venerdì 13 ottobre 2017

Your Name. (2016) | Recensione

Your Name.
Voto Imdb: 8,5
Titolo Originale:Kimi no na wa
Anno:2016
Genere:Commedia, Fantastico, Sentimentale
Nazione:Giappone
Regista:Makoto Shinkai
Cast:Ryunosuke Kamiki, Mone Kamishiraishi

Attenzione! Questa recensione è un estratto della Monografia su Makoto Shinkai. Ne ho fatta una versione separata ai fini di una bieca migliore indicizzazione dei motori di ricerca. Seguite questo link per leggere l'intero articolo! LINK

Livello di spoiler: GREVE [sono costretto a spoilerare, ci sarà un paragrafo all'uopo]

[sono costretto perché voglio io]

[vi ho avvisati, eh]

[la recensione può essere letta anche da chi non vuole spoiler, seguite le istruzioni]

Il film inizia così, più o meno.
Chissà se qualche volta avete mai provato quella strana sensazione che vi fa domandare: "Ma quella persona che ho appena incrociato... l'ho già conosciuta?" Magari credete di averne intravisto un sorriso, magari state pure sperando che quella stessa persona stia pensando lo stesso di voi. Sta a voi la scelta se continuare a camminare, rimanendo col dubbio, o farvi forza per rivolgerle la parola. E se quella persona fosse davvero quella che il destino ha riservato a voi? La vita è piena di sliding doors come questa, anche se noi non ce ne accorgiamo né mai verremo a saperlo.
Il filo rosso, uno dei tormentoni di Your Name.
Ed ecco finalmente Your Name. (mi raccomando il punto finale, è parte integrante del titolo). Vi sembrerà strano, ma prima di guardarlo, nonostante mi fossi già avventurato nella visione di tutti i titoli precedenti, non ho voluto sapere nulla, non ho letto trame, non ho sbirciato recensioni né ho visto anteprime, giusto il solo trailer. Il nulla assoluto, proprio per poterlo accogliere senza aspettative di sorta o pieno di preconcetti. Dal trailer è evidente l'incredibile livello di qualità visiva (ma ci avrei scommesso un rene) e un tocco di fantastico che non guasta mai, per il resto non avevo la più pallida idea di cosa avrei visto nei successivi 106 minuti: cosa aspettarmi dal più grande incasso anime della storia giapponese? Vi dirò, ero diviso tra il non vedere l'ora di gustarmelo (La Moglie sa quanto l'ho stressata) e il timore di restare deluso, certo di ritrovare gli ennesimi difetti riscontrati in tutti i film precedenti. Se avete già visto il voto finale avete già la risposta, se non lo avete ancora visto ve lo dico ora: Your Name. è davvero un gran bel film, me lo sono proprio goduto. Perfino La Moglie è rimasta soddisfatta, il che è tutto dire.
Il paesino rurale di Mitsuha
Trama (poco spoiler, si può tranquillamente leggere)
Taki Tachibana e Mitsuha Miyamizu sono due studenti coetanei, il primo vive a Tokyo, la seconda in un paesino di montagna. Entrambi vivono con un'insoddisfazione di fondo; la ragazza, timida ed impacciata di suo, sogna di poter essere un ragazzo di Tokyo perché odia la vita troppo ordinaria del suo paesello: non c'è una caffetteria (esiste solo un distributore automatico di caffè in lattina), non c'è una biblioteca e manca perfino uno studio dentistico. Lei, per di più, vive in un tempio shintoista insieme alla nonna e alla sorellina, senza una mamma e con un papà distante dalla famiglia, troppo impegnato nella sua carriera di sindaco del paese.
Il ristorante "Il giardino delle parole", easter egg
Taki, il ragazzo, è invece una testa calda, forse troppo impulsivo, con la passione per il disegno e che lavora part-time come cameriere in un ristorante italiano dal nome "Il giardino delle parole" (proprio scritto così, non è una traduzione). Una mattina, entrambi si svegliano scombussolati, con amici e parenti che li guardano sconvolti perché il giorno prima sembravano impazziti. Purtroppo non ricordano nulla, quando si sono risvegliati è come se avessero dimenticato tutto quello che è successo il giorno (o la notte prima). Quello che hanno vissuto è stato un sogno troppo vivido o qualcos'altro? Lo stesso fatto inizia a ripetersi con frequenza, anche due o tre volte alla settimana e, quando Mitsuha scopre sul suo quaderno la scritta "Chi sei?" inizia a comprendere la verità. In quei giorni così strani, lei vive nel corpo di Taki e, viceversa, lui nel suo, con le imbarazzanti conseguenze che comporta un improvviso cambio di personalità in un corpo diverso. Realizzato cosa sta succedendo veramente, i due decidono di darsi delle regole per evitare di combinare troppi pasticci: innanzitutto scrivono quello che hanno fatto durante la giornata, per mettere l’altro al corrente di quello che è successo; in secondo luogo, cercano di non interferire troppo con le rispettive quotidianità per evitare di fare danni irrimediabili. Certo è che ad entrambi la situazione giova, tanto per dire: la vita sociale di Taki migliora perché diventando meno impulsivo riesce a risultare interessante agli occhi della capocameriera Miki Okudera, bellissima ed irraggiungibile, per cui aveva una cotta; Taki (Mitsuha) riesce perfino ad ottenere un appuntamento con lei! Lo stesso avviene nel paesino dove Mitsuha (Taki) diventa sempre più popolare tra i compagni perché spigliata e "moderna", proprio lei che fino ad allora aveva vissuto divisa tra la voglia di fuggire e il senso del dovere che la tiene legata al tempio di sua nonna, sacerdotessa devota a Musubi, il dio protettore del paesino. La situazione va avanti per qualche tempo, ed entrambi iniziano, in modo del tutto assurdo ma sensato, a conoscersi meglio e a provare qualcosa che vada oltre la semplice amicizia. Ok, diciamolo: Taki si innamora di Mitsuha, anche se non sa nulla di lei, nemmeno il nome. La storia prende una bella piega quando arriva la notizia che una cometa è in arrivo nei prossimi giorni... e quando, poco dopo, Taki si rende conto che all'improvviso lo scambio di corpo con la ragazza si è interrotto, rendendo vano ogni tentativo di comunicare con lei. C'è solo una cosa da fare: muovere le chiappe da Tokyo e trovare il paesino di lei, ovunque esso si trovi... la sorpresa che troverà Taki sarà davvero sconvolgente.
Chi sei?
Commento (senza spoiler)
Commentare senza spoiler è impresa ardua, ma non impossibile. Qualche spoiler è necessario per spiegare alcune critiche che muovo al film, ovviamente a livello di sceneggiatura (ma dai?), lo rimando quindi al paragrafo successivo giusto per chi ha voglia di approfondire l'argomento. Per quanto mi riguarda, Your Name. è Makoto Shinkai all'ennesima potenza, è il punto più alto che ha raggiunto finora, è la summa di tutta la sua cinematografia e, a ben vedere, contiene la stragrande maggioranza dei suoi temi e dei suoi marchi di fabbrica, ma stavolta il regista è riuscito ad amalgamarli senza rovinare l'idea che aveva in mente. C'è il tema della comunicazione, della distanza di tempo e di luogo, c'è una sottintesa storia romantica che muove i protagonisti nella seconda metà, c'è il tono drammatico e malinconico, ci sono i treni, la pioggia e i ciliegi in fiore, c'è un richiamo a Haruki Murakami per la deriva fantastica della seconda parte, c'è la struttura circolare della chiusura della storia che si ricongiunge all'inizio... eppure, sapete cosa vi dico? È come se Shinkai si fosse divertito a giocare con chi conosce gli altri suoi film, perché Your Name. è tutto questo ma è anche un punto di rottura della sua concezione che ci ha spiattellato in faccia fino all'anno scorso. Lo è per due motivi: per la freschezza e il brio della narrazione, innanzitutto, e per una colonna sonora grandiosa che riprende proprio questo aspetto, amplificandolo grazie a delle orecchiabili canzoni pop. La malinconia cupa e agrodolce a cui ci siamo abituati viene accantonata e, credetemi, tutto il film ne giova enormemente. Le stesse voci dei personaggi non sono più un sussurro del depresso aspirante suicida, ma hanno una modulazione che riempie le orecchie, accentuata dalle parti in cui i doppiatori hanno dovuto rendere credibile il cambiamento di personalità dei protagonisti. Ah, i protagonisti: finalmente non sono più soli, ma hanno amici che partecipano alle loro vicende e in diverse occasioni si fanno in quattro per aiutarli. Non abbiamo più l'oscuro emo che vive solitario in autocommiserazione, ma personaggi più credibili per i quali finalmente anche l'amicizia ricopre un ruolo non secondario (sì, mi riferisco a Katsuhiko e Suzuka, gli amici di Mitsuha, e di Miki Okudera e Tsukasa Fujii per Taki). Un cast più allargato permette una maggiore coralità di scene, dialoghi, situazioni: se non è un enorme balzo in avanti questo, non saprei cos'altro avrebbe potuto fare Shinkai!
Il lago del paese Itomori
Per il resto Your Name., come le immagini promozionali e locandine lasciano supporre, è un film che fa molta leva sugli accostamenti degli opposti: modernità contro tradizione, vista ovviamente nella contrapposizione tra la sfavillante Tokyo e la rurale Itomori (tema già visto in 5 cm al secondo); l'ovvio scontro-incontro maschio / femmina dei due protagonisti, grazie al quale migliorano le rispettive vite facendo conoscere un punto di vista diverso; non possiamo trascurare la dicotomia futuro / passato, che per non spoilerare non spiegherò, ma che risulterà lampante nonché sorprendente per come è stata affrontata; per chiudere con l'alternanza di leggerezza e malinconia, perfettamente rappresentate dalla suddivisione in due archi narrativi ben distinti; quello iniziale, tanto divertente e brioso in cui impariamo a conoscere i protagonisti; quello finale, che perde l'innocenza e la freschezza della prima parte per guadagnare in tensione e drammaticità. Dovreste averlo capito, ciascuno di questi elementi, che potrei banalmente ricondurre allo yin e allo yang, ha un suo peso ben studiato senza che uno sovrasti l'altro. Tutte queste mirabolanti nonché sperticate lodi nei confronti di Shinkai destano però qualche sospetto: com'è possibile che una persona del suo stampo, così poco disposto a scendere a compromessi, sia rinsavita così tanto dal migliorare in un solo film? Non è che c'è per caso la mano di qualcuno che l'ha guidato? Io dico di sì, e ci speravo davvero tanto, perché se il risultato è stato questo film, cazzo, dico che costui ha fatto un signor lavoro. Gli indizi portano al nome di Genki Kawamura, la cui supervisione ha permesso un controllo dell'intera produzione durante il processo creativo, forse anche più di quanto lo stesso Shinkai ha ammesso in una bella intervista su Animeclick che consiglio di andare a leggere. Sto parlando di uno dei produttori di The Boy and the Beast (2015, Mamoru Hosoda), un film di cui sentirete parlare anche in questi lidi perché fra i migliori di quell'annata. Grazie Signor Kawamura, ti devo un enorme favore.
Soliti strepitosi giochi di luce.
Purtroppo Your Name. non ha preso 10 - voto che avrei dato se avesse raggiunto la perfezione, cosa che non è stata. Dove ha toppato? Rimandando alcuni approfondimenti al paragrafo successivo, altamente spoilerante, in questa sede posso semplicemente parlare di scarsa innovazione dello spunto iniziale, di una sceneggiatura zoppa in un paio di snodi cruciali dei quali posso dire che Shinkai abbia effettuato una grave forzatura nei confronti dello spettatore (sì, ha giocato sporco), e del suo smodato nonché ridondante uso di simbolismi senza i quali non si può ritenere soddisfatto.
Body swap: hai voglia a chiamarlo cliché, l'espediente narrativo dello scambio di personalità risale ad un romanzo F. Anstey del 1882, Vice Versa, e da allora in tv, sui libri e nei film ne abbiamo visto a iosa, manga inclusi, per farvi un'idea date un'occhiata a questo elenco (link esterno). Confesso di aver avuto, nei primi minuti, il timore di assistere alla sua ennesima variante, ma ammetto che per fortuna il colpo di scena che avviene più o meno a metà narrazione spariglia le carte e rende la storia molto più interessante. Shinkai non ha inventato nulla - non si può dire che l'originalità sia il suo punto forte - ma ha mescolato elementi noti e abusati tirando fuori una storia meno banale di quanto le premesse lasciassero presupporre. Peccato che nella preparazione del colpo di scena più grosso si sia scelto di barare; lo spettatore non se ne rende veramente conto durante la visione in quanto rapito dalla storia e dai disegni, ma a mente fredda, nel ripensarci, è impossibile non notare alcune evidenti incongruenze che inevitabilmente faranno storcere il naso. Infine, parliamo dei simboli: premesso che io preferisco il "non detto" allo spiattellamento, in tutti i suoi lavori Shinkai dissemina indizi grossi come baobab tanto da risultare goffo e pedestre, anche Your Name. non è esente da questo difetto. Parliamo del filo rosso? Lo vediamo fin dall'inizio, nei titoli di testa accompagnati da una bella canzone, che trasforma quella sequenza in una pseudo-sigla simile a quelle delle serie televisive; il filo rosso diventa quello che lega Taki e Mitsuha, è lo stesso che annoda i capelli a coda di cavallo della ragazza (è l'espediente narrativo che ci fa capire quando c'è lei nel suo corpo e non il ragazzo), è lo stesso che in una sequenza diventa un cordone ombelicale ed è, soprattutto, quello che viene evocato dalla nonna quando fa il discorso su(l) Musubi.
Musubi e l'intreccio
Avendo imparato a conoscere Shinkai, ho subito avvertito che quella scena sarebbe stata la chiave di lettura dell'intero film. Musubi è il dio protettore del paesino di Mitsuha, ma è anche un concetto più astratto che indica il legame che può esistere tra due persone (si ritorna alle immagini iniziali), così come lo scorrere del tempo rappresentato dai fili intrecciati che diventano corda. Musubi di qua e Musubi di là, capisci che questo è il concetto più importante del film ed è la sua chiave di lettura nonché il principale motore degli avvenimenti; non è la cometa a combinare disastri, ma è Musubi. Afferrato questo concetto, che ammanta di misticismo (andiamo proprio oltre la fantascienza), l'autore forza gli eventi e li riconduce con, a mio parere, eccessiva facilità al sovrannaturale. Continuando con lo smodato uso di simbolismi, ha infarcito di scene ed intermezzi con porte che si aprono o si chiudono: treni, metropolitana, porte di casa, i fusuma (porte scorrevoli decorate), tutto scorre e tutto rimanda a Sliding Doors, non tanto il film (o non solo) quanto al concetto di biforcazione o bivio del destino. Shinkai adora essere pesante e ripetitivo nelle sue metafore, diciamolo chiaramente. Prima di passare alle vere e proprie bordate spoileranti su quelli che secondo me sono i difetti di Your Name., tengo a precisare che le magagne che ho appena elencato sono un voler andare a cercare il pelo nell'uovo, perché sono davvero marginali e di poco conto, ma non posso fare a meno di notarle in un film che, se non ne avesse abusato, avrebbe raggiunto un equilibrio davvero mirabile.
Commento - approfondimento (con spoiler!)
Lo ribadisco, qui si spoilera a manetta, quindi se non volete rovinarvi la sorpresa andate dritti al paragrafo successivo!
Mitsuha
Come scrivevo poche righe prima, Your Name. ha due grossi difetti che hanno fatto sì che io abbassassi la sua valutazione finale, nonostante nella sua globalità sia uno dei film che più ho apprezzato negli ultimi tempi e che consiglierei a chiunque abbia un minimo di interesse nell'animazione giapponese. Per capire di cosa sto parlando, un cenno sul colpo di scena che dà la svolta principale all'intero film. Quando Taki capisce che lo scambio di corpo non è più avvenuto e che quindi deve essere successo qualcosa, in preda alla sua ossessione decide di andare a cercare Mitsuha, avendo come unico indizio il disegno di un ricordo, il lago di Itomori. Taki, accompagnato da Miki e Tsukasa, arriva sul posto e, non senza fatica, scopre la terribile verità: il paese di Mitsuha non esiste più, tre anni prima, durante il passaggio della cometa Tiamat, un asteroide se ne è distaccato e ha colpito proprio Itomori, causandone la distruzione e la morte di gran parte degli abitanti. Con orrore di Taki, Mitsuha figura tra le vittime accertate. Qui il ragazzo realizza che lo scambio di personalità non comportava solo un balzo di luogo, ma anche di tempo, fino a tre anni prima! Cosa fare per porre rimedio? La risposta si trova nelle parole della nonna di Mitsuha, più precisamente in Musubi, la divinità protettrice del paese e il cui tempio è una sorta di punto di congiunzione delle varie linee temporali. Bevendo del kuchikamizake, un sakè speciale ottenuto mediante un rito a cui la stessa ragazza aveva partecipato, Taki riesce a varcare le linee del tempo e dello spazio per ricongiungersi, anche se solo brevemente, a Mitsuha, in modo da avvisarla del pericolo incombente. Il risveglio diventa per la ragazza una disperata corsa contro il tempo per convincere l'intero villaggio a salvarsi dalla catastrofe.
Treni pure qui...
Da queste righe, per come ve l'ho messa, possono risultarvi evidenti i due grossi problemi di sceneggiatura: il primo non è un errore, ma un atto scientemente voluto da Shinkai, ovvero la non reazione di Taki (ragazzo del futuro) di fronte alla notizia dell'arrivo della cometa; è impossibile che non possa ricordarsi di un evento così catastrofico avvenuto tre anni prima; è impossibile che non si sia mai accorto, durante lo scambio di corpi, che il tempo in cui viveva era diverso da quello attuale, soprattutto quando ha assistito alla tv la notizia dell'arrivo della cometa. Provando a rigirare la frittata in vista dell'obiezione "Non la ricordava perché al risveglio i ragazzi si dimenticano tutto, e può valere anche il viceversa", posso rispondere dicendo: ok, hai dettato questa regola, ma poi comunque non l'hai rispettata perché in realtà più volte entrambi i ragazzi hanno dimostrato reminiscenze dello scambio... ma stranamente e casualmente, mai è avvenuto con l'evento più grosso. No, questo è ingannare lo spettatore, giocando sporco. Non esiste che fai ricordare cose ed eventi a Taki e Mitsuha solo quando ti fa comodo e poi, solo per muovere la storia, tutto diventa come se fosse solo il caso o la coincidenza ad intervenire, vanificando quanto di buono è stato scritto fino a quel momento. Mi rendo conto di quanto sia difficile lavorare con i paradossi del tempo ma, proprio per questo, chiedo una maggiore attenzione nel cercare di non incappare in errori simili. Il secondo grosso problema è diretta conseguenza di quanto detto prima e, in questo caso, lo vedo più come un errore concettuale. Come cazzo è possibile l'esistenza dell'io narrante (Taki) quando più volte hai dimostrato che non può ricordarsi certe cose e che, anzi, la dimenticanza e l'oblio diventano il punto focale della parte centrale della storia? L'io narrante qui è proprio sbagliato a livello di concetto, ma Shinkai ce l'ha piazzato perché fa figo ed è un suo tratto distintivo e piuttosto che non metterlo si farebbe amputare entrambe le mani, non riesco a trovare una spiegazione più convincente. Peccato, davvero peccato!
A questo punto mi riservo di riguardare il film quando uscirà in home video con l'adattamento italiano perché sono curioso di sapere quanto queste mie obiezioni siano valide o se sono stato io a non aver capito una cippa della storia - in tal caso farò pubblica ammenda su questa stessa sede. Se poi voi avete voglia di darmi una vostra spiegazione, la sezione "commenti" è li che vi aspetta!
L'arrivo della cometa (scena iniziale, no spoiler)
Commento conclusivo (spoiler finiti, tranquilli)
Cos'altro dire di Your Name.? Una sola cosa, che è la più importante di tutte ed è il mio vero metro di giudizio: ho una voglia matta di riguardarmelo, non c'è complimento migliore che possa fare ad un film che ho appena finito di guardare. Potrei anche dire una cosa strana: di Shinkai è sufficiente vedere solo questa produzione perché è il riassunto totale globale delle sue tematiche; se poi avete voglia di divertirvi a scoprire come in realtà il regista si sia divertito (o l'abbiano obbligato, il sospetto non mi abbandonerà mai) a de-costruire i suoi marchi di fabbrica ottenendo un lungometraggio che va in antitesi rispetto alla sua visione finendo col superarli tutti, allora non vi resta che riscoprire anche le sue produzioni precedenti. Per quanto mi riguarda, posso dire che il suo percorso di crescita l'ha compiuto tutto e che non credo riesca a superarsi nuovamente... ma sono pronto ad essere sonoramente smentito, anzi non vedo l'ora. Your Name. è senza dubbio uno dei film del 2016 da ricordare nel tempo, insieme a Silent Voice.
Nota di colore:
Come è noto, Shinkai è famoso per la fedeltà nella ricostruzione di fondali e scenografia, perfettamente aderenti ai corrispettivi originali. Se andate su questo sito, potete trovare foto di posti reali, le coordinate per raggiungerli e le immagini della controparte presente in Your Name.. Tutto ciò è fantastico! Landmarks Used in the Movie “Kimi no Na Wa.” - Fast Japan.

Modifica giugno 2019:
Attenzione! Uscita la recensione di Weathering with you, la trovate qui!

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 7
finalmente, cribbio. Non solo il soggetto iniziale è interessante, nonostante il body swap sia un cliché usato e stra-abusato in molti manga e anime (per non parlare della filmografia occidentale anni '80), ma la sceneggiatura questa volta non si perde per strada e nonostante alcuni buchi / errori / prese in giro (chiamateli come volete) colossali, porta il lavoro a casa.
Musiche: 8
qui il secondo vero cambio di registro; quello del tono (non solo drammatico ed opprimente, ma anche frizzante almeno nella prima parte) si riflette sull'atmosfera musicale. Basta pianoforte strimpellato - non se ne poteva più - ma ecco una vera soundtrack fatta come si deve, con pezzi pop (uno quasi rock) e delle canzoni godibili e che ben si adattano alla storia. Il merito è dei Radwimps, banda rock giapponese a cui il regista ha chiesto di comporre ed eseguire le tracce principali.
Regia: 9
Il top, fino ad ora, raggiunto da Shinkai. Your Name. è veramente il punto più alto raggiunto dal regista. Il passo successivo è migliorare nelle animazioni dei personaggi, non ancora ai livelli dello Studio Ghibli, ma per il resto... Shinkai c'è!
Ritmo: 7
brioso, frizzante, rallenta nella seconda parte, ma l'attenzione resta viva per scoprire come potrebbe andare a finire. Mai noioso, detto a Shinkai è davvero un complimento enorme. Per me c'è lo zampino di qualcun altro, mi sono spiegato più in dettaglio nel corpo della recensione.
Violenza: 5
poco da segnalare
Humour: 6
incredibile, c'è pure qualche scena che strappa più di una risata! Makoto, sei proprio tu?
XXX: 1
nulla da segnalare, un punticino in più per la gag umoristica che si ripete in più scene. (è ovvia, non vi dico cosa però)
Voto Globale: 8,5
Potevo dargli nove, a ben pensarci, ma per diversi motivi lo ritengo un voto eccessivo (come lo era per Silent Voice, ma lì l'immedesimazione è stata tale per cui me ne sono sbattuto la ciolla e gliel'ho dato lo stesso). Sicuramente Your Name. è un film riuscito, con un bel ritmo e una storia gradevole ed interessante, intenso ma non pesante, romantico il giusto ma senza essere sdolcinato, con diversi picchi memorabili per resa visiva ed emotiva. Non trovo un motivo valido per cui non dovreste vederlo, può piacere tantissimo o poco, ma è uno dei film più significativi degli ultimi anni. Non è un film impegnato o con messaggi sociali ben definiti, è evasione allo stato puro ma, porco cazzo, è fatto dannatamente bene.

Il giardino delle parole (2013) | Recensione

Il giardino delle parole
Voto Imdb: 7,6
Titolo Originale:Kotonoha no Niwa
Anno:2013
Genere:Drammatico, Sentimentale
Nazione:Giappone
Regista:Makoto Shinkai
Cast:Miyu Irino, Kana Hanazawa

Attenzione! Questa recensione è un estratto della Monografia su Makoto Shinkai. Ne ho fatta una versione separata ai fini di una bieca migliore indicizzazione dei motori di ricerca. Seguite questo link per leggere l'intero articolo! LINK

Livello di spoiler: LETALE [vi spiattello tutto, anche nel commento]

Un particolare del parco. Immaginatelo in movimento.
Non sapete quanto vorrei conoscere cosa è passato per la mente di Shinkai e come siano andate davvero le cose. L'artista mi ha sempre dato l'idea di non dare molta retta alle opinioni dei fan e di voler continuare imperterrito per la sua strada. Certo è che con Il giardino delle parole, è andato ad offrire forse il picco - fino ad oggi, beninteso - del suo stile narrativo, ovvero dare in pasto allo spettatore una non-storia, confezionata in modo superbo ed avvolgente. Non saprei trovare altre parole per descrivere il mediometraggio di 46 minuti scarsi in questione. Mi spiego meglio: fino a che punto Shinkai ha ascoltato (o non ascoltato) le critiche dei fan su Viaggio verso Agartha? Il fanboy si aspettava un'opera di pippe mentali esistenziali adolescenziali e l'autore se ne è uscito con un bellissimo, ma imperfetto, film avventuroso dove ha deviato grandiosamente rispetto al sentiero che fino ad allora aveva percorso, ed è questo il motivo principale delle critiche piovutegli addosso. Il giardino delle parole è quindi un deciso, eclatante, ritorno alle origini, è come se fosse esattamente quello che gli appassionati chiedevano. Fino a che punto allora Agartha è da considerarsi un incidente di percorso, e fino a che punto invece Il giardino delle parole è stato un voler accontentare la voce del popolo? Insomma, qual è il vero Makoto Shinkai?
Trama (gli spoiler partono da qui)
Shinjuku Gyon, il polmone verde dell'omonimo quartiere
Takao è uno studente quindicenne di Tokyo con uno strambo sogno nel cassetto: quello di diventare un abile calzolaio. Sì, proprio uno di quei lavori di fine artigianato che stanno scomparendo, inghiottiti dalla grande produzione industriale standardizzata e che mai immagineresti come ambizione personale di un ragazzo che vive nella capitale. Siamo in estate ed è appena iniziata la stagione delle piogge. Se la mattina piove, Takao bigia la scuola e si rifugia nel parco di Shinjuku Gyoen, dove in solitudine passa il tempo ad esercitarsi sui disegni di scarpe, la sua unica e vera passione. Durante una di queste mattine uggiose, sotto la stessa tettoia, incontra una misteriosa donna, che legge in silenzio un libro, mangia barrette di cioccolata e beve birra. Lo stesso accade il secondo giorno di pioggia - lui bigia, lei non si presenta al lavoro - poi il terzo e così via, trasformando un incontro casuale in una sorta di ripetuto rituale, ma sempre e solo rigorosamente nei giorni di pioggia. Quando c'è il sole, lui si ripresenta in classe e lei... non si sa.
Scena di uno degli incontri.
Come è ovvio immaginare, i silenzi iniziali si trasformano in parole scambiate di sfuggita per sfociare in dialoghi dove entrambi imparano a conoscersi sempre di più, pur senza essersi mai presentati ufficialmente. Di Takao sappiamo che vive col fratello maggiore e la madre e che pur di inseguire il suo sogno, nel tempo libero è disposto a fare lavori part time; è timido ed introverso, ha pochi amici e difficilmente si confida con qualcuno. Della donna sappiamo che si chiama Yukari, ha 27 anni, ben 12 in più del ragazzo, e che sta soffrendo di disturbi alimentari, associati ad un elevato stress dovuto a qualcosa capitatole in passato. Quando la donna manifesta un certo interesse nei disegni di Takao, ecco che lui, per la prima volta, apre il suo cuore e confida ad una perfetta sconosciuta i suoi sogni. Colpita dalle parole del ragazzo, Yukari gli regala un costoso libro sull'arte della fabbricazione di scarpe. Toccato dal dono, Takao vuole assolutamente ricambiare costruendo con le sue mani delle scarpe bellissime da regalare a Yukari. Non ci vuole un genio per capire come sia facile, per un adolescente dello stampo di Takao, prendersi una cotta per una bellissima donna, matura e misteriosa a causa della sua reticenza nel parlare di sé. Più passano i giorni, più entrambi, segretamente, sperano che la pioggia continui per potersi rivedere nella splendida cornice offerta dal parco. Arrivano le vacanze estive, finisce la stagione delle piogge e il sole torna a splendere come non mai... ed entrambi, mantenendo assurdamente fede al rito, smettono di recarsi al parco; il ragazzo lavora per racimolare soldi, lei cerca di trovare una direzione, un senso alla sua vita. Quando la scuola riprende, camminando per i corridoi antistanti le classi, Takao incrocia Yukari, che viene salutata con deferenza da alcuni studenti: nel modo più imbarazzante possibile, scopriamo che lei ha lavorato come insegnante proprio nella scuola del ragazzo e che si era presa una pausa per alcuni problemi. Un compagno di classe racconta al ragazzo cosa fosse successo realmente: uno studente si era follemente innamorato dell’insegnante, e qualche compagna di classe, indispettita e gelosa, aveva fatto circolare brutte voci sulla professoressa, creando uno scandalo non indifferente. Pur incolpevole, Yukari aveva preferito allontanarsi dalla scuola per riprendersi dallo shock e, detto con parole sue, "per riprendere a camminare con le proprie gambe." Quella mattina, però, lei si era presentata per dare le proprie dimissioni dalla scuola. Takao, ormai irrimediabilmente ottenebrato, non ci sta: rintraccia la ragazza che aveva fatto circolare le brutte voci e le rifila un sonoro ceffone. Il risultato è una rissa col moroso di lei, che lo pesta malamente. Lo stesso pomeriggio, malconcio e in un certo qual modo orgoglioso per aver agito da macho nonostante ne abbia prese un sacco e una sporta, Takao ritorna al parco, certo di poter rivedere la donna. Proprio quando si incontrano, si scatena un violentissimo temporale, a causa del quale i due sono costretti a trovare rifugio nella casa di lei. Sarà il clima informale, sarà l'effetto della tempesta, sarà l'imbecillità insita in un normale quindicenne impacciato nonché in preda all'ormone, ma Takao sceglie proprio questo momento per dichiararsi a Yukari; la donna lo respinge, immaginiamo tutti non senza dispiacere, facendo scappare il ragazzo con la coda fra le gambe. Nella mente della donna scatta un mega flashback con tanto di canzone come nel miglior stile di Shinkai, alla fine del quale Yukari si precipita all'inseguimento di Takao. Siamo alla fine della storia e arriviamo al confronto che tanto impazientemente stavamo aspettando. Sulle scale del palazzo, mentre il sole fa nuovamente capolino, i due litigano, lui a dirle che la odia per averlo illuso, lei in lacrime perché schiacciata dall'imposizione di una società che non le potrà far accettare l'amore di un ragazzino molto più giovane di lei. Takao e Yukari, in un mare di lacrime, si abbracciano senza dire altro. Passano sei mesi, lui supera a fatica l'esame finale della scuola e colmo di orgoglio si reca per un'ultima volta al parco di Shinjuku con una lettera in mano ed un paio di bellissime scarpe, quelle che lui ha finito di preparare per Yukari, e che lascia sulla panchina deserta, con la speranza che lei un giorno possa tornare a prenderle, pronta "a camminare con le proprie gambe." Nella scena post titoli di coda, scopriamo il destino della donna: ripreso il lavoro di insegnante in un'altra città, guarda verso l'orizzonte sospirando: i suoi pensieri sono sempre rivolti a Takao, che nello stesso momento si sta allontanando dal parco, certo di poter incontrare nuovamente Yukari, quando entrambi saranno pronti.
Sono un fan dei disegni di Shinkai, non so se l'avete afferrato.
Tokyo in un giorno di pioggia.
Commento (gli spoiler continuano, perdinci)
C'è qualcosa di strano ne Il giardino delle parole, e per spiegarlo vi racconto un velocissimo aneddoto. A guardarlo sono io in salotto, con La Moglie seduta di fianco che spippola sul cellulare, divisa tra la visione distratta del film e Marvel Puzzle Quest a cui sta giocando in quel momento. Arrivati a metà visione, estasiato dallo splendore dei disegni e dalle vette clamorose a cui Shinkai è arrivato in così poco tempo in confronto ai lavori precedenti, ecco, proprio mentre sto per esternare il mio apprezzamento, La Moglie mi fa morire qualunque frase stessi per pronunciare guardandomi negli occhi, la sua bocca a forma di O, dicendomi semplicemente: "Ma che palla è?"
Colpito da queste parole con l'effetto di una frustata, mi sono zittito e ho continuato nella visione, rimuginandoci sopra in mesto silenzio. Poi ho capito. Shinkai, per l'ennesima volta, è riuscito a fregarmi, sempre con lo stesso metodo, questa volta ingigantito nel bene e nel male. Questo film ripiomba esattamente negli stessi problemi di quelli precedenti ad Agartha, anzi li estremizza; il regista torna a stupire per la meticolosità dei disegni e dei particolari, ma lo fa davvero in modo pazzesco, a memoria non ricordo di aver visto una qualità visiva così elevata (Your Name. lo supererà, tranquilli).
La quiete dopo la tempesta.
Basta guardare le foto reali del parco di Shinjuku Gyoen e confrontarle con i fondali mostrati qui: la verosimiglianza è notevole, non posso fare a meno di applaudire convinto. Il giardino delle parole è però fottutamente lento, è uno stillicidio di azioni che si ripetono; cambiano i vestiti, le inquadrature, le parole scambiate, ma è un continuo rincorrersi di sguardi e frasi brevi, incorniciate da un'ambientazione in cui il tempo sembra fermarsi, sospeso tra le nuvole e il verde cangiante degli alberi del parco. Il tono delle voci, soprattutto dell'io narrante (Takao), è sussurrato e per giunta irritante nel suo continuare a mantenersi sullo stesso registro per la maggior parte della narrazione. Le solite angoscianti note strimpellate sul pianoforte fanno da contraltare ad una, per me, bellissima canzone a tre quarti, ma la sostanza non cambia: Shinkai è riuscito nell'intento di non raccontare NULLA rendendolo comunque interessante. Certo, se seguite distrattamente il film come ha fatto La Moglie, sarà inevitabile giungere alla conclusione di aver assistito alla versione malriuscita di 2001 Odissea nello Spazio interpretato da un adolescente depresso mentre fuori piove sempre e non succede un cazzo di niente. Il giardino delle parole, per poter essere assaporato fino in fondo, richiede attenzione, non tanto cognitiva nel seguire la storia (che non c'è: la sceneggiatura si può riassumere in una paginetta scarsa), quanto nel seguire i particolari infilati a forza in ogni inquadratura. È un film che vuole essere assaporato come una musica ascoltata alle cuffie, nel buio della cameretta, con la differenza che non devi stare ad occhi chiusi, ma devi tenerli ben aperti. Il film, va detto, contiene dei momenti davvero ben realizzati, indipendentemente dallo svolgimento della storia.
Tentativo di seduzione involontario? Chissà.
Per esempio, tutta la parte in cui la regia segue con esagerata attenzione i movimenti di Takao mentre prende le misure dei piedi di Yukari per iniziare a disegnarle le scarpe, è molto intenso e aggiunge perfino un tocco di sensualità alla scena pur non essendoci un secondo fine erotico per nessuno dei due; lo stesso uso della pioggia come mezzo narrativo per sottolineare l'intensità delle emozioni in gioco è interessante: se all'inizio le gocce sono semplici ticchettii gentili che danno il via agli eventi, sarà con il temporale finale che finalmente i due troveranno modo di chiarirsi in un turbinio di emozioni; infine, a chi critica una mancanza di conclusione della storia, posso rispondere dicendo che, in fondo, il finale è chiaro e ben delineato, sta solo alla sensibilità di ciascuno il compito di immaginare un futuro per i due. Proseguendo nella tradizione tutta nipponica in cui lo spiegone diventa inutile e ridondante, anche in questo film non è necessario vedere con i propri occhi come proseguirà la storia. Per me è palese che lei indosserà quelle maledette scarpe, è lapalissiano che le strade si incroceranno nuovamente per entrambi e che... chissà, in futuro possano mettersi davvero insieme, lasciando alle spalle le convenzioni che, in una società ancora chiusa come quella giapponese, inevitabilmente continuano ad essere un ostacolo.
Uno dei (tanti) momenti di incontro nel parco.
La storia d'amore, se così vogliamo definirla, è chiaramente platonica, noi assistiamo semplicemente a momenti in cui due personaggi che vivono in solitudine, cercano di riempire il vuoto dentro solo grazie al fortuito incontro vissuto nel giardino. Magari per qualcuno di voi sarà ovvio l'esatto opposto, che quella di Takao era una semplice infatuazione adolescenziale come ne succedono a milioni durante quell'età e che, quando sarà adulto per davvero, lui stesso la relegherà in un angolino come "semplice ricordo di gioventù". In fondo, anche questo è il bello di un film del genere, non lo vedo necessariamente come un peccato grave. Ci può, al limite, rimanere il dubbio su cosa volesse davvero comunicarci il regista. Io una risposta ce l'ho: nulla. Colpo di scena, vero? Shinkai non vuole comunicarci un messaggio, lui vuole solo emozionarci. Di difetti, come sempre, ce ne sono anche qui, altrimenti non parleremmo di un film tipicamente "shinkaiano". La lentezza, come già detto, per molti diventerà una zavorra allucinante; la sceneggiatura, in alcuni suoi passaggi, soffre di notevole ingenuità. Il simbolismo ripetuto ad ogni piè sospinto (notare il mio finissimo gioco di parole) per il quale saranno le scarpe di Takao a far camminare Yukari con le proprie gambe ha sfracellato i maroni già alla seconda volta in cui ci viene mostrato. Come successo in altri lavori, nemmeno questo film si salva dal difetto di essere poco bilanciato: la lentezza esasperante prosegue per quasi tutto il film, fino ad arrivare ad una brusca accelerazione giusto negli ultimi dieci minuti. Mi si dirà che è cosa voluta, ma a me ha lasciato un po' l'amaro in bocca; avrei preferito senz'altro una compressione dei minuti di tedio iniziale a favore di un maggiore sviluppo dei personaggi, soprattutto di Yukari che, pur essendo interessante e affascinante, non decolla veramente se non in qualche scena sporadica (quando è sola a casa sua, quando insegue Takao per le scale del palazzo). 
Il fratello di Takao e la morosa. Uno dei pochi momenti
in cui non vediamo né Takao né Yukari.
Commento Bis (ok, finiti gli spoiler)
Mi sfugge come sia possibile riuscire ad essere interessanti raccontando il niente, eppure con Il giardino delle parole è successo. La formula magica di Shinkai continua ad evolversi e migliorarsi di film in film. Se Viaggio verso Agartha era un non del tutto riuscito tentativo di tirare fuori un film Studio Ghibli più cazzuto e che tuttavia riesce a farsi apprezzare, è Il giardino delle parole a risultare il film più adulto di Shinkai, anche più del tanto acclamato 5 cm al secondo. Lo è, perché chiede allo spettatore una sorta di patto: "Sei disposto a calarti completamente nelle mie atmosfere e riflessioni, abbandonando il concetto di film = storia da seguire per quello che succede, e abbracciando quello di film = emozione attraverso una o più sequenze di immagini?" Se lo spettatore lo rifiuta perché non è pronto o per scelta personale in quanto il suo concetto di cinema è ben altro (assolutamente accettabile e plausibile!), il suo giudizio finale non sarà che estremamente negativo. Personalmente, dopo aver visto più di un film dell'autore e dopo averlo "conosciuto" per il suo stile e il suo modo di porsi, posso dire di aver imparato ad accettarlo e, perché no, apprezzarlo almeno in parte. Il giardino delle parole non è originale, non è trascinante, forse non è nemmeno cinema, ma è una esperienza visiva da provare almeno una volta. Se poi il tedio prenderà il sopravvento, pazienza: sono solo 46 minuti, ci sono ben altri film che durano anche il triplo dopo i quali potreste aver pensato di aver buttato via il vostro prezioso tempo.


Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama:
4
dai, diciamolo chiaramente, la storia non esiste e non è nemmeno il punto focale. C'è uno spunto narrativo interessante che non viene sfruttato (neanche ci prova, il Makoto), perché il suo obiettivo è un altro. Che funzioni o meno, è conseguenza del modo di porsi di ciascuno di noi.
Musiche:
5
sia messo agli atti che il pianoforte di Tenmon ha rotto le palle. Bella la canzone finale, davvero evocativa ma... per pietà, non se ne può più. Basta. Uccidetelo. Tenmon, dico. Cosa? Mi state dicendo che le musiche sono composte da Daisuke Kashiwa e non da Tenmon? Scusate, non me ne ero accorto, non ho notato la differenza, allora è proprio Shinkai a volerci ammorbare con un sound da prurito alle dita... e ditelo, eh.
Regia:
9
dal punto di vista qualitativo, prima di Your Name. questo film è stato il top assoluto di Shinkai, che registicamente parlando non sbaglia un colpo. Il film è da godere in silenzio, rapiti di fronte alla bellezza delle immagini.
Ritmo:
4
lento, lentissimamente lento. Non solo non succede nulla per tre quarti di film, ma quello che succede lo fa in modo lento. Ve l'ho detto? È lento. Cazzo se è lento.
Violenza:
4
non c'è violenza e non ho intenzione di riciclare la battuta che ho scritto su 5 cm al secondo. Ops, l'ho appena fatto.
Humour:
5
Non fa ridere né vuole farlo...
XXX:
1
nulla da segnalare, un punticino in più per la scena delle scarpe, magari qualche feticista apprezza pure. [3]
Voto Globale: 7
resta sorprendente vedere come il film si porti a casa un bel 7 nonostante tutte le voci, tranne la regia, abbiano degli eclatanti voti insufficienti. Per questo motivo, diventa importante chiarirci: se per voi la trama è tutto o ricopre un ruolo di spicco, come tra l'altro è giusto che sia, potete anche dimezzare tranquillamente il voto. Se per una volta vi lasciate vincere dalla tentazione di provare qualcosa di più zen e meno concreto, probabilmente finirete con l'apprezzare Il giardino delle parole. Un conto è non raccontare nulla risultando noiosi e per di più senza veicolare uno straccio di emozione; un altro conto è tirare fuori qualcosa di unico e diverso, dove l'estetica vince sulla sostanza ma lo fa meravigliosamente bene. Magari non vi resterà nulla dopo la visione, ma se l'avete apprezzato di sicuro vi verrà nuovamente la voglia di rivederlo, ve lo garantisco.

[3] Scommetto che le statistiche di accesso di Google mi riveleranno risultati imbarazzanti sulle parole chiave di ricerca utilizzate per arrivare qui.

Viaggio verso Agartha / I bambini che inseguono le stelle (2011) | Recensione

Viaggio verso Agartha / I bambini che inseguono le stelle
Voto Imdb: 7,2
Titolo Originale:Hoshi o ou kodomo
Anno:2011
Genere:Avventura, Fantastico
Nazione:Giappone
Regista:Makoto Shinkai
Cast:Hisako Kanemoto, Kazuhiko Inoue, Miyu Irino

Attenzione! Questa recensione è un estratto della Monografia su Makoto Shinkai. Ne ho fatta una versione separata ai fini di una bieca migliore indicizzazione dei motori di ricerca. Seguite questo link per leggere l'intero articolo! LINK

Locandina dell'edizione italiana Dynit (2019)


Livello di spoiler: PAN DI STELLE [son dolce, non vi rovino la trama]

Nota preliminare importante: questo film ha avuto due edizioni italiane, la prima col titolo “Viaggio verso Agartha” (2012), la seconda con il titolo “I bambini che inseguono le stelle” (2019). Per comodità, la recensione continuerà ad usare il vecchio titolo, ma oggi a tutti gli effetti il film si può trovare con quello nuovo, più aderente all’originale.

Studio Ghibli a manetta (1) Asuna e Shun
Passa qualche anno in cui il Nostro si gode un (meritato?) riposo, ma l'ispirazione giusta non tarda ad arrivare. Già in questi anni comincia a circolare, da parte di fan e critica, l'accostamento a Miyazaki e allo Studio Ghibli, che Shinkai ha sempre rifiutato con la giusta dose di umilté e deferenza nel rispetto di un mostro sacro. Poi qualcosa deve essere scattato nella sua mente ma, sapete, non ho la più pallida idea di cosa abbia veramente pensato quando ha proposto Viaggio verso Agartha allo studio, e ancor meno so cosa abbiano pensato quando gli hanno dato il via libera per la produzione. Hoshi o ou kodomo, letteralmente "Bambini che inseguono le stelle", fin dalla primissima sequenza, fra strabuzzare gli occhi degli spettatori da quanto è simile ad un'opera dello Studio Ghibli. Non solo per i fondali dipinti a mano, con uno stile artistico molto più vicino a quello di Miyazaki che a quello più spigoloso e moderno di Shinkai, ma anche per lo stesso character design più tondo e morbido; io stesso, alla prima visione, sono rimasto leggermente spiazzato, ricordo che mi sono chiesto: "Ma dai, Makoto è passato alla corte di Takahata e Miyazaki?" Poi si nota il livello delle animazioni, pur sempre ottime, ma non al livello di fluidità di quelle dello studio più blasonato; lo stesso Shinkai non aspetta troppo tempo a spazzare via ogni dubbio: un mostro orribile semina panico nel paesino e la sua morte è fin troppo cruenta e sanguinosa per essere uscita dallo Studio Ghibli. Tirato un sorriso di sollievo - un plagio così smaccato sarebbe stato eccessivo - tuffiamoci nella trama e nel mondo di una produzione per molti versi atipica rispetto agli altri lavori di Shinkai, sia precedenti che successivi.
Studio Ghibli a manetta (2) il paesino di Asuna
La protagonista è la dodicenne Asuna Watase, che vive in un paesino delle montagne in una zona non ben precisata del Giappone e in un periodo più vicino agli anni '70 che a quello odierno (lo si capisce dal design delle auto e dell'immancabile treno che compare in una delle prime sequenze, altre scene successive ci faranno però capire che siamo in un universo alternativo al nostro). Asuna, a causa della sua situazione familiare, è costretta a vivere da adulta più di quello che la sua età imporrebbe; il padre è mancato anni prima, lasciandole in ricordo uno strano cristallo azzurro iridescente; la madre lavora come infermiera nell'ospedale vicino e, a causa dei turni massacranti, non è quasi mai a casa. La piccola si barcamena tra le attività quotidiane, cucinando per sé e la mamma, lavando i panni e trovando anche il tempo di essere la prima della classe. Non è per nulla antipatica, tutt'altro, ha uno spirito intraprendente ed è dannatamente curiosa. Quando non deve studiare e ha già finito con le faccende di casa, trova pure il tempo di fare qualche scorribanda nei boschi sul pendio della montagna, in cui si è ritagliata un piccolo rifugio dove evadere, sognare ed ascoltare la radio a galena ricevuta dal padre prima della sua morte. Tranquilli, prima di oggi non sapevo cosa minchia fosse una radio a galena, l'ho sempre detto che sono ignorante - l'ho appreso leggendo la pagina su Wikipedia.
Asuna ascolta la radio insieme al gattino Mii
Dicevo: tempo prima, grazie alla radio, Asuna ha captato una stranissima canzone che le è entrata dritta nel cuore, malinconica, struggente, veicolo di emozioni che non ha mai provato né prima né dopo. Durante una delle sue sortite in direzione del suo rifugio segreto, la ragazzina capisce che c'è qualcosa che non va; quando all'improvviso le si para di fronte un mostro maleodorante e sanguinante, accecato dalla rabbia e dal dolore, non riesce a muovere un passo da tanto è l'orrore provato. Prima che il mostro la uccida, interviene a salvarla uno strano ragazzo dai capelli lunghi che, dopo un combattimento serratissimo, riesce ad avere la meglio sulla bestiaccia, pur restando gravemente ferito al braccio. Nel curarlo (è figlia di un'infermiera, ricordiamolo!), Asuna stringe amicizia con il ragazzo, che le rivela di chiamarsi Shun e di provenire da Agartha, un mondo fantastico sotterraneo. Egli è tornato in superficie in cerca di qualcosa - non rivela cosa - poi guarda la ragazzina dritta negli occhi e le dà una benedizione speciale: un bacio innocente sulla fronte. Con l’arrivo della notte i ragazzi si separano, promettendo di rivedersi il giorno dopo. Shun guarda la volta celeste e sospira: sa che non potrà mantenere la parola, la sua morte sta arrivando inevitabile. Di fronte al gatto Mimi, che sicuramente non è estraneo a quello a cui sta assistendo, il ragazzo si lascia cadere nel burrone perdendo la vita, ma felice di aver compiuto la sua missione. Il giorno dopo è denso di emozioni per Asuna. Prima apprende dalla madre della morte di Shun (la polizia ha trovato il suo corpo in fondo al fiume, con al braccio la sciarpa che la ragazza aveva usato per medicarlo), in seguito fa la conoscenza del nuovo professore di letteratura, Ryūji Morisaki, che esordisce con una lezione inquietante sul mito di Izanagi ed Izanami (gli Orfeo ed Euridice della mitologia nipponica, qui una veloce panoramica) e su Agartha, la terra dei morti.
Il dialogo col professore. Notare l'uso dei colori e delle luci.
Inutile sottolineare come questo nome catturi l'attenzione di Asuna, che la sera va a trovare il professore; questi le rivela di aver perso la moglie anni prima e di non essere mai stato in grado di accettarne la morte. Morisaki è alla ricerca di Agartha perché è convinto che nella terra dei morti sia possibile ridare la vita ai defunti. Presto la situazione subisce una bella accelerata: nel tornare a casa, mentre un elicottero militare irrompe sulla scena, Asuna incontra un ragazzo molto simile a Shun, la cui attenzione è richiamata dal cristallo custodito dalla ragazza, cristallo che si scopre essere una chiave che apre il portale di accesso per Agartha. Non mi dilungo ulteriormente: dopo una serie di eventi concitati, Asuna, il professore Morisaki e il nuovo ragazzo Shin - ovviamente fratello di Shun - entrano in Agartha, e qui comincia l'avventuroso viaggio alla scoperta del mito della vita e della morte.
Una delle immagini più suggestive del film.
Ciliegi pure qui...
Commento
Tutto molto figo, nevvero?
Lo confermo annuendo con convinzione. Ogni elemento descritto nelle righe precedenti concorre ad esaltarmi come un caimano, c'è praticamente tutto quello che incontra i miei gusti: ambientazione prima realistica ricostruita fin nei minimi particolari, poi diventata smaccatamente fantasy man mano che la storia prosegue; disegni da urlo, animazioni di primo livello, colori strepitosi, sia nelle scene chiare che in quelle dove il buio diventa attore principale; una protagonista ben caratterizzata, almeno come presentazione iniziale; il sense of wonder dello Studio Ghibli, quello che si è respirato negli anni '80, fino ad arrivare ad un tono più cupo, splatter in certi punti, che va oltre a quello che avevamo visto in Princess Mononoke (1997). Insomma, al terzo tentativo si può affermare che Makoto Shinkai abbia centrato il bersaglio. Peccato non sia tutto oro quello che luccica e che anche Viaggio verso Agartha soffra delle solite problematiche che affliggono molte delle produzioni del regista. Innanzitutto, l'aver voluto innalzare l'asticella per potersi scontrare frontalmente con lo Studio Ghibli, e praticamente sul loro stesso terreno, può essere visto o come un imperdonabile atto di presunzione (cosa che non è, lo specifico bene) o di scellerata incoscienza (cosa abbastanza probabile). Restando nel campo della mitologia con pedestri metaforone tanto care a Makoto, potrei affermare che, così come Icaro si è bruciato nel cercare di volare verso il sole, allo stesso modo Shinkai si è ritrovato con qualche osso rotto dopo lo scontro con il suo grande ispiratore, pur ammettendo una resa onorevole. Perché dico questo?
Mononoke Hime puppami la fava!
Prendi Princess Mononoke e Nausicaa (tutta la parte relativa alle creature mitologiche guardiane dei portali, qui chiamate Quetzalcoatl, così come la rappresentazione divina della Natura, sono prese di peso da Mononoke Hime), Laputa - il castello nel cielo (l'ambientazione stramba, il cristallo azzurro), Kiki Delivery Service (la radio, il gatto come compagno di viaggio, la protagonista Asuna), mischiali fra loro e spera che il pubblico apprezzi; purtroppo il rischio più grande in cui puoi incorrere è il provocare una straniante sensazione di déjà vu. È impossibile non chiedersi: "Shinkai sta scimmiottando Miyazaki o ci mette del suo?" Se poi ti accorgi che, grattata la strepitosa patina con cui il regista ti stordisce fin dall'inizio, le sue solite magagne emergono dirompenti, ecco, non puoi fare a meno di storcere il naso. Rispetto a Oltre le nuvole, lo ammetto, la trama deraglia molto meno, sbandando qualche volta ma portando a casa un onorevole risultato; purtroppo ci sono alcune scelte di sceneggiatura poco chiare o dimenticate o, peggio ancora, incoerenti (non si spiega cosa spinga alla morte Shun, né il perché si sia sentito così appagato nell'andare in superficie); la stessa indecisione di Asuna in un paio di snodi fondamentali stride con il suo carattere forte ed indipendente, anche se in fondo si tratta di una bambina di dodici anni. La motivazione che Shinkai adduce nel giustificare la testardaggine della bambina a proseguire nel viaggio in Agartha è stata per me fin troppo pretestuosa e forzata, anche se accettabile a denti stretti. 
Treni pure qui... c'è riuscito.
Il problema più grosso di Asuna, probabilmente, è il suo crescere poco come personaggio. Lei non agisce ma reagisce alle situazioni, spinta in balia degli avvenimenti e dei personaggi che incontra. Anche qui ci ripetiamo: "È una bambina, in fondo". Epperò risolvere ogni obiezione con questa giustificazione diventa abbastanza stucchevole e poco elegante. Semplicemente, Shinkai avrebbe potuto (e dovuto) porre una maggiore attenzione ai particolari di trama e di caratterizzazione, cosa che, ad esempio col professore, ha funzionato meglio: uno dei personaggi più convincenti, ad incarnare l'incapacità dell'essere umano di elaborare il lutto ed accettare più serenamente il concetto di morte. Invece, come al solito, il regista ha preferito spingere il pedale dell'acceleratore sull'aspetto tecnico-visivo, ottenendo un film con dei picchi di bellezza assoluta, ma abbastanza superficiale nel trattare gli spunti introdotti e che non vengono sviluppati, ma anzi lasciati perdere. Torniamo al solito discorso: anche Viaggio verso Agartha è poco bilanciato, pur avendo dalla sua un pregio di non poco conto: le forzate seghe mentali di adolescenti depressi sono state accantonate a favore di un'avventura a più ampio respiro. Forse questo è il motivo principale per cui Agartha è il film meno apprezzato dagli irriducibili fan del regista: non me ne vogliano questi ultimi, ma mi sento di affermare con forza che a mio avviso, il film meno "makoto-shinkaiano" di tutti è quello al momento più riuscito, lineare, godibile. Già domani avrò voglia di ri-godermelo con gusto, anche solo per cogliere qualche particolare che mi è sfuggito ad una prima (e ad una seconda) visione.
Casa di Asuna. I dettagli sono clamorosi.
Dato che vi sto apertamente consigliando di guardarlo - foss'anche solo per smentirmi e dirmi che sto scrivendo un mucchio di fregnacce - cercate di seguire un secondo consiglio. Guardatelo in lingua originale, rigorosamente con sottotitoli di qualche gruppo di fansub (italiano o inglese, a seconda della vostra sensibilità). Non provate nemmeno ad avvicinarvi all'edizione originale italiana, uno dei peggiori prodotti mai pubblicati - di sempre, in assoluto, nei secoli dei secoli. L'edizione è della francese Kazé che per il doppiaggio italiano si è avvalsa di un adattatore francese e per le voci ha usato ragazzi e ragazze italo-francesi non professionisti che cercano disperatamente di leggere con accento italiano, finendo per generare, purtroppo, un miscuglio incomprensibile ed imbarazzante. Se avete presente la battuta storica "Vorrei una stonsa" pronunciata dall'Ispettore Clouseau di Peter Sellers nel fantastico La pantera rosa di Blake Edwards, capirete benissimo. Gli stessi sottotitoli, una traduzione resa in un italiano desolatamente approssimativo, sono altrettanto inutili. Diamo a Cesare quel che è di Cesare, questa edizione è una Vera Merda. Non voglio passare per quello che incentiva la pirateria, ma l'edizione Kazé è un insulto prima di tutto verso l'autore, in secondo luogo verso il pubblico italiano che, dovendo cacciare il grano, si aspetta e pretende giustamente di avere tra le mani un prodotto quantomeno valido e professionale.
Per fortuna, nel 2019 la Dynit ha ridoppiato il film, pubblicandolo in DVD e Bluray con il titolo “I bambini che inseguono le stelle”, restituendo dignità ad un’opera altrimenti massacrata. Il giorno in cui succederà lo stesso con le opere Studio Ghibli senza gli orrendi adattamenti di Cannarsi, potrò morire felice… ma purtroppo questa è un’altra (lunga e triste) storia.

Uno scorcio di Agartha

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 6
le solite magagne di Shinkai, scelte di trama forzate ed azzardate, non sono così gravi da minare la fruizione della storia. A mio avviso, il frullato di mitologie asiatiche, occidentali e centroamericane ha generato qualcosa di quasi originale (non mi sbilancio troppo).
Musiche: 6
l'immancabile spaccacoglioni Tenmon ci ammorba con il suo solito commento musicale, qui coadiuvato da un'orchestra che aggiunge sostanza e varietà alle azioni più concitate.
Regia: 8,5
Shinkai è, registicamente, una garanzia, ad ogni produzione il livello visivo migliora a vista d'occhio, e Viaggio verso Agartha non fa eccezione. Questo è un film davvero gustoso alla visione.
Ritmo: 6,5
il voto è perfino basso perché con un'ambientazione fantastica di questo livello ti aspetti di vivere un'avventura frenetica... ma Shinkai riesce ad essere lento e prolisso anche in questa occasione, senza mai raggiungere - per fortuna - il Livello Mortale del Tedio che io aborro.
Violenza: 6,5
non male alcune scene forti ed inquietanti, se è necessario Shinkai ci mostra il sangue, eccome. 
Humour: 5
registro comico nullo, si prosegue sul solco della tradizione del regista.
XXX: 0
nulla da segnalare.
Voto Globale: 7,5
promosso su tutta la linea, Viaggio verso Agartha è il film più atipico di Shinkai, nel senso che esce dai suoi soliti schemi ma che, a causa di questo, finisce per diventare troppo ordinario o simile ad altre produzioni. A salvarlo, neanche a parlarne, è la superlativa qualità grafica. Il voto finale non riflette il giudizio sulla versione italiana, talmente oscena che abbasserebbe la valutazione finale ad almeno un secco nonché desolante 4, altamente ingiusto nei confronti di Shinkai.
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