venerdì 26 luglio 2019

It came from the desert (2017) | Recensione

It came from the desert
Voto Imdb: 4,3
Titolo Originale:It came from the desert
Anno:2017
Genere:Fantascienza, Horror, Commedia
Nazione:Finlandia, Regno Unito, Canada
Regista:Marko Makilaakso
Cast:Harry Lister Smith, Alex Mills, Vanessa Grasse

Ah, che ricordi...
Flashback - una inutile introduzione al gaming 16 bit
Fine anni '80, primi anni '90. Già ai tempi ero un geek nonché videogamer incallito: ero da poco passato dal glorioso Vic-20 (l'antenato del Commodore 64) direttamente all'Atari Lynx, una delle migliori console portatili mai concepite, tristemente fallita a causa di una serie di macroscopici errori strategici e produttivi della Atari, soccombendo sotto i colpi del vincente Gameboy della Nintendo. Quando, nel 1990, mi arrivò il primo PC, un 286 con grafica VGA a 256 colori, percepii di aver compiuto un enorme balzo in avanti, arrivarono già i primi giochi con grafica decente, in grado di superare gli orridi 4 colori in CGA e gli altrettanto vetusti 16 colori della EGA. Ma non mi sentivo del tutto soddisfatto, c'era ancora qualcosa che suscitava la mia malcelata invidia, ed era l'Amiga 500, una perfetta macchina da gioco per la quale diverse software house avevano sfornato dei capolavori in grado di competere grandiosamente con il PC MS-DOS almeno fino al 1994, anno del fallimento della Commodore. Ah, che tempi! Chi c'era, ricorderà senz'altro i nomi di sviluppatori e publisher che misero in commercio delle vere e proprie pietre miliari; i primi nomi che mi vengono in mente sono Bitmap Brothers (Gods e Speedball 2 - Brutal Deluxe: uno dei miei giochi preferiti di sempre), Sensible Software (Cannon Fodder e Sensible World of Soccer), Psygnosis (Shadow of the Beast), Team 17 (Alien Breed e la saga di Worms), Bullfrog (Populous, e Syndicate), D.I.C.E. (Pinball Dreams e Pinball Fantasies, i migliori flipper della storia videoludica) e... fermi tutti! Potrei andare avanti ancora per molto, questa è solo una sfilza parzialissima e ho lasciato per ultima quella che, secondo me, è la software house che più di altre ha legato indissolubilmente il proprio nome al computer di casa Commodore. Facciamo un mezzo passo indietro: ricordo che a quei tempi, sul mio PC, c'era un gioco che adoravo nonostante fosse in soli 4 miseri colori, ed era Defender of the Crown, uno strategico ambientato nel mondo nell'Inghilterra medievale, epoca di crociate e impavidi cavalieri. Quando, a casa di un compagno di classe del liceo, ebbi la ventura di assistere allo stesso gioco in versione Amiga, ricordo che smascellai rimanendo inebetito di fronte alla grafica e al gameplay, decisamente superiori alla conversione su MS-DOS in mio possesso. Mi segnai il nome della software house e mi ripromisi di seguirla con più attenzione, più che altro sbavando sulle pagine di The Games Machine, rivista che già ai tempi acquistavo in edicola e che resiste tuttora come una delle più longeve di sempre nel settore. 
It came from the desert - versione Amiga
Cinemaware: ecco il nome dello sviluppatore, che nel 1989 pubblicò uno dei giochi migliori per Amiga di sempre, perennemente nelle Top Ten di chiunque voglia dire la sua su questo argomento. Sto parlando di It Came from the desert, un gioco innovativo che miscelava in modo bilanciatissimo avventura, strategia e azione, confezionate mirabilmente con una grafica superba per i tempi, bellissime musiche ed una trama che strizzava l'occhio ai B-Movies fantascientifici degli Anni '50. Non è difficile capire come quel gioco, per quelli della mia età, risultasse così significativo e segnante, al punto da diventare una ineguagliata pietra miliare. La trama vedeva come ambientazione principale Lizard Breath, una minuscola fittizia cittadina ubicata nel deserto californiano, teatro nel 1951 di una pioggia di meteoriti. Il protagonista, il Dottor Bradley, è deciso a fare luce sull'avvenimento e, man mano che la trama avanza, scopre che le radiazioni hanno iniziato a colpire le formiche del posto, rendendole intelligentissime ed... enormi! Il protagonista ha solo quindici giorni di tempo per raccogliere le prove dell'esistenza dei mutanti, convincere le autorità del pericolo imminente e, infine, mettere in atto le misure per sconfiggere le formiche giganti. C'era davvero di tutto: una trama avvincente, il senso del tempo che passava inesorabile in attesa dell'imminente disastro, azione, dialoghi a scelta multipla che potevano portare a due finali diversi, spostamenti in diverse location della cittadina tramite mappa interattiva, grafica disegnata a mano e animata in modo innovativo, musiche coinvolgenti... insomma, un capolavoro annunciato! Certo, se confrontiamo un gioco 16 bit del 1989 con i Tripla-A attuali, i cui costi di produzione raggiungono quelli di un film hollywoodiano, il risultato è certamente impietoso; ma allo stesso tempo, non possiamo dimenticare che quelle stesse software house hanno contribuito in modo determinante al mondo dei Video Games così come lo conosciamo oggi.

Ecco cosa aspettarsi dal film...
It came from the desert - il film
"Sì, OK, bravo, ecco il tuo solito panegirico per dimostrare quanto sei figo e saccente, bene, bravo, bis, mi dici dove vuoi arrivare con questo inutile esercizio di stile di questa grandissima minchia?", mi dirà il più irritante tra voi.
A vedere questa immagine, il film sembra pure figo...
La risposta è presto detta: è curioso pensare che un videogame considerato una pietra miliare del tempo, nato praticamente come se fosse una sceneggiatura cinematografica interattiva, avesse dovuto aspettare ben ventotto anni prima che qualcuno avesse la brillante idea di farne davvero un film.
Beh, eccovi accontentanti e... niente, avrei preferito rimanesse solo un'idea nella mente del regista finlandese, Marko Makilaakso, classe 1978, perfetto esempio di essere umano della mia generazione che un giorno si sveglia ruttando e decide di fare un tributo ad uno dei miti della sua (nostra) infanzia.
Ora faccio io una domanda: "Perché? Cazzo, perché?"
Narra la leggenda che questo Marko, appassionato di motocross (ma anche di retrogaming, il fenomeno di riscoperta dei giochi appartenuti a sistemi operativi morti e sepolti da anni), volesse fare un film sulle motociclette e che avesse chiesto il permesso alla Cinemaware (risorta dalle ceneri negli anni 2000, oggi in mano alla svedese Starbreeze, che ne detiene i diritti sul nome e sulle licenze di tutti giochi) di pubblicare qualche sequenza del gioco It came from the desert. La risposta fu un qualcosa del tipo: "Ma perché non ci fai un film, invece di citarlo soltanto?"
Detto fatto, Marko ha riscritto la trama, ha trovato i fondi e purtroppo nel 2017 ha iniziato a girare una fetecchia immonda che difficilmente rimarrà negli annali, come invece è successo al glorioso capostipite.


Scena di motocross buttate in mezzo, così, a cazzo.
Trama!
L'intrepido trio all'erta e pieno di brio...
Sulla sinistra, citato Grottango.
C'è Brian, uno sfigato patentato incapace di relazionarsi con le ragazze, nerd di professione, appassionato di film, videogame e motociclette, in effetti è un asso del motore e delle modifiche, non esiste moto che abbia segreti per lui; c'è il suo migliore amico Lukas, una delle persone più stupide e mono-neurone mai viste in un film, ma fascinoso, simpatico ed estroverso, pilota asso di motocross, il classico belloccio decerebrato in grado di fare breccia nei cuori delle ragazze del ridicolissimo paese senza nome ai confini del deserto californiano. Brian è da tempo innamorato di Lisa, ragazza intelligentissima, bellissima, ambita da tutti gli zarri dei dintorni. Lukas, che in fondo ha un grande cuore, per permettere a Brian di provarci con Lisa, porta entrambi gli amici fuori paese, dove viene organizzata una festa sballatissima con l'obiettivo di sbronzarsi con birra, vodka e mix alcoolici vari. Brian, che ovviamente non sopporta la festa, si allontana e scopre una misteriosa caverna; Lukas lo raggiunge e, incuriosito come una scimmia,  obbliga l'amico a seguirlo per esplorarla; i due amici ben presto scoprono un sito governativo abbandonato e ben presto l'orrore prenderà il sopravvento; gli scienziati, tranne un unico superstite, sono stati sterminati dal risultato dei loro folli esperimenti, delle formiche giganti ottenute tramite fusione di DNA alieno e terrestre. Le formiche, dotate di mente superiore, sono enormi, velocissime e voraci di ETANOLO. Indovinate dove c'è etanolo in quantità? Nella festa degli sballati, ovviamente! Per Brian e Lukas, a cui chiaramente si aggiungerà Lisa, diventa una lotta contro il tempo per salvare la cittadina (e di conseguenza il mondo intero) dalla minaccia dei mostri che loro stessi hanno in qualche modo risvegliato.


ETANOLO!
Cosa funziona del film?
Un beneamato cazzo di niente!
Cosa non funziona?
Tutto!
Conclusioni!
Non perdete il vostro tempo, piuttosto giocate all'omonimo videogame tramite emulatori (o tramite vero Amiga 500, se siete tuttora dei fortunati possessori).

Un intermezzo animato carino che richiama Fallout...
Commento più in dettaglio
Che palle, ve la ricordate la maestra che vi diceva frasi tipo questa? "Argomentate, non scrivete inutili giudizi lapidari fini a sé stessi!"
La formica regina: beh, dai, orripilante il giusto...
No, non posso sottrarmi a tale precetto, mi è stato troppo inculcato nella mente anni addietro. Vediamo di capire insieme perché questo film, nonostante una patina decisamente invitante e, per certi versi, perfino superiore a quella dei film The Asylum (Sharknado su tutti), si riveli infine per quello che è: una vera merda. Come sempre, i più scafati tra voi, quelli che hanno già letto il voto, inarcheranno il sopracciglio nel constatare la contraddizione di fondo tra quanto ho appena detto e il giudizio finale, numericamente vicino alla sufficienza. Andiamo con ordine. Il film, come tanti altri del genere, ormai sempre più inflazionato e che ha sempre meno da dire, nasce come un nostalgico omaggio ai ricordi di un'adolescenza dorata, ricca di bei ricordi attraverso cui il cervello manda messaggi positivi a tutto il corpo. In fondo, è così che funziona la dolce culla della nostalgia, nevvero? Epperò, questo sistematico richiamo agli anni che furono, oggi come oggi, se non adeguatamente realizzato, ha potentemente frantumato i coglioni. Questa è una nicchia che si sta sempre più allargando, ed è sempre più difficile emergere con qualcosa di veramente evocativo, piacevole, in grado di risultare significativo. Personalmente non mi basta più il solito gioco citazionistico: io quegli anni li ho vissuti, me li ricordo benissimo (non rimembro una fava di quello che ho fatto ieri, ma tutto quello che mi è successo nel 1984, quello sì), in fondo non ho bisogno di essere stimolato da battute trite e ri-trite pescate a piene mani da tutto quello che era mainstream in quegli anni; molto meglio sarebbe sorprendermi con citazioni fresche, rare, che la mia mente sicuramente ha nel tempo dimenticato e sepolto con strati di ricordi inutili. Mi duole ammetterlo, con It came from the desert la sorpresa non avviene per nulla. Si cita a piene mani Aliens - Scontro Finale, Jurassic Park, Tremors, L'Armata delle Tenebre (una stessa battuta viene pure riciclata due volte, gravissimo), oltre, ovviamente, alla citazione madre del videogioco, il film Them! (1954, conosciuto in Italia col titolo Assalto alla Terra), che parlava proprio di radiazioni nel New Mexico che rendono le formiche dei mutanti giganti. Curioso come nello stesso anno, in Giappone, uscì un capostipite del cinema di genere con tematiche molto simili, l'immortale Godzilla di Inoshiro Honda.
Brian, perché l'hai fatto? Perché?
Il nostro Marko, però, mantiene tutto a livello più superficiale; i personaggi sono solo degli stupidi ed irritanti stereotipi; i dialoghi sono terrificanti e ai limiti della sopportazione; il tono è quello della commedia demenziale, con l'aggravante che non c'è una singola scena che mi abbia strappato anche un solo mezzo sorriso. Credetemi, non c'è cosa peggiore della tristezza provocata da un comico che non fa ridere, si arriva a provare sincero imbarazzo. La trama è minimalista, va col pilota automatico, non riserva sorprese ed è di una banalità sconcertante. A tutto questo aggiungiamo anche il fatto che gli attori non sono minimamente coinvolgenti, penso anche a causa del pessimo doppiaggio italiano. Di fronte a cotanto sfacelo, che dovrebbe dar origine ad un voto pericolosamente basso, cosa permette al film di galleggiare nella mediocrità invece che sprofondare nei liquami mefitici che dovrebbero competergli?
La colonna sonora, innanzitutto, un funzionale mix di synth pseudo-anni-'80 e di spruzzate di hair-metal nordeuropeo. Nulla di epico, intendiamoci, ma gradevole e funzionalissimo. Aggiungiamo i grossolani effetti speciali: non posso non premiare il regista per il risultato ottenuto; il budget del film è stato molto più basso di un qualunque Sharknado, eppure visivamente non raggiunge la rara e voluta bruttezza ottenuta dal film Asylum. Le formiche giganti sono ben rese, la regina è pure disgustosa a modo suo, e le formiche soldato, quando bevono la birra, ruttano genuinamente e sonoramente. Le immagini sono illuminate con la giusta patina, niente smarmellamenti "alla Duccio e Renè Ferretti", tutto quello che si vede è nitido e ben mostrato. E, alla fine, quello che funziona è l'atmosfera generale, è quel voler essere in un colpo solo un po' trash, un po' ammiccante, un po' Anni '50 e '80 insieme. Ho percepito l'omaggio del regista come sincero e non artefatto, e questa cosa ve l'ho detta più volte, per me è un valore aggiunto.
Reali conclusioni
Però le buone intenzioni del regista non bastano: It came from the desert è una visione fondamentalmente inutile, stanca, superficiale, lontana da come, secondo me, dovrebbe essere fatto un omaggio nostalgico agli Anni '80 (e '90), quello che era perfettamente riuscito con Turbo Kid (2015, qui da me recensito), giusto per fare un confronto con un altro film indipendente a basso budget. Oggi non basta dire "Dammi un po' di zucchero, baby" per far ridere. L'han detto tutti, dal 1993. E non bastano nemmeno i meta-dialoghi autoironici in cui i protagonisti a più riprese affermano di "non essere in un film dell'orrore", facendo finta talvolta di abbattere la quarta parete: è un giochino già visto più volte.
Il problema più grosso è infine il seguente: il film ha clamorosamente mancato il target di riferimento. Troppo superficiale per poter davvero essere gustato dai geek come me, troppo autoreferenziale per poter essere apprezzato dai più giovani. Il destinatario più probabile resta giusto chi giocò al videogame iniziale; ma in quel caso, l'esperienza migliore resta quella videoludica, e non è certo sufficiente che i titoli di coda, peraltro molto indovinati, mostrino in timelapse accelerato l'intera sequenza di gioco della versione Amiga. Senza troppi indugi, vi rimando al pagellone finale per ulteriori considerazioni.

Ecco l'unico contributo del Neurone Numero 4...

Il Pagellone!
Così è deciso!
Trama: 3
Inutile, scritta male, priva di sorprese, con dialoghi irritanti e poco ispirati. Non c'è niente che si salvi.
Musiche:
7
Il mix synth e hair-metal funziona, la colonna sonora è a mio avviso uno dei punti di maggior pregio del film.
Regia: 6
I problemi del film sono per me più di scrittura che di regia che, anzi, si difende bene nonostante il risicatissimo budget.
Ritmo: 6,5
Se c'è una cosa che non manca, è proprio il ritmo: vuoi per le sequenze di motocross, anche se slegate rispetto alla trama principale, vuoi per le scene di combattimento con le formiche. A rovinare tutto sono i dialoghi imbarazzanti dei due protagonisti. Già al terzo minuto avrei voluto riempirli di badilate sulle gengive.
Violenza: 5
Il tono è quello di una commedia pseudo-demenziale, le formiche per quanto ben realizzate non fanno paura ma non manca qualche leggera spruzzatina splatter. 
Humour:
4
Se l'intento era quello di strappare qualche risata, il film fallisce macroscopicamente. Non ho riso in mezza sequenza, e sì che non sono di gusti difficili, a me basta poco... qui non siamo nemmeno arrivati al minimo sindacale.
XXX: 0
Nulla da segnalare, nemmeno per il Neurone 4. Accontentiamoci dell'infermiera del gioco... ehm...
Voto Globale: 5,5
It came from the desert è stata una enorme, grandiosa occasione sprecata. L'idea di partenza, quella di omaggiare un videogame cult per gli appassionati ma quasi dimenticato dal resto del mondo, poteva essere vincente se accompagnata da una realizzazione meno superficiale. Aggiungiamoci che qui il gioco delle citazioni non funziona neanche un po', e il risultato finale non può che essere insufficiente. Peccato!

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