lunedì 11 settembre 2017

Independence Day - Rigenerazione (2016) | Microrecensione

Independence Day - Rigenerazione
Voto Imdb: 5,3
Titolo Originale:Independence Day - Resurgence
Anno:2016
Genere:Fantascienza, Catastrofico, Azione
Nazione:Stati Uniti
Regista:Roland Emmerich
Cast:Liam Hemsworth, Jeff Goldblum, Bill Pullman, Jessie Husher, Maika Monroe

Microrecensione, perché Indepenence Day - Rigenerazione non ne merita una più corposa: c'è davvero poco da dire!
Parto da una brevissima premessa: a me, generalmente, Roland Emmerich piace come regista. Certo, è tronfio, fa leva sul patriottismo americano che fa storcere tanti nasi e infarcisce i suoi film di cliché e cazzatone galattiche, eppure i suoi film mi divertono. Ha uno stile tutto suo e lo riconosci subito al volo (salvo eccezioni, l'unica che ho tra l'altro recensito proprio qui: Anonymous): sai più o meno cosa aspettarti quando vai a vedere un suo film.
Con il seguito di Independence Day, il film dell'anno del 1996 (sicuramente a livello di incassi), ecco, succede esattamente così, con un grosso inghippo.
L'aspettativa!
Sono vent'anni che ci triturano i maroni con il brillantissimo seguito di quel filmone e in due decadi non nascondo che talvolta l'hype abbia raggiunto dei picchi molto alti, anche se a dire il vero nel tempo si è affievolito al punto da raggiungere un livello a metà strada fra "Toh, finalmente, è uscito?" e "Estigrancazzi?"
Il punto è che sai già cosa aspettarti: devastazioni assortite, personaggi granitici e monoschematici, scene giganti, effettoni roboanti, epica come pioggia durante i monsoni, morale spiccia che puoi saltare a piè pari. Dopo le solite due ore e poco più di visione, ecco che ti rendi conto che, purtroppo, niente di tutto questo è avvenuto e, se lo ha fatto, è successo solo in parte.
Independence Day - Rigenerazione è prima di tutto un film noioso. Lo sapete, la noia è la cosa che più odio in un film, mi cancella qualunque cosa di buono ci possa essere. Qui l'epica è stata sostituita proprio dal tedio, perfino le scene di azione - e ce ne sono - sembrano stanche e pigre. In secondo luogo, è un film che fa acqua da tutte le parti. A livello di sceneggiatura (udite, udite: ancora più ridicola del primo film!); a livello di personaggi, veramente insulsi e poco credibili al punto che, se ne schiatta qualcuno, non c'è nemmeno un briciolo di empatia che ti faccia esclamare un "Poverino";  a livello di regia, davvero povera e poco curata, con un montaggio che definirei "scazzato"; infine, a livello, incredibile a dirsi nonostante il suo mega-budget, degli effetti speciali. Non che voglia essere sorpreso ogni volta, ma qui non c'è stato nulla che mi abbia fatto stropicciare gli occhi. Di scene di distruzione ce ne sono giusto un paio (una città asiatica - che non ho nemmeno riconosciuto, magari è famosissima) e Londra; di scene con le ondate ne abbiamo viste a bizzeffe altrove, delle quali alcune fatte meglio dallo stesso Emmerich, e quella dell'arrivo della mega nave aliena è tanto assurda e ridicola che invece di esclamare "WOW!" sbotti in una risata isterica accompagnata dal gesto della mano "Ma che è 'sta cazzatona?"
Independence Day - Rigenerazione è sostanzialmente un film riuscito male, di Emmerich ha giusto i suoi notori punti negativi senza che emozioni neanche un po' e l'unico personaggio decente è assente; d'altronde Will Smith aveva richiesto un cifrone che la produzione ha ritenuto eccessiva (50 milioni per due film) e in risposta gli ha detto proprio così: "Puppa! Vai pure a fare Suicide Squad, che poi il botto lo facciamo noi, ah ah ah!". Poi le cose sono andate un po' diversamente e non mi sento di dare torto alla scelta e alle richieste del buon Principe di Bel Air. Il cast, ricco come personaggi, è anonimo: metà degli attori sono superstiti del primo film e sicuramente hanno accettato solo per il cachet; le new entry, alcuni noti, altri meno (non mi metto nemmeno ad elencarli), hanno sicuramente accettato solo per il cachet; nessuno, di entrambi i gruppi, deve aver letto la sceneggiatura, altrimenti dubito che ne avremmo visto qualcuno sullo schermo. Una macchina indelebile per Jeff Goldblum e Bill Pullman, Liam Hemsworth si frega le mani (tra la saga di Hunger Games e questo ha su un bel gruzzolo in banca), gli altri aspetteranno un'altra occasione per mettersi in mostra. 
Bocciato senz'appello, un film senza anima e che non aggiunge nulla al tema delle invasioni extraterrestri. Preferisco di gran lunga il virus informatico che distrugge l'astronave madre: rendetevi conto di quanto sia azzardata quest'affermazione e soppesatela con il risultato di questo film. Potreste addirittura darmi ragione!


Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 3 Musiche: 5,5
Regia: 5 Ritmo: 5
Violenza: 5 Humour: 2
XXX: 0 Voto Globale: 4

giovedì 31 agosto 2017

A silent voice (2016) | Recensione

A silent voice
Voto Imdb: 8,3
Titolo Originale:Koe no Katachi
Anno:2016
Genere:Drammatico, Sentimentale, Scolastico
Nazione:Giappone
Regista:Naoko Yamada
Cast:Miyu Irino, Saori Hayami, Kenshou Ono

A Silent Voice - Il cast dei personaggi principali
Non sapevo cosa aspettarmi prima della visione di questo lungometraggio (cinematografico) d'animazione giapponese. Lette due righe di trama striminzite, decido di andare allo sbaraglio: lo ammetto, sono rimasto disturbato e travolto da un'ondata emozionale come non mi succedeva da non so nemmeno più quanto tempo. Lo dico a voi per prepararvi: A silent voice dura due ore e dieci, 129 minuti per la precisione, ma me ne sono accorto soltanto ai titoli di coda una volta staccato lo sguardo dal televisore. Non è un film per tutti, non è, probabilmente, un film adatto ai frequentatori abituali di questo blog... ma se ora sono qui a scriverne, significa che in qualche modo mi ha lasciato un piccolo segno: vediamo di capire perché.
Shouta il bullo e i suoi due amici ai tempi delle elementari
Shouta Ishida è uno studente delle superiori; davanti a sé ha un calendario dove, giorno per giorno, sbarra le caselle in attesa del 15, che reca la scritta "La fine di tutto". Il resto del calendario è stato strappato via: Shouta ha deciso di farla finita e sta cercando di chiudere tutti i sospesi prima del fatidico giorno (licenziarsi, vendere i suoi oggetti personali, ritirare in contanti tutto quello che è rimasto sul conto bancario). Il 15 il ragazzo lascia tutti i suoi risparmi - per i quali ha lavorato duramente - ai piedi del letto di sua madre e si incammina verso il ponte sul fiume principale della cittadina giapponese di campagna in cui vive. Sale sulla ringhiera e resta in precario equilibrio, gli occhi chiusi, in bilico tra la vita e la morte. Un petardo lanciato da un'allegra famigliola lo distrae, riportandolo alla realtà. Shouta sbatte gli occhi, scende dal parapetto e si lascia andare ai ricordi: cosa l'ha portato a questa situazione?
Shouko quando si presenta alla classe. Il notebook riporta la
scritta "Non posso sentire".
Cinque anni prima, scuola elementare. Lui è un esuberante dodicenne e le sue giornate sono scandite dalla noia; per combatterla, sceglie la facile via della vile arroganza e prende di mira i compagni di classe. Una mattina arriva a scuola una nuova alunna, Shouko Nishimiya, che si presenta in un modo che stupisce tutti: timida, impacciata, silenziosa, estrae un blocchetto dallo zaino e scrive a tutti: "Non posso sentire". Quel blocchetto è il suo modo di comunicare con l'esterno, lei e gli amici interagiscono scrivendoci sopra. Nei primi giorni i compagni cercano di accoglierla nel migliore dei modi, ma la sua disabilità comincia, nel tempo, a creare difficoltà nel regolare svolgimento delle attività didattiche. Shouko rallenta la classe e nemmeno i professori nascondono un velato fastidio. In fondo, l'equilibrio del loro piccolo mondo è stato turbato e nessuno in realtà si rende conto di non essere pronto a cambiare. Con la sua esuberanza, Shouta è l'unico che rifiuta apertamente la ragazzina ed inizia a bullizzarla in tutti i modi, facendole scherzi sempre più crudeli e arrivando, alla fine, a gettare dalla finestra i suoi apparecchi acustici. Il tutto sotto gli occhi di compagni e professori, che non fanno nulla per fermarlo. Shouko non reagisce e cerca sempre un contatto... l'ennesimo scherzo del ragazzo che la ferisce perfino ad un orecchio è la goccia che fa traboccare il vaso. Shouko lascia la scuola e il preside entra in classe per lanciare la sua dura accusa: la famiglia della ragazzina ha speso tantissimi soldi per le riparazioni degli apparecchi e il preside chiede apertamente alla classe: "Si tratta di bullismo? Chi sa, parli."
L'inizio degli scherzi di Shouta
Ed ecco che Shouta diventa il capro espiatorio: accusato dai professori e dai compagni, paga lui per tutti e viene ricoperto di ignominia e sospeso qualche giorno dalla scuola. Sua madre raccoglie tutti i suoi risparmi e li consegna alla famiglia Nishimiya per scusarsi; quando il ragazzino ritorna in classe, scopre che tutto è cambiato: lui è un mostro e diventa vittima a sua volta di bullismo da parte della scuola, rifiutato da tutti, anche da quelli che fino a pochi giorni prima considerava come i suoi migliori amici. Shouta è consapevole di essere il principale artefice della sua situazione e la accetta passivamente con il risultato di chiudersi sempre di più, isolandosi dal resto del mondo.
Cinque anni dopo, nella sua nuova scuola liceale, lui per primo evita di relazionarsi con gli altri. Non parla con nessuno, non conosce nemmeno i loro nomi, si isola, guarda sempre in basso e vive le sue giornate in mestizia e solitudine. Quando scende dal ponte dal quale stava per gettarsi, decide che è arrivato il momento di svoltare; non è una cosa che può avvenire dall'oggi al domani, è un percorso lento e graduale, ma da qualche parte deve incominciare. A causa del senso di colpa che lo accompagna, inizia ad imparare il linguaggio dei segni e, forte di questa nuova consapevolezza, decide di trovare Shouko per chiederle scusa e darle tutto il suo supporto morale, quello che le è stato negato da piccola a causa sua. Il nuovo incontro con la ragazza è l'inizio di un suo percorso interiore difficile, tormentato, in cui il ragazzo cerca in tutti i modi di redimersi dagli errori compiuti in passato e per farlo coinvolgerà anche i vecchi compagni delle elementari.
Mi fermo qui con il racconto della trama: questi sono solo i primi quindici minuti, ma mi sono soffermato sui dettagli perché gli elementi essenziali di A silent voice sono tutti qui, racchiusi in uno degli inizi più belli che mi sia capitato di vedere in un film d'animazione: dolce e disturbante, leggero e spiazzante.
Esempio di inquadratura ricorrente.
Partiamo con una considerazione banale, ma doverosa: A silent voice è un film giapponese nel midollo, non parlo solo di ambientazione ma proprio di situazioni, comportamenti, modi di pensare e di agire che, talvolta, possono risultare strani agli occhi di noi occidentali, soprattutto per quelli che vedono il paese del Sol Levante come un mondo alieno. Tanto per cominciare, è un film dannatamente lento. Come svolgimento, certo, ma anche come narrazione. Molti silenzi, molte inquadrature che si soffermano sui piccoli gesti quotidiani, molte panoramiche e carrellate sull'ambiente che circonda i ragazzi: fiori (non solo gli immancabili ciliegi), strade, palazzi. Stesse azioni ripetute, stessi tragitti percorsi, atti a sottolineare la quotidianità di un'esistenza che si trascina quasi per inerzia. Spesso l'inquadratura indugia sui piedi in movimento: non vedi volti, vedi soltanto il marciapiede, l'aiuola, la scarpa; talvolta l'inquadratura è statica, si sofferma su un particolare preciso mentre le voci fuori campo continuano a rincorrersi tra loro. Un significato molto particolare è dato dai fiori, presenti in moltissime forme e tipologie lungo l'intero arco narrativo; non è un vezzo della regista ma ha un significato più profondo, che può essere associato a Shouko: in Giappone, è noto, viene riposta molta attenzione sull'Hanakotoba ("Il linguaggio dei fiori", secondo cui ogni fiore che esiste esprime qualcosa) e sull'Ikebana ("L'arte di disporre i fiori", una vera e propria forma d'arte con cui poter veicolare un messaggio). Per Shouko la comunicazione è un vero problema, ecco quindi che, grazie alla regista, le ripetute e soffermate inquadrature sui fiori rafforzano un legame certamente metaforico ma non per questo meno intenso tra il disperato bisogno di comunicare un messaggio e l'impossibilità di farlo in modo "normale". A silent voice va oltre la banalità del "dillo con un fiore", arriva a dirci in modo malinconico che a volte anche così, nel silenzio, puoi trasmettere un'emozione.

Margherite Viola - In fondo alla recensione, altri esempi di immagini floreali tratte dal film
A silent voice è molto giapponese anche per diversi altri aspetti: l'ostinazione nel chiamarsi per cognome tra amici, il chiedere scusa con inchino anche se non si ha colpa e, soprattutto, il pensare più alle cose non dette rispetto a quelle dette. L'incomunicabilità diventa un punto focale nelle relazioni interpersonali, qui addirittura ingigantita e portata a nuovi livelli a causa dell'handicap di Shouko. Il film (e il manga originale da cui lo stesso è stato tratto) è, infine, tremendamente giapponese quando punta il dito contro gli eccessi e le storture della società. A silent voice è un diretto atto di accusa contro il bullismo, certo, ma lo è anche contro l'ipocrisia delle persone che si fermano alle apparenze e all'onore, contro l'ostilità nei confronti dell'handicap (ci torno fra poco), contro l'apatia e la sociopatia che sempre più spesso colpisce i giovani, contro infine la depressione come vera e propria malattia. Come potete capire, i temi sono tutt'altro che leggeri e per questo va fatto un enorme plauso prima alla mangaka Yoshitoki Ōima, che ha vinto lo scetticismo iniziale dell'editore (Kodansha) che temeva contraccolpi e scarso gradimento a causa del soggetto; grazie al supporto del Japanese Federation of the Deaf (JFD) il manga ha ottenuto quella visibilità necessaria per ottenere il via alla pubblicazione regolare, vincendo in seguito molti premi della critica (tra cui "Miglior manga esordiente Kodansha") e ottenendo un ottimo riscontro di vendite. Un secondo grosso plauso va alla regista Naoko Yamada e alla sceneggiatrice Reiko Yoshida, bravissime a cogliere lo spirito della storia originale e a trasporlo in un film di alta qualità, il tutto grazie agli studi della Kyoto Animation (K-On! MovieTamako Love Story, The Melancholy of Haruhi Suzumiya). Proiettato al cinema, il film è stato uno degli incassi maggiori della stagione giapponese, battuto giusto dall'altrettanto splendido Your Name di Makoto Shinkai ed entrato nella Top 10 dei più visti del 2016. Tutto questo per dire che, per fortuna, l'atto di coraggio di autrice e regista sono stati ben accolti da una società da sempre ritenuta chiusa ed ostile alle tematiche più scottanti. Il che, a pensarci bene, è l'ennesima dimostrazione delle enormi contraddizioni che caratterizzano il Giappone.
Shouko e il linguaggio dei segni: "Ci rivediamo". Nel film è stata
posta molta attenzione al realismo dei linguaggio dei segni
(quasi mi viene da pensare li abbiano ripresi col sistema in
rotoscape). In Giappone il linguaggio dei segni ricalca in qualche
modo gli ideogrammi, spesso i "vocaboli" sono diversi da quelli
occidentali proprio per questo motivo.
Parliamo dei disabili, ad esempio: le città giapponesi sono tra le più organizzate dal punto di vista delle barriere architettoniche; io che ci sono stato da turista in viaggio di nozze posso dire che, soprattutto Tokyo, hanno un'accessibilità che non ho visto da nessun'altra parte, figuriamoci qui in Italia. Il disabile non è un problema all'atto pratico, lo diventa però a livello psicologico, soprattutto quando la disabilità non è motoria ma di altra natura. Per la famiglia il disabile è una vergogna e meno lo si rende pubblico, meglio è. Per i sordi il Giappone, nonostante il suo progresso tecnologico, è più indietro di Londra, tanto per fare un confronto tra due metropoli "occidentali" di primo piano. In Inghilterra i cinema hanno il bluetooth che si interfaccia con le protesi acustiche, in Giappone manca un movimento di assistenza statale nelle scuole - solo negli ultimi anni, per merito delle Olimpiadi 2012 di Tokyo e delle successive Paraolimpiadi, si è mosso qualcosa e, come da tradizione nipponica, il gap si sta riducendo sempre più. A fare resistenza resta comunque l'ottusità e la chiusura mentale delle famiglie, soprattutto fuori da Tokyo, nei paesini (cittadine) di campagna come quella che fa da cornice alle vicende di Shouko e Shouta. Per quanto riguarda la situazione raccontata nel film, mi verrebbe giusto da pensare più ad un errore (o ad una licenza narrativa) quando vedi una persona nelle condizioni della ragazza: per il tipo di linguaggio verbale da lei usato, ai più incomprensibile, per il livello di sordità evidenziato, mi sarei aspettato di vederla con un impianto cocleare al posto delle protesi acustiche, per lei poco utili. Ma in fondo, questo aspetto non interessa al normale telespettatore e avrebbe appesantito ulteriormente la narrazione: quando ad esempio vedi tanta cura e attenzione riposta nelle sequenze del linguaggio dei gesti, vorresti che anche tutto il resto fosse sempre perfetto! Quello che voglio dire è che per il Giappone il problema non è la tecnologia ma la mentalità rigida e chiusa.
A silent voice è quindi un film coraggioso ma purtroppo imperfetto e poco bilanciato nonostante i suoi pregi superino di gran lunga i difetti (l'avrete capito dal voto esagerato che gli ho dato in fondo). Cosa funziona e cosa no?

Esempio di fondale strepitoso 1
Esempio di fondale strepitoso 2
Visivamente è uno spettacolo. I disegni dei personaggi sono semplici, è vero, ma ben animati. I fondali sono strepitosi, ai livelli delle ultime produzioni di Makoto Shinkai (quello che sta un po' raccogliendo l'eredità degli orfani dello Studio Ghibli), la cura dei dettagli è maniacale e niente è lasciato al caso. Per scrivere questo pezzo, ad esempio, mi sono rivisto i primi quindici minuti e alla seconda visione ho notato moltissimi particolari che mi erano sfuggiti alla prima visione; sono tante piccole cose che non si possono spiegare ma che rendono più piena la fruizione del film. Le musiche sono struggenti e accompagnano perfettamente la narrazione; a volte basta un semplice pezzo di pianoforte per sottolineare le emozioni dei protagonisti; altre volte il silenzio è la migliore colonna sonora possibile e la regista non si fa problemi ad usarlo nei momenti più intimi. La regia stessa ha alcuni tocchi di genio che ho apprezzato tantissimo, primo su tutti il modo di rappresentare la sociopatia di Shouta: tutti i volti delle persone che lo circondano sono coperti da una grossa X che cade a terra ogni volta che il ragazzo riesce a sollevare lo sguardo e scrutare negli occhi chi gli sta davanti; se poi qualcuno ne diventa amico, ecco che la sua X scompare definitivamente.
Le X che coprono i volti di chi circonda Shouta
Poi arriviamo ai personaggi. Tre in particolare giganteggiano su tutti: i due protagonisti e Naoka Ueno, una delle compagne di classe delle elementari che ritroveremo anche dopo. Shouta, l'ex-bullo, è il fulcro di tutta la narrazione e, in fondo, la storia si focalizza sul suo percorso di redenzione; Shouko è il deus-ex-machina che mette in moto tutti gli eventi e ricopre un ruolo fondamentale per la crescita del protagonista (altro non dico per non incappare in indesiderati spoiler); Naoka, infine, è forse il personaggio che mi ha colpito maggiormente. Lei è esattamente come il ragazzo (forse ne è anche innamorata, non lo sappiamo, ma conoscendo il modo di ragionare dei giapponesi lo possiamo intuire dalle sue azioni), lei forse per gelosia è ostile nei confronti di Shouko e non si fa problemi a dirglielo in faccia. La dirompenza di Naoka è causa di litigi e fratture tra i ragazzi (tanto che per un lungo arco narrativo il suo stesso volto sarà ricoperto dalla X di Shouta), ma allo stesso tempo è il suo essere fuori dagli schemi a smuovere le coscienze dei protagonisti, soprattutto nella seconda metà della storia.
Naoka Ueno
Ed è qui che arrivano le magagne del film, come ho anticipato prima. A mio avviso c'è troppo sbilanciamento tra una prima parte semplicemente perfetta e una seconda dove il melodramma, il voler colpire emotivamente lo spettatore con soluzioni a volte anche semplicistiche ma esagerate, prendono il sopravvento mettendo in secondo piano tutti i temi portanti. Lo sbilanciamento, probabilmente, è una scelta voluta e consapevole: si è preferito focalizzarsi sul difficile percorso di crescita di Shouta, lasciando i temi scottanti solo come spunto di riflessione, messi in secondo piano senza svilupparli appieno. Poi alcuni personaggi - soprattutto quelli secondari - sono più deboli di altri, ma è inevitabile quando cerchi di adattare un'opera di respiro più ampio come un manga; altri personaggi ancora risultano troppo forzati o esagerati se inseriti in un contesto estremamente realistico come questo film (mi riferisco a Yuzuru, sorellina di Shouko, che agisce in modo troppo adulto rispetto alla sua età). Il film, inoltre, non spiega alcuni passaggi che invece il manga chiarisce; in tal caso, forse sarebbe stato preferibile eliminarli del tutto (ad esempio il perché Yuzuru faccia foto ad animali morti, cosa nel manga ha un senso e qui viene a mancare).
Il blocco note delle elementari viene sostituito dallo smartphone
Prima di concludere, vorrei rispondere ad una delle critiche più ricorrenti che ho letto nelle varie recensioni su cui mi sono fiondato subito dopo la visione del film. Per molti, il personaggio della ragazza sorda Shouko è troppo piatto, monodimensionale, senza una vera crescita. Io, a tutti quelli che la pensano così, dico solo una cosa: avete torto marcio perché non avete capito una beneamata ciolla del personaggio. Se lei non reagisce, è perché è insicura, e questa insicurezza, cari miei, te la tieni per tutta la vita. Non è una questione di accettare se stessi e, come si dice, gettare il cuore oltre l'ostacolo. Il non volersi aprire è diretta conseguenza di uno stato che ti blocca e ti frena per timore di non capire e di non farsi capire. Non è vero che lei non cresce, non è vero che resta uguale a quando era piccola; quelli che a noi sembrano piccoli passi per lei sono invece un balzo enorme. Shouko resta a mio avviso il personaggio più forte di tutti pur con la sua fragilità e, nonostante il suo costante bisogno di dipendere dagli altri, diventa un appiglio a cui Shouta si aggrappa per non perdersi. Scusate se è poco. Si può forse criticare, quello sì, un finale troppo aperto che non conclude in modo netto tutto l'arco narrativo, ma io vi chiedo: è davvero così necessario? Anche questo è un aspetto molto giapponese e non mi ha disturbato affatto.
Quello che conta davvero, e lo ribadisco, è se il film ha emozionato. Ha avuto senso spendere due ore e dieci minuti della mia vita per vederlo? Io dico: sì, tantissimo, al punto che in questo stesso istante ho un'insopprimibile voglia di rivedermelo per riassaporare alcune sequenze degne di essere conservate nel personale cassettino dei ricordi. Nonostante i suoi difetti, A silent voice è un capolavoro che sarà ricordato a lungo ma va anche detto che non è un film per tutti. Cercate di non essere aridi e dategli una possibilità; c'è una pur remota eventualità che vi riscopriate più sensibili di quello che credevate. E chissà? Forse anche più ricchi dentro di voi.



Nota per l'Italia
Il film è stato presentato al Future Film Festival di Bologna nel mese di Maggio 2017 e sarà proiettato anche nei cinema italiani nel mese di Ottobre 2017, dal momento che è stato annunciato un adattamento dalla Dynit avrete un'occasione in più per andare a guardare qualcosa di diverso e premiare un certo tipo di cinema che vada oltre il blockbuster annunciato.

P.S. Dopo aver letto questa recensione, quasi non mi sono riconosciuto! Per ristabilire il giusto karma, sarò costretto a recensire, come prossimo film, qualcosa di veramente atroce e lontanissimo dal cinema serio ed impegnato. Promesso!


Margherite bianche

Nemophila

Margherite gialle

Girasoli

Fresia

Anemoni

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 7
Semplice, lineare, coerente, ben strutturata. Splendidi alcuni personaggi, la forza del film è più nell'atmosfera che nella storia. Non si vive per il colpo di scena, ma per assaporare ogni momento narrativo. Il voto sarebbe stato anche più alto se solo il film non si fosse un po' perso per strada nella seconda parte.
Musiche: 8
Colonna sonora struggente e perfettamente funzionale allo svolgimento della storia.
Regia: 8
Alla terza prova da regista, Naoko Yamada ha davvero fatto centro. Ha solo 32 anni anni ma talento da vendere, lasciatemelo dire: tenetela d'occhio.
Ritmo: 5
Il voto tecnicamente sarebbe anche più basso, il film è davvero lentissimo. Ma va detto che a me non ha pesato per nulla, al punto che del tempo trascorso me ne sono accorto solo durante i titoli di coda.
Violenza:
7
Qui non si parla di violenza fisica, ma psicologica: quella della società, del rifiuto, della non accettazione, dell'incomunicabilità. Mi ha disturbato molto, forse più degli splatter ultraviolenti a cui sono abituato (e forse assuefatto!)

Humour: 5
Diciamocelo: è un film pesante, oserei dire quasi opprimente; c'è qualche scenetta che vorrebbe alleggerire l'atmosfera ma, davvero, non ce la fa.
XXX: 0
Niente da segnalare: il fan service avrebbe solo rovinato l'atmosfera.
Voto Globale: 9
Il voto è esagerato, sono il primo ad ammetterlo. Ma lo difendo con forza, per tanti motivi. A silent voice è un film che emoziona, a volte troppo (i più sensibili tengano fazzoletti a portata di mano); è un film coraggioso, ma per capirne la portata occorre un po' conoscere - anche solo superficialmente - il Giappone; è un film che lascia il segno e che offre più di uno spunto di riflessione. Per una volta esco dal tracciato del paradigma cinema = evasione e dico: assaporatelo, rifletteteci sopra, lasciatevi guidare dalle sue struggenti immagini.

martedì 18 ottobre 2016

The Wave (2015) | Recensione

The Wave
Voto Imdb: 6,7
Titolo Originale:Bølgen
Anno:2015
Genere:Azione, Catastrofico
Nazione:Norvegia
Regista:Roar Uthaug
Cast:Kristoffer Joner, Ane Dahl Torp

Ecco cosa potrebbe succedere in un fiordo norvegese...
L'idillio prima del disastro...
Non prendetemi per pazzo, ma fin da quando ero piccolo avevo una paura fottuta che un'ondata gigantesca si abbattesse nel paese in cui vivevo. Il fatto che suddetto posto si trovasse nel mezzo della pianura padana non mi tangeva minimamente, anzi rafforzava la mia convinzione: se mai avessi dovuto vedere arrivare una terribile ondata alle porte di Milano, significava che la fine del mondo sarebbe stata davvero dietro l'angolo. Oh, sono serio: se ci penso tutt'ora, alle ondate gigantesche, mi vengono i brividi e mi sudano le mani. Non capita di rado che, in riva ad una spiaggia, col cervello fritto dai raggi solari, mi soffermi a scrutare l'orizzonte con l'inconscio terrore di vedere il movimento della cresta di un'onda alta dieci piani e piena di schiuma; in questi momenti, il mio cervello inesorabilmente fa scattare il piano di salvezza: mi guardo in giro per vedere quali postazioni sopraelevate possano garantire un appiglio (solitamente non ce ne sono di così alte, le onde che mi immagino io sono discretamente enormi) e calcolo più o meno quanto tempo ci vorrà prima che la spiaggia venga travolta (dato che le mie onde sono alte più dei palazzi lungo il tratto ligure della via Aurelia, il fatto di poterle vedere sulla linea dell'orizzonte mi permette il lusso di concedermi almeno una decina di minuti di tempo per la fuga). Poi il grido "coccobbbelloooo!" mi risveglia di soprassalto ed io guardo grato il tizio col secchiello e la canotta pezzata perché mi ha distolto dai miei pensieri deliranti. Non saprei dire quali traumi infantili devo aver avuto sull'argomento in questione ma ricordo una puntata di Space Robot (Getta Robot) in cui i cattivi provocavano un'ondata enorme che travolgeva una città e, soprattutto, ricordo Conan il ragazzo del futuro, una serie animata di Hayao Miyazaki del 1978, tuttora tra le mie preferite di sempre, che ha come culmine dell'intero arco narrativo una gigantesca ondata causata dallo sprofondamento di un continente. Non parliamo poi degli infiniti film catastrofici, genere che adoro (probabilmente funziona come con gli horror: li guardo per esorcizzare le mie paure. Ora mi auto-fatturo questa analisi psicologica, grazie, grazie!).
Conan il ragazzo del futuro - onda
Senza andare troppo indietro nel tempo, ci sono scene spettacolari di grandi ondate in 2012 (di Roland Emmerich, 2009), The Day After Tomorrow (sempre di Roland Emmerich, 2004 - questo regista deve avere avuto il mio stesso trauma), Deep Impact (di Mimi Leder, 1998), San Andreas (di Brad Peyton, 2015) e... Un Mercoledì da leoni (di John Milius, 1978). Sì, sono riuscito ad infilarci questo film anche in siffatta recensione, d'altronde vediamo la storia dei protagonisti scandita nel tempo da diverse mareggiate che i nostri eroi affrontano sui loro surf con il sogno, realizzatosi, di cavalcare "the Big One", la più grande ondata di sempre. In fondo, è facile capire perché questo argomento faccia così tanta presa nell'immaginario collettivo: è la paura dell'ignoto, che non puoi controllare, più grande e più forte di te contro cui non potrai mai vincere ma a cui potrai giusto sopravvivere, se ti va bene.
Bando alle ciance: penso che alla fine di questo preambolo, più lungo della stessa recensione, vi sarà venuto un velato sospetto su quale possa essere l'argomento del film in oggetto. Di cosa parlerà mai The Wave? Beh, di sicuro non della Sagra del Gnocco Fritto sul Mincio.
L'arrivo dell'ondata non lascia indifferenti.
La prima cosa da sapere è che il film è una produzione completamente scandinava (regia e location norvegese con fondi anche svedesi e danesi) e che ha come dichiarazione d'intenti quella di non sfigurare nei confronti delle blasonate e già citate produzioni hollywoodiane. La seconda cosa da sapere è che la storia parte da alcune premesse storiche reali: nel 1934 una frana provocò uno tsunami nel fiordo di Tafjord, uccidendo 40 persone, incidente analogo a quello del 1905 che fece sessanta vittime; la stessa tragedia, si ipotizza, potrebbe succedere a Geiranger, paesino situato nell'omonimo fiordo. Immaginatevi uno di questo splendidi fiordi norvegesi, sovrastati da pareti alte anche mille metri, ed immaginate cosa potrebbe succedere se un fianco dovesse crollare finendo dritto sul mare: quale terrificante, roboante, inarrestabile ondata potrebbe venir fuori, soprattutto se diretta verso l'interno?
Qui il protagonista sembra astuto come una faina...
Il protagonista è Kristian (Kristoffer Joner, visto in Revenant - Redivivo di  Alejandro González Iñárritu), un geologo sposato con la milf Idun (Ane Dahl Torp, già vista in Dead Snow, recuperatelo perdinci! Qui la recensione.) e padre del ribelle-adolescente-testa-di-minchia Sondre e della piccola-ma-adorabile Julia. L'allegra famigliola si trova a Geiranger e Kristian è al suo ultimo giorno di lavoro come geologo esperto di frane e sismi: lo aspetta un lavoro più tranquillo in città e non in paese, anche se al soldo delle compagnie petrolifere. Ovviamente le Cose Brutte succedono sempre dopo i commiati: lui si accorge di alcuni valori anomali evidenziati dai sensori situati all'interno di una montagna e, dopo aver consultato dati analoghi di tragedie simili (viene citato anche il caso del Vajont), giunge alla terribile verità: la montagna sta per cedere e quando questo accadrà, il paese avrà solo dieci minuti di tempo per sfuggire al gigantesco tsunami che si genererà a causa della frana. Sapete cosa succede a tutte le Cassandre dei film catastrofici, vero? Nessuno se li caga manco per sbaglio, e lo stesso, inizialmente, avviene per Kristian. Poi la situazione precipita, lo tsunami arriva davvero e la tragedia si abbatte sul povero fiordo norvegese. Kristian dovrà tornare sul luogo del disastro per ricongiungersi alla famiglia, ma sarà un'impresa veramente difficile...
Da queste righe appare evidente che la dichiarazione d'intenti del regista Roar Uthaug non si limitasse solo agli effetti speciali sulla catastrofe; l'intero film sia adagia completamente su alcuni cliché consolidati, forse anche troppo, tipici del cinema di genere:
  • Il protagonista sa, prevede, lancia l'allarme, nessuno inizialmente lo ascolta;
  • La composizione della famiglia è sempre la stessa: lui un po' paranoide, lei dura, lo ama, ma litigano perché lui ha fatto una cazzata immane; il figlio maggiore, adolescente, è solo fonte di problemi; la figlioletta piccolina è l'unica che si fa domande sensate sul futuro della famiglia;
  • La tragedia arriva e il protagonista è l'unico in qualche modo preparato;
  • La catastrofe semina morte e distruzione e separa la famiglia del protagonista; nessuno dei componenti muore a causa del disastro;
  • Alcuni personaggi minori non riescono a gestire il panico e impazziscono andando totalmente fuori di testa; ma no, i nostri protagonisti reggono perfettamente alla spaventosa pressione psicologica della situazione disumana in cui sono precipitati;
  • Il protagonista parte alla ricerca della famiglia nonostante le condizioni avverse, sue e dei suoi cari;
  • [SPOILER ASSASSINO - evidenzia per leggere] Happy ending a manetta dopo scena altamente drammatica in cui tutto sembra perduto come lacrime nella pioggia (cit.)
#TEAM MILF IDUN
Insomma, è evidente: prendete un qualunque film catastrofico americano e noterete che la ricetta è sempre la stessa. Ogni tanto salta fuori una variante (di solito i genitori dei film americani sono divorziati o in procinto a farlo, cosa che qui non avviene anche se un'inquadratura ed una domanda ingenua della bimba lo lascerebbero perfino supporre), ma il risultato finale è sempre il medesimo. I capostipiti hanno dettato le regole e tutti, più o meno pedissequamente, ne hanno seguito i canoni, The Wave incluso. Uno potrebbe domandarsi: cosa differenzia questo film dagli altri appartenenti allo stesso filone? La risposta è molto semplice: la lingua, qui il norvegese. Per il resto, non c'è nessun'altra differenza. Se da un lato è facile intuire come questo sia il suo più grande difetto, dall'altro ne è anche un pregio e le promesse iniziali del regista sono state mantenute: The Wave non delude affatto le aspettative e la resa finale, effetti speciali inclusi, è all'altezza di film con budget infinitamente superiori (stiamo parlando di sei milioni di euro contro gli oltre cento di una produzione alla San Andreas, per fare un esempio). Le immagini sono nitide, la visuale su schermo bella stabile (niente parkinson-camera, olè!), il montaggio serrato e le transizioni tra una scena e l'altra ben eseguite. Buona la recitazione degli attori (così così il doppiaggio italiano, ormai in caduta libera - considerazione generale buttata gratuitamente in mezzo) e decisamente ottimi gli effetti speciali. In più segnalo, come valore aggiunto, la bellezza selvaggia e mozzafiato del paesaggio: ci sono alcune inquadrature davvero spettacolari, ed è solo merito della natura anche se regista e direttore della fotografia sono stati bravi a catturare il momento giusto per rendere giustizia ai fiordi.
Altro esempio della furia distruttrice...
Il film è idealmente diviso in tre parti distinte più o meno con la durata equamente distribuita: il pre-catastrofe, l'armageddon e il post-cataclisma. La prima parte è più di stampo europeo: molto lenta, ci permette di entrare nella psiche del protagonista e nelle dinamiche familiari, il tedio è dietro l'angolo ma il regista è stato bravo a fermarsi un attimo prima; la seconda è serratissima e da quando arriva lo tsunami che spazza il fiordo il film non si ferma più. La terza, che lascia spazio al dramma della ricerca in mezzo alle macerie, è bella tesa e mantiene il giusto livello di suspense fino alla sua inevitabile conclusione. La parte migliore, come spesso accade in produzioni simili, è quella appena precedente alla catastrofe: la lettura dei segnali premonitori, l'incombere dell'ineluttabile minaccia, il terrore che noi spettatori percepiamo perché sappiamo già quello che succederà. Poi, quando l'ondata arriva, l'effetto è stato per me travolgente. Un po' mi sono rivisto sulla spiaggia, intento a scrutare l'orizzonte in cerca della cresta. Solo che qui l'effetto è maggiore perché il danno è circoscritto ad un ambiente chiuso, piccolo, e per questo ancora più devastante.
Ed infine, ecco l'altra disgrazia (il figlio adolescente) :-)
Sarò estremamente sincero: questo film non ha niente, assolutamente niente di originale. La trama non sarebbe banale presa di per sé, ma rispecchia fin troppo fedelmente i cliché di tutti i film precedenti sullo stesso argomento; non innova e non aggiunge nulla di caratteristico o peculiare che lo distingua dalla massa. Ma c'è un "però": The Wave funziona benissimo. Nonostante tu sappia in anticipo quello che accadrà, non perché sei un precog ma perché senti che sarà così, nonostante tu sappia benissimo che il protagonista per forza di cose dovrà ricongiungersi alla famiglia... ecco, nonostante tutto il resto, il film emoziona. Detto di un film nordico può sembrare un ossimoro ma, davvero, The Wave si lascia guardare fino in fondo proprio grazie al suo ritmo e alla sua durata non eccessiva, appena 104 minuti: solitamente i catastrofici si avvicinano più alle tre ore che alle due ore, e questo è un pregio non indifferente. Per una volta, chiudo gli occhi e ascolto il cuore e non la mente: me lo sono goduto dall'inizio alla fine, mi ha lasciato appagato, non è infarcito di solenni cazzatone (oddio, magari qualcosa di inverosimile c'è, soprattutto nel finale, ma niente di paragonabile alla sboronaggine hollywoodiana) anzi, si dimostra perfino asciutto ed essenziale. Oddio, asciutto non è il termine migliore, vero? Promosso, anche come incoraggiamento verso un cinema europeo che nulla ha da invidiare alle produzioni americane, anche se la scelta di combatterlo ad armi (troppo) pari a molti farà storcere il naso. Ma il cinema non è solo razionalità, è anche emozione, e The Wave, con me, ci è riuscito in pieno.

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4
Davvero, non c'è nulla di originale nel film, a parte la location. Nulla. Nothing. Nada. Nichts.
Musiche: 7
La colonna sonora è azzeccata e sottolinea molto bene sia le fasi concitate, sia quelle drammatiche.
Regia: 8
Registicamente e tecnicamente, il film è confezionato davvero molto bene. Nulla da eccepire.
Ritmo: 7,5
Qualche punto in meno a causa della lentezza iniziale, poi arriva il disastro e il film si ferma solo con i titoli di coda.
Violenza: 6
Un paio di morti cruente che non ti aspetti, sapientemente piazzate nei punti giusti: il minimo sindacale per strappare un V.M. 12...
Humour: 5
C'è qualche battuta detta tra i personaggi, ma nulla di memorabile: ehi, stiamo parlando di humour scandinavo!
XXX: 0
Nulla da segnalare.
Voto Globale: 7,5
Indeciso se dargli punti in meno a causa della palese e totale mancanza di originalità e coraggio, premio forse in modo eccessivo ma consapevole il mestiere del regista, grazie al quale The Wave si lascia guardare fino alla fine col fiato sospeso. Bene così!

domenica 18 settembre 2016

Paradise Beach - Dentro l'incubo (2016) | Recensione

Paradise Beach - Dentro l'incubo
Voto Imdb: 6,5
Titolo Originale:The Shallows
Anno:2016
Genere:Azione, Thriller
Nazione:Stati Uniti
Regista:Jaume Collet-Serra
Cast:Blake Lively, Brett Cullen

Poster di Paradise Beach - Dentro l'incubo

Gli squali sono tornati di moda, ma non lo scopriamo ora: tralasciando il discorso Sharknado, che ha un'accezione più di nicchia perché in fondo è una serie di film-tv che poco ha a che fare con il mainstream hollywoodiano, la produzione recente e meno recente ogni tanto sforna un film sui nostri amici pinnati. Senza andare troppo indietro nel tempo, posso citare The Reef (2010), Blu Profondo (1999, ok, per me gli Anni '90 sono ancora passato recente, va bene?), Shark Night - Il lago del terrore (2011), Open Water (2003) e il recentissimo In the Deep (2016, uscito in concomitanza con il film in oggetto della recensione; occhio a non farvi fuorviare dal fatto che In the Deep era anche il titolo provvisorio di Paradise Beach, cambiato poi in The Shallows!). Ho volutamente tralasciato i filoni Asylum dei vari Shark VS Qualunque Altra Bestia Viva o Meccanizzata che vi possa venire in mente, quelli sono degli evergreen buoni per ogni occasione, tanto fanno gloriosamente schifo indipendentemente dalle mode.
Paradise Beach - Dentro l'incubo s'infila dritto nel filone del survival horror, sottosezione "protagonista solitaria contro mille avversità e sfighe assortite che deve lottare contro la morte rappresentata da un feroce squalo assassino". Blake Lively è Nancy Adams, studentessa di medicina che ha appena perso la mamma per un tumore e che deve ancora riprendersi dalla depressione. Si trova a Tijuana, in Messico; sarebbe accompagnata da un'amica, ma ho usato il condizionale perché l'infingarda le rifila un pacco tremendo reduce dai postumi di una sbornia (e con presenza probabile di mandrillo accalappiato in albergo). Nancy resta sola, ma decide lo stesso di intraprendere il suo viaggio: trovare una spiaggia incantevole, la stessa che continua a rivedere in una vecchia foto della mamma. Accompagnata da un locale di nome Carlos, l'intrepida trova finalmente il posto ed inizia ad esorcizzare il suo dramma interiore con una tavola da surf. Alla fine della giornata, dopo aver scambiato due chiacchiere con un paio di surfisti locali, fa un ultimo giro. Queste decisioni avventate solitamente portano con sé tutte le disgrazie di questo mondo; sempre cavalcando le onde, a circa 180 metri dalla riva si imbatte prima in un branco di delfini, poi nella carcassa morente e sanguinante di una balenottera. Sangue chiama squali, anzi uno Squalo Bianco femmina terribilmente incazzato che, per difendere il lauto pasto da altri predatori, attacca la ragazza e la azzanna ad una gamba. Nancy riesce ad evitare la morte per un soffio e si rifugia su uno scoglio che affiora in mezzo all'acqua. Da questo momento inizia una terrificante lotta per la sopravvivenza: lo squalo non la perde di vista e le gira intorno pronto a sbranarla, il sangue sgorga copioso dalla gamba, il freddo della notte inizia ad arrivare e la marea comincia a fare il suo saliscendi giusto per complicare ulteriormente le cose. La ragazza si trova costretta ad affrontare le sue paure e i suoi drammi interiori secondo il collaudato meccanismo della suspense con pericolo -> problema -> risoluzione -> nuovo pericolo ancora più grave e così via fino all'epilogo.
Partiamo con una prima considerazione: il titolo italiano è una vera merda; capisco che una traduzione letterale del titolo originale The Shallows (letteralmente "secche") non sarebbe stato il massimo, ma dare al titolo un nome alla spiaggia è una solenne cazzata, significa non aver colto un piccolo tormentone, per quanto insignificante ai fini della trama, presente nei pochi dialoghi. Mi spiego meglio: Nancy sta cercando la spiaggia dove era stata sua madre, la difficoltà maggiore è che il posto non ha un nome conosciuto e i messicani locali sono molto restii (anzi, non collaborano manco per sbaglio) a dire ai turisti come si chiami quell'angolo paradisiaco. Il tormentone di Nancy che chiede come stracazzo si chiami la spiaggia si trascina per tutto il film, tanto che nemmeno alla fine ne scopriamo il nome. Perché darle un nome inventato nel titolo, allora? Soliti misteri ed idiosincrasie della nostra sempre più povera italica distribuzione.
Quando affermo una cosa, lo faccio con cognizione di causa.
Finito il solito inutile sfogo, torniamo a bomba sul film, spiegando il perché, nonostante alcuni enormi difetti, mi sia piaciuto. Sì, il film funziona molto bene a mio avviso. La formula non è per nulla innovativa, anzi ricalca fedelmente alcuni cliché narrativi di film simili: 20 minuti iniziali di tedio assoluto dove assistiamo alle spiegazioni e cazzi personali della protagonista; poi ci sono alcune sequenze davvero spettacolari in cui vediamo Blake (e le sue chiappe) solcare le onde splendidamente colorate e vividamente saturate. Infine, l'ultima ora è quella in cui entra in scena lo squalo e tutto si regge sulle spalle dell'attrice. C'è lei, e solo lei, contro le avversità, la stupidità umana (quella non manca mai) e la cattiveria del predatore che la bracca senza sosta. Diciamo pure che Paradise Beach è un Cast Away al femminile con l'aggiunta dello squalo e una spruzzata molto lieve di horror quando assistiamo ad alcune morti trucide per mano, anzi per bocca del nemico. Come scrivevo prima, il meccanismo della suspense funziona molto bene perché mi ha tenuto inchiodato davanti allo schermo solo per scoprire come Nancy avrebbe superato la prossima difficoltà. L'interpretazione di Blake Lively, va detto, è stata molto convincente e ha trasmesso, almeno a me, tutto il suo desiderio di aggrapparsi alla vita coi denti e con le unghie. In una sequenza diventa Rambo (si cuce lo squarcio alla gamba con orecchini e catenina! D'altronde studia medicina e sa come evitare di far andare in cancrena la gamba); in un'altra, aiutata anche dalla controfigura, surfa come Jan-Michael Vincent in Un mercoledì da leoni (film che tirerò sempre fuori quando si parla di surf, è quello che per me resta da sempre il termine di paragone); in un'altra ancora, in un primissimo piano, assistiamo tramite il suo sguardo terrorizzato alla morte di un poveraccio. Quest'ultima scena ha ben recepito una regola dettata da Steven Spielberg ne Lo Squalo: meno vedi, più ti spaventi. (poco importa se le ragioni originarie erano da ricondurre al risultato pietoso del modello di squalo utilizzato, troppo posticcio e finto per risultare credibile).
Ed ecco che arriviamo ai problemi di Paradise Beach, ve li elenco in sequenza.
Ucci ucci ucci sento odore di squalucci
Problema numero uno: più si va avanti con la visione, più il nemico si mostra non solo alla protagonista, ma anche a noi. E che lo squalo sia in CGI è purtroppo un elemento che si nota troppo bene, togliendo parte di quella suspense che era stata ben veicolata fino a quel momento.
Problema numero due: alla fine, detto da uno che digerisce i terribili effetti speciali di Sharknado, la CGI non è nemmeno il cruccio più grosso. Il vero problema è che lo sceneggiatore NON SA ASSOLUTAMENTE UN CAZZO DI SQUALI. Lo dico urlando ed inveendo. Ce lo insegnano decine di film degli ultimi vent'anni: se c'è una balena morta pronta ad essere spolpata, lo squalo bianco se ne sbatte allegramente di un minuscolo essere umano che zompetta qua e là. Me lo dice anche la logica: perché inseguire un moscerino quando hai a disposizione della GRASSA e SUCCULENTA carne gustosa, proteica e soprattutto immobile? Zero sbattimento, perché mettere in piedi un'insensata caccia ad un pezzo di cibo che deve pure essere cattivo? In una situazione del genere, lo squalo semplicemente ignora l'essere umano. Non lo caccia inesorabilmente per due giorni interi, non esiste né in cielo né in terra, nemmeno se ha un arpione conficcato che potrebbe averlo indotto ad incazzarsi. In questo caso, però, non risulta credibile la spiegazione detta dalla protagonista (il predatore protegge il cibo). Inoltre, in un'inquadratura iniziale si vede un branco di delfini: è cosa nota e risaputa che gli squali evitano zone frequentate dai delfini, non certo perché ne hanno paura (leggenda metropolitana), ma per il semplice fatto che, da animali solitari quale sono, difficilmente vanno contro un branco intero di altre specie.
Problema numero tre: una sorta di mancanza di credibilità della situazione generale in cui si è cacciata la protagonista. Lo dicono le guide turistiche, lo dicono gli americani razzisti, i surfisti e i messicani stessi: è poco plausibile che una ragazza si avventuri da sola in una zona oltreconfine così impervia ed ignota, e non esiste che da sola si metta ad affrontare le onde di un mare che non conosce.
Problema numero quattro: la storia del dramma personale esorcizzato in modo traumatico e sanguinolento avrebbe anche leggermente frantumato i maroni; il problema è che se elimini queste parti, il film diventa un mediometraggio e tanti saluti alla distribuzione cinematografica.
Nancy e il suo isolotto di sopravvivenza
Alla fine, tre dei quattro difetti principali del film sono riconducibili ad una sceneggiatura non all'altezza del resto della produzione, perché per il resto, Paradise Beach ha altri aspetti positivi; Blake Lively a parte, quello che mi è piaciuto particolarmente è stata la fotografia. Ho adorato i colori e le riprese marine; i colori, in particolare, sono vividi ed accesi e le tonalità dal verde all'azzurro del mare sono brillanti. Le riprese da surf, per quanto patinate, hanno un fastidiosissimo effetto ralenty per enfatizzarle; in questo caso siamo ancora lontani dall'epica di John Milius presente nel sempre citato Un mercoledì da leoni ma va anche detto che qui il surf è solo un di più aggiunto tanto per dare minutaggio alla parte iniziale e fornire lo spunto che dà il via alla situazione drammatica della protagonista. Carine le inquadrature che fanno tanto ggggiovine moderno: sovrimpressioni delle schermate di smartphone e inquadrature dell'orologio subacqueo che scandisce l'arrivo delle maree. Belle le musiche di Marco Beltrami, solido compositore di oltre un centinaio di score cinematografici (e due nomination agli Oscar nel carniere), non male la regia di Jaume Collet-Serra, conosciuto per due bei film action con Liam Neeson, Unknown - Senza identità (2011) e Non-Stop (2014). Resta peraltro la curiosità di sapere come sarebbe risultato il film se a dirigerlo fosse stato Louis Leterrier, che ha abbandonato le riprese preliminari per divergenze con la produzione perché a suo dire il budget è stato più basso di quello promesso; mi sarei aspettato molto dal regista di The Transporter (2003), Now you see me (2013) e Scontro tra titani (2010). O forse sarebbe risultata una tamarrata galattica, chissà.
In conclusione, Paradise Beach funziona nonostante tutti i suoi difetti, ha una forma curata, ha un ritmo serrato nell'ultima ora, si poggia per buona parte sulle sole spalle della brava Blake Lively e porta a casa un buon giudizio perché se la sua essenza è voler essere cinema d'evasione, lo fa dannatamente bene. Dotatevi in ogni caso di una buona scorta di sospensione dell'incredulità perché è imprescindibile per goderselo appieno.

Nancy / Blake Lively

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4,5
Il giudizio non può essere positivo: Paradise Beach è un film che non aggiunge niente di nuovo, percorre solidamente i solchi dei soliti cliché di genere e, per di più, risulta poco credibile e poco attento ad alcuni particolari.
Musiche: 7
La colonna sonora di Marco Beltrami è ben fatta e ben si accompagna alla narrazione delle vicende di Nancy.
Regia: 7
La resa visiva è eccezionale anche se purtroppo i delfini, le meduse e lo squalo in CGI sono troppo posticci ed evidenti. Con il budget a disposizione, immagino non si potesse ottenere di più, ma ho qualche dubbio al riguardo.
Ritmo: 8
Togliamo i primi venti minuti, il resto del film non si ferma mai e mantiene il giusto livello di tensione fino all'epilogo.
Violenza: 6
Vale più il "vedo non vedo", ma un paio di scene abbastanza splatter sono presenti. Niente di che, intendiamoci, ma non è un film per famiglie.
Humour: 5
Non l'ho scritto nella recensione, ma il film è molto serio, c'è un simpaticissimo gioco di parole nella versione originale che si è persa nella traduzione italiana. Nancy ha un compagno di sventure ed è un gabbiano con un'ala rotta; lei lo chiama Stephen. In originale gabbiano = seagull, eccovi serviti Stephen Seagull (Steven Seagal).
XXX: 5
Ebbene sì, c'è del fan service, nella prima parte il regista indugia spesso su Blake Lively in bikini.
Voto Globale: 7
A me è piaciuto: apprezzo il genere, mi piace il survival horror (qui molto edulcorato), mi piacciono gli squali e ho apprezzato che il film sia riuscito a farmi restare col fiato sospeso nonostante i suoi evidenti limiti di credibilità.

giovedì 15 settembre 2016

Sharknado 4: The 4th Awakens (2016) | Recensione

Sharknado 4: The 4th Awakens
Voto Imdb: 4,3
Titolo Originale:Sharknado 4: The 4th Awakens
Anno:2016
Genere:Fantascienza, Catastrofico, Azione
Nazione:Stati Uniti
Regista:Anthony C. Ferrante
Cast:Ian Ziering, Tara Reid, David Hasselhoff, Masiela Lusha, Ryan Newman, Cody Linley

Solita scena stilosa del cast.
Doverosa apertura che scatta ogni volta che c'è una recensione su un film della serie Sharknado: sapete di cosa si parla? Benissimo! Allora proseguite nella lettura. Non lo sapete? Il consiglio spassionato che potrei darvi sarebbe un generico: "Fermatevi pure qui, se ancora non lo sapete dopo tre anni, molto probabilmente l'argomento non vi interessa ed è inutile che proseguiate." La verità è che io spero sempre che qualcuno possa voler imparare sempre qualcosa di nuovo, in tal caso la risposta diventa un eloquente: "Leggetevi lesti le recensioni dei tre film precedenti!"
Ora che, in un modo o nell'altro, siete pronti, passiamo pure alla recensione vera e propria.

Super spoiler, #AprilLives
Lo so, cari amici, lo so benissimo qual è la prima domanda che vi sta frullando per la testa, e riguarda la fine del terzo film che ci aveva lasciati tutti letteralmente col fiato sospeso e l'insopprimibile voglia di sapere se April sarebbe sopravvissuta dopo la scena finale. Avete letto il cast e conoscete già la risposta: Tara Reid, l'attrice che la interpreta, è presente, quindi, sì, purtroppo ha vinto #AprilLives. La genialata della produzione Asylum è stata nel far decidere ai telespettatori il fato del personaggio tramite Twitter: in base alla maggioranza di voti raccolta da #AprilLives o #AprilDies la sceneggiatura si sarebbe regolata di conseguenza.
Beh, lasciatemi dire che ci è stata regalata una piccola sorpresa, quindi non disperate voi che, come me, avevate scelto un perentorio #AprilDies!
Gigi la Trottola
(fotogramma dalla sigla iniziale)
Titoli di testa; ahia, partiamo decisamente male. Ci troviamo di fronte all'ennesima citazione di Guerre Stellari, con la scritta Sharknado nel font Star Jedi e un preambolo in prospettiva che scorre a sfumare, con un tema musicale raffazzonato su tastiera che richiama ovviamente in modo smaccato le famose note composte da John Williams. Dai, davvero, non ci aveva mai pensato NESSUNO a prendere per il culo Star Wars! NESSUNO! Evito di citare Mel Brooks e i cartoon americani che hanno dedicato puntate e speciali interi (Griffin, Simpsons e Futurama su tutti), ma quando ti ricordi che perfino Gigi la Trottola (Dash Kappei, 1981) ha preso in giro Star Wars a più riprese (un allenatore avversario vestito da Dart Fener, rivelatosi poi suo nonno, e l'intero episodio 18 "Gigi la Star", in cui la Morte Nera è un gigantesco pallone da basket), capisci che non se ne può più della gara a citare Star Wars, denota una tristissima mancanza di idee; poco importa che si parli del Risveglio della Forza, la sostanza non cambia.

In preda a foschi presagi sulla povertà di intuizioni messa in campo, continuo la visione con un crescente sentore di mestizia letale.

Un cattivissimo David Hasselhoff
Cinque anni dopo gli avvenimenti del terzo film, gli sharknado non sono più un problema: il grande miliardario scienziato Aston Reynolds, proprietario della Astro-X, ha ideato una tecnologia in grado di neutralizzare i tornado squamosi e, per di più, ha recuperato dalla Luna Shepard Senior, il padre di Fin interpretato da David Hasselhoff. Fin (il confermatissimo Ian Ziering) vive con la sua famiglia in una cascina nel Kansas a spaccare legna, aiutato da sua madre, i figli e una cugina gnocca. April è morta l'anno prima dopo essere stata a lungo in coma.
Come giustamente strilla il sindaco di Chicago, una fortissima Stacey Dash, Fin porta una sfiga incommensurabile e, dovunque lui si palesi, uno sharknado compare dal nulla portando morte e distruzione.
Fin e Gemini sul Galeone Playmobil
Come pensate che andrà a finire? Dovete sapere che il magnate Reynolds, per festeggiare la sconfitta degli sharknado, ha inaugurato a Las Vegas un hotel tematico pieno di... SQUALI VERI! E sappiate anche che Fin è in viaggio proprio a Las Vegas insieme alla cugina gnocca Gemini (Masiela Lusha) per andare a trovare il figlio di ritorno dall'Iraq. Il film non ce lo spiega e a noi non interessa: Fin arriva a Las Vegas in contemporanea con un tornado di sabbia che la Astro-X di Reynolds non riesce a debellare; il vortice colpisce in pieno l'hotel strabordante di squali et... voilà! Uno Sharknado è pronto a creare nuova devastazione! Un primo sharknado raccoglie grandine e diventa "hailnado", in direzione San Francisco; un secondo colpisce il parco di Yellowstone e qualche vulcano sotterraneo, diventando un "lavanado". Ma il peggiore di tutti è il terzo: così come Dragonball ci insegna, ad ogni step del nostro eroe ci deve essere un significativo incremento della difficoltà e cattiveria del nemico; questa volta il tornado si evolve! Inizialmente è una tempesta di sabbia e squali ("sandnado") che poi si scatena e distrugge l'Hoover Dam e si dirige al Gran Canyon (diventando un "bouldernado" perché raccoglie massi al suo passaggio), poi va in direzione Texas diventando un "oilnado"  perché colpisce una raffineria che, prendendo fuoco, dà origine al "firenado". Non è finita: quando al passaggio in un campo il vortice raccoglie una mandria di mucche, si tramuta in un temibilissimo "cownado". Tenete presente che gli squaletti continuano a girare in vortice, ora diventando pietre, ora inzuppandosi di petrolio, ora infuocandosi. Il peggio deve ancora arrivare: il vortice devasta una centrale nucleare e diventa il supersayan di tutti i tornadi: il terrificante "nukenado" con orde di famelici squali verdi-radioattivi che divorano vittime senza pietà lasciando una scia di fallout nucleare non indifferente. I primi due tornado vengono debellati, ma per il terzo c'è bisogno di una enorme quantità di acqua necessaria per raffreddare il nukenado, così come la fusione fredda ci insegna (eh!?); l'unico posto che contiene il necessario sono le cascate del Niagara, dove si conclude l'arco narrativo.
In mezzo a tutto questo bailamme a cui si fa fatica a stare dietro, incontriamo personaggi vecchi e nuovi ma la parte del leone è stata riservata ad April! Ovviamente lei non è morta o, meglio, è morta davvero ma il padre scienziato (Gary Busey), tenendo tutti all'oscuro, l'ha trasformata in una sorta di Cyborg - Iron Man - Terminator. Hai capito gli sceneggiatori? Hanno davvero ammazzato April, ma lei è ancora in mezzo a noi. Furbacchioni, ci avete fregato ancora una volta.
Masiela Lusha *_*
Ok, non racconto altro sulla trama, primo perché non ce n'è il bisogno, secondo perché diventerei altresì noioso. Ma spero di aver reso chiaro un concetto: già dopo 15 minuti, il terrore e la mestizia che si erano impossessati di me dopo i titoli di testa sono stati spazzati via prima da Gemini, poi dalla follia che deve essersi impossessata degli sceneggiatori. Di idee strampalate ce ne sono a IOSA, e per esse vale la semplice regola: sempre di più, sempre più esagerate. Mi domando fino a dove vogliano spingersi con il quinto film della serie, anche se un'idea ci viene spiattellata durante la scena finale. La racconto? Non la racconto? Ma chissenefrega, mica vi guardate Sharknado per la trama! Ecco cosa succede: quando tutto sembra finito, quando la solita famiglia americana si ricompone in allegria, dal cielo arriva roteando come una stellina ninja la TORRE EIFFEL, che si conficca nel terreno con un roboante frastuono mentre a cavalcarla s'intravede una figura femminile: Nova. Sì, lo Sharknado pare non sarà più un problema solo americano, ma anche mondiale! Sono qui che mi frego le mani all'idea di quale altro delirio vedremo l'anno prossimo.
Per il resto, Sharknado 4 continua seguendo fedelmente i binari dei film precedenti:
  • povertà realizzativa disarmante
  • capacità attoriale imbarazzante
  • citazioni a profusione saccheggiando a piene mani dal dorato mondo dei nerd
  • camei di celebrità finite sul viale del tramonto e riesumate per l'occasione.
Sui primi due punti non ho altro da dire: il budget non è cambiato di una virgola e gli attori sono tutti dei cani, anche se, come sempre, Ian Ziering si impegna come non mai. D'altronde è anche produttore, se non ci crede lui nel progetto chi mai può farlo?

Matrioska di squali. Epic Win.
Il gioco delle citazioni a me diverte tantissimo, ormai ho capito che non devo stancarmi perché so che è uno dei giochi a cui noi spettatori affezionati ci prestiamo durante la visione. Ecco un elenco parziale di quelle che ho colto più o meno immediatamente:
  • Non aprite quella porta: durante le scene in Texas, una famiglia intera affronta il tornado con una sega elettrica in mano; un paio di attori hanno partecipato ai film originali ed uno dei personaggi si chiama Gunnar;
  • Tutta la scena in cui compare Steve Guttenberg è fantastica e richiama Christine La Macchina infernale grazie all'apparizione di una Plymouth rossa. Sono sincero: ho riso di gusto. Sono onesto: mi basta poco;
  • "Buckaroo Banzaiiiiiii!" urlato da Reynolds quando si lancia nel vuoto: lo dicevo nella recensione omonima, a me il film non è piaciuto ma per molti è un cult imprescindibile;
  • Baywatch: porco mondo, hai a disposizione David Hasselhoff, perché non citare Baywatch? Ovviamente, eccovi serviti: compaiono Alexandra Paul e Gena Lee Nolin che corrono come nella sigla ma... beh, vengono tristemente divorate da due squali radioattivi;
  • Terminator: April / Tara Reid pronuncia in due punti diversi due battute iconiche: "I'll be back" e "Come with me if you want to live";
  • "Hail to the king" dell'immancabile Armata delle Tenebre: compare un Hail-to-the-nado...
  • Star Wars, ovviamente, con l'altrettanto immancabile "Che la Forza sia con te" quando April accende una spada laser (sì, ci sono anche queste)
  • Aliens scontro finale: l'esoscheletro di Fin è un chiaro omaggio;
  • Infine, quella che per me è la migliore di tutte: "He's a sharknado whisperer", l'uomo che sussurrava agli sharknado (riferito a Fin, ovviamente). Poesia allo stato puro.
Escucha muchacha... io ho bisogno di sapere una sola cosa: donde està! 
Parliamo invece degli attori e dei camei principali degni di menzione:
  • Gary Busey nel ruolo dello scienziato pazzo padre di April. Se il nome non vi dice nulla, vi consiglio caldamente:
    • 1) di fustigarvi
    • 2) di guardare IMMEDIATAMENTE questi due film pietre miliari sul mondo del surf: Un mercoledì da leoni e Point Break. Mi ringrazierete per l'eternità. Per quanto riguarda il buon vecchio Gary, non parliamo di declino, sarebbe come sparare alla Croce Rossa;
  • Masiela Lusha nella parte della cugina Gemini. Lo ammetto: mi aspettavo una sorta di love interest tra Fin e la cugina, se mai fosse successo avrei applaudito gli sceneggiatori per aver seguito il detto "Non c'è cosa più divina...". Bando alle ciance, nemmeno sapevo chi fosse Masiela, ma è evidentemente materiale buono per il Neurone Numero 4, sempre presente quando si tratta di Sharknado;
  • Paul Shaffer, affermato musicista, pianista e compositore che conoscerete sicuramente se avete visto in passato lo show di David Letterman;
  • Lloyd Kaufman, una delle due menti pensanti della Troma e regista di caposaldi quali Toxic Avenger e Tromeo and Juliet; compare un microsecondo come tecnico della Astro-X, ma resta simpatico lo scambio di omaggi Asylum / Troma
  • Vince Neil dei Mötley Crüe compare come ospite di un casinò a Las Vegas.
Eccoli, direttamente da Texas Chainsaw Massacre!
Sharknado, come sempre, porta in dote anche una serie di scene che verranno ricordate per la loro idiozia, assurdità ed epicità; qui di seguito, una carrellata con una personale selezione.
  • Sappiate che April, ora che è Iron Man elettrificata (e forse anche radioattiva) può riportare in vita i malati con due squaletti usati come defibrillatori!
  • Nel delirio del tornado finale, assistiamo impotenti ad una scena che avrebbe fatto esplodere il Collodi con una ovazione: uno squalo mangia un secondo squalo, ma viene inghiottito da un terzo che, a sua volta, viene divorato da un quarto per finire in bocca ad una balena. La cosa brutta brutta brutta è che all'interno dei vari squali e balena c'è tutta la famiglia di Fin...
  • Non vengono toccati solo l'Hoover Dam e il Gran Canyon: anche il Monte Rushmore, altro simbolo americano, viene colpito dalla furia dello sharknado.
  • Fin sfoggia l'arma definitiva: una spada-moto-sega che ricorda vagamente quella di Kylo Ren in Star Wars: il Risveglio della Forza.
  • In una delle prime scene, viene omaggiata perculata la carriera di spogliarellista intrapresa da Ian Ziering; i Chippendales affrontano gli squali volanti e li fermano con la mossa di... Elvis The Pelvis in the Memphis. Fatevi un favore e rinfrescatevi la memoria con questo pezzo di storia della televisione italiana: https://www.youtube.com/watch?v=3Y96M7iEdPw
  • Una delle sequenze più folli e totalmente assurde ha come protagonista uno sferoide composto da spago tipo quello da cucina e tanti squaletti incastrati. La palla è un monumento grosso così e semina distruzione per la città; solo Fin riesce a fermarla semplicemente legandola ad un lampione.
  • Altra sequenza cult presa da Las Vegas: Fin e famiglia si salvano a stento su un galeone trash presente nella scenografia di un albergo; la nave però affonda perché si scontra fatalmente contro uno scoglio di squali. Sì, indovinate come l'hanno chiamato? Sharkberg, ovviamente...
  • Subito dopo vediamo Fin e morosa del figlio a bordo di una macchina, lanciata giù dal tetto dell'hotel per cercare salvezza dal tornado; usando le portiere come alettoni improvvisati, l'auto plana sulla strada senza troppi danni. Punto esclamativo (!).
Colpo del Pacco Dirompente!

Auto e portiere-alettoni.
Chiamate Vin Diesel,
c'è un'ideona per Fast 8!
In definitiva, nonostante i soliti aspetti negativi che è inutile rimarcare in questa sede, aspetti che ne sono ormai un tratto peculiare a cui, peraltro, devo aggiungere un David Hasselhoff sottotono più impegnato a fare il nonno che a spaccare i culi come nel terzo della serie, Sharknado 4 si è rivelato una sorpresa: intendiamoci, il film è terribile, esattamente come tutti gli altri, ma ha l'indubbio pregio di non fermarsi mai, di divertire e di regalare un'ora e mezza di visione spensierata. Se siete persone serie, vecchie dentro e fuori, evitate il film come la peste. Se avete voglia di risvegliare lo spirito cazzone che c'è in voi, questa potrebbe essere l'occasione giusta.

E ora sotto con il 5, #TeamNova ci aspetta, perbacco!
In fondo, come sempre, troverete il Neurone Numero 4 ad aspettarvi.


Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 4
No, seriamente? Il livello di trama è ridicolo, ci sono diversi sharknado che, inspiegabilmente, si propagano e diventano sempre più potenti. Fine della storia.
Musiche: 6,5
Lasciamo stare il tema spacciato in stile Star Wars e concentriamoci sulla frizzante canzone che si sente nei titoli di testa: orecchiabile!
Regia: 5,5
Poco meno che sufficiente, gli effetti speciali sono atroci, le inquadrature idem ma si lascia comunque guardare.
Ritmo: 8
Il ritmo è il punto di forza del quarto film, insieme all'accozzaglia di idee assurde messe a casaccio una dietro l'altra. Sharknado 4 è un Eurostar sparato senza freni.
Violenza: 7
La rappresentazione grafica è inguardabile, ma ci sono tanti squaletti che mozzano teste e accoppano i personaggi. Onestamente, non posso chiedere di più.
Humour: 7
Ecco un esempio di film che non si prende minimamente sul serio: e fa benissimo, questa è la strada giusta.
XXX: 1
Non posso dare zero a Gemini...
Voto Globale: 7
Voto relativizzato, esattamente come gli altri tre della serie: è un tre se volete giocare a fare gli adulti rompiballe, è un 7 se, invece, volete evadere per qualche decina di minuti. Un pelino meglio del terzo, oltretutto.

Gena Lee Nolin (la mia preferita in Baywatch, altro che Pamela Anderson o Carmen Electra!)



Masiela Lusha




Ryan Newman




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