini della trama, presente nei pochi dialoghi. Mi spiego meglio: Nancy sta cercando la spiaggia dove era stata sua madre, la difficoltà maggiore è che il posto non ha un nome conosciuto e i messicani locali sono molto restii (anzi, non collaborano manco per sbaglio) a dire ai turisti come si chiami quell'angolo paradisiaco. Il tormentone di Nancy che chiede come stracazzo si chiami la spiaggia si trascina per tutto il film, tanto che nemmeno alla fine ne scopriamo il nome. Perché darle un nome inventato nel titolo, allora? Soliti misteri ed idiosincrasie della nostra sempre più povera italica distribuzione.
Quando affermo una cosa, lo faccio con cognizione di causa.
Finito il solito inutile sfogo, torniamo a bomba sul film, spiegando il perché, nonostante alcuni enormi difetti, mi sia piaciuto. Sì, il film funziona molto bene a mio avviso. La formula non è per nulla innovativa, anzi ricalca fedelmente alcuni cliché narrativi di film simili: 20 minuti iniziali di tedio assoluto dove assistiamo alle spiegazioni e cazzi personali della protagonista; poi ci sono alcune sequenze davvero spettacolari in cui vediamo Blake (e le sue chiappe) solcare le onde splendidamente colorate e vividamente saturate. Infine, l'ultima ora è quella in cui entra in scena lo squalo e tutto si regge sulle spalle dell'attrice. C'è lei, e solo lei, contro le avversità, la stupidità umana (quella non manca mai) e la cattiveria del predatore che la bracca senza sosta. Diciamo pure che Paradise Beach è un Cast Away al femminile con l'aggiunta dello squalo e una spruzzata molto lieve di horror quando assistiamo ad alcune morti trucide per mano, anzi per bocca del nemico. Come scrivevo prima, il meccanismo della suspense funziona molto bene perché mi ha tenuto inchiodato davanti allo schermo solo per scoprire come Nancy avrebbe superato la prossima difficoltà. L'interpretazione di Blake Lively, va detto, è stata molto convincente e ha trasmesso, almeno a me, tutto il suo desiderio di aggrapparsi alla vita coi denti e con le unghie. In una sequenza diventa Rambo (si cuce lo squarcio alla gamba con orecchini e catenina! D'altronde studia medicina e sa come evitare di far andare in cancrena la gamba); in un'altra, aiutata anche dalla controfigura, surfa come Jan-Michael Vincent in Un mercoledì da leoni (film che tirerò sempre fuori quando si parla di surf, è quello che per me resta da sempre il termine di paragone); in un'altra ancora, in un primissimo piano, assistiamo tramite il suo sguardo terrorizzato alla morte di un poveraccio. Quest'ultima scena ha ben recepito una regola dettata da Steven Spielberg ne Lo Squalo: meno vedi, più ti spaventi. (poco importa se le ragioni originarie erano da ricondurre al risultato pietoso del modello di squalo utilizzato, troppo posticcio e finto per risultare credibile).
Ed ecco che arriviamo ai problemi di Paradise Beach, ve li elenco in sequenza.
Ucci ucci ucci sento odore di squalucci
Problema numero uno: più si va avanti con la visione, più il nemico si mostra non solo alla protagonista, ma anche a noi. E che lo squalo sia in CGI è purtroppo un elemento che si nota troppo bene, togliendo parte di quella suspense che era stata ben veicolata fino a quel momento.
Problema numero due: alla fine, detto da uno che digerisce i terribili effetti speciali di Sharknado, la CGI non è nemmeno il cruccio più grosso. Il vero problema è che lo sceneggiatore NON SA ASSOLUTAMENTE UN CAZZO DI SQUALI. Lo dico urlando ed inveendo. Ce lo insegnano decine di film degli ultimi vent'anni: se c'è una balena morta pronta ad essere spolpata, lo squalo bianco se ne sbatte allegramente di un minuscolo essere umano che zompetta qua e là. Me lo dice anche la logica: perché inseguire un moscerino quando hai a disposizione della GRASSA e SUCCULENTA carne gustosa, proteica e soprattutto immobile? Zero sbattimento, perché mettere in piedi un'insensata caccia ad un pezzo di cibo che deve pure essere cattivo? In una situazione del genere, lo squalo semplicemente ignora l'essere umano. Non lo caccia inesorabilmente per due giorni interi, non esiste né in cielo né in terra, nemmeno se ha un arpione conficcato che potrebbe averlo indotto ad incazzarsi. In questo caso, però, non risulta credibile la spiegazione detta dalla protagonista (il predatore protegge il cibo). Inoltre, in un'inquadratura iniziale si vede un branco di delfini: è cosa nota e risaputa che gli squali evitano zone frequentate dai delfini, non certo perché ne hanno paura (leggenda metropolitana), ma per il semplice fatto che, da animali solitari quale sono, difficilmente vanno contro un branco intero di altre specie.
Problema numero tre: una sorta di mancanza di credibilità della situazione generale in cui si è cacciata la protagonista. Lo dicono le guide turistiche, lo dicono gli americani razzisti, i surfisti e i messicani stessi: è poco plausibile che una ragazza si avventuri da sola in una zona oltreconfine così impervia ed ignota, e non esiste che da sola si metta ad affrontare le onde di un mare che non conosce.
Problema numero quattro: la storia del dramma personale esorcizzato in modo traumatico e sanguinolento avrebbe anche leggermente frantumato i maroni; il problema è che se elimini queste parti, il film diventa un mediometraggio e tanti saluti alla distribuzione cinematografica.
Nancy e il suo isolotto di sopravvivenza
Alla fine, tre dei quattro difetti principali del film sono riconducibili ad una sceneggiatura non all'altezza del resto della produzione, perché per il resto, Paradise Beach ha altri aspetti positivi; Blake Lively a parte, quello che mi è piaciuto particolarmente è stata la fotografia. Ho adorato i colori e le riprese marine; i colori, in particolare, sono vividi ed accesi e le tonalità dal verde all'azzurro del mare sono brillanti. Le riprese da surf, per quanto patinate, hanno un fastidiosissimo effetto ralenty per enfatizzarle; in questo caso siamo ancora lontani dall'epica di John Milius presente nel sempre citato Un mercoledì da leoni ma va anche detto che qui il surf è solo un di più aggiunto tanto per dare minutaggio alla parte iniziale e fornire lo spunto che dà il via alla situazione drammatica della protagonista. Carine le inquadrature che fanno tanto ggggiovine moderno: sovrimpressioni delle schermate di smartphone e inquadrature dell'orologio subacqueo che scandisce l'arrivo delle maree. Belle le musiche di Marco Beltrami, solido compositore di oltre un centinaio di score cinematografici (e due nomination agli Oscar nel carniere), non male la regia di Jaume Collet-Serra, conosciuto per due bei film action con Liam Neeson, Unknown - Senza identità (2011) e Non-Stop (2014). Resta peraltro la curiosità di sapere come sarebbe risultato il film se a dirigerlo fosse stato Louis Leterrier, che ha abbandonato le riprese preliminari per divergenze con la produzione perché a suo dire il budget è stato più basso di quello promesso; mi sarei aspettato molto dal regista di The Transporter (2003), Now you see me (2013) e Scontro tra titani (2010). O forse sarebbe risultata una tamarrata galattica, chissà.
In conclusione, Paradise Beach funziona nonostante tutti i suoi difetti, ha una forma curata, ha un ritmo serrato nell'ultima ora, si poggia per buona parte sulle sole spalle della brava Blake Lively e porta a casa un buon giudizio perché se la sua essenza è voler essere cinema d'evasione, lo fa dannatamente bene. Dotatevi in ogni caso di una buona scorta di sospensione dell'incredulità perché è imprescindibile per goderselo appieno.

Nancy / Blake Lively

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4,5
Il giudizio non può essere positivo: Paradise Beach è un film che non aggiunge niente di nuovo, percorre solidamente i solchi dei soliti cliché di genere e, per di più, risulta poco credibile e poco attento ad alcuni particolari.
Musiche: 7
La colonna sonora di Marco Beltrami è ben fatta e ben si accompagna alla narrazione delle vicende di Nancy.
Regia: 7
La resa visiva è eccezionale anche se purtroppo i delfini, le meduse e lo squalo in CGI sono troppo posticci ed evidenti. Con il budget a disposizione, immagino non si potesse ottenere di più, ma ho qualche dubbio al riguardo.
Ritmo: 8
Togliamo i primi venti minuti, il resto del film non si ferma mai e mantiene il giusto livello di tensione fino all'epilogo.
Violenza: 6
Vale più il "vedo non vedo", ma un paio di scene abbastanza splatter sono presenti. Niente di che, intendiamoci, ma non è un film per famiglie.
Humour: 5
Non l'ho scritto nella recensione, ma il film è molto serio, c'è un simpaticissimo gioco di parole nella versione originale che si è persa nella traduzione italiana. Nancy ha un compagno di sventure ed è un gabbiano con un'ala rotta; lei lo chiama Stephen. In originale gabbiano = seagull, eccovi serviti Stephen Seagull (Steven Seagal).
XXX: 5
Ebbene sì, c'è del fan service, nella prima parte il regista indugia spesso su Blake Lively in bikini.
Voto Globale: 7
A me è piaciuto: apprezzo il genere, mi piace il survival horror (qui molto edulcorato), mi piacciono gli squali e ho apprezzato che il film sia riuscito a farmi restare col fiato sospeso nonostante i suoi evidenti limiti di credibilità.

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